Val Bonetti con Marco Ricci

Qualche mese fa si parlava proprio con Val Bonetti su questo blog del ritorno di fiamma della chitarra acustica. Ritorno che probabilmente è dovuto da una parte all’esplosione di una star come Tommy Emmanuel (l’artista australiano che è riuscito nell’intento di rendere spettacolare la sei corde), e dall’altra alla discreta diffusione (anche in Italia) di un chitarrismo post-hedgesiano che sembra aver reciso qualunque collegamento con il blues e i maestri del fingerpicking degli anni ’70.

Ma, distante dalla Scilla dell’autocompiacimento un po’ gigione quanto dalla Cariddi del trendismo smemorato, c’è tutta una realtà che si vede forse un po’ meno, che è quella che sta a cuore a questo blog e al suo tenutario. Prendete appunto Val Bonetti, ad esempio, che è uno che naviga con la barra puntata verso il blues e il jazz, però con l’ambizione di andare in una direzione tutta personale. Anche, a volte, distillando il blues da altre forme di musica tradizionale che non siano quelle più vicine a Robert Johnson, per dire.

Penso si possa dire che tutto il suo modo di comporre e di suonare è attraversato da un’idea costante: che la chitarra è uno strumento polifonico (e poliritmico) e che quelle sei corde, come dice l’autore stesso nella presentazione dell’album, “possono sembrare sei strumenti diversi che possono essere accarezzati, solleticati o pizzicati in una varietà infinita di modi”. Che è un approccio che molto deve, tecnicamente e concettualmente, al fingerpicking che poi è l’antica arte di intrecciare una linea melodica, una di basso, un ritmo e una base armonica, tutto con un solo strumento e due mani: perché, passato per il jazz e per gli insegnamenti di Franco Cerri, Val continua ad avere punti di riferimento in bluesman tradizionali come Big Bill Broonzy e Rev. Gary Davis e grandi stilisti dello strumento come Duck Baker. E insieme a loro nei pianisti (Monk, McCoy Tyner), che con i loro ottantotto tasti costituiscono una sfida e una ispirazione in quella direzione.

Ve ne parlo perché è appena uscito per Dodicilune “Hidden Star”, il suo terzo album, dopo il solitario “Wait” del 2010 e il successivo “Tales” (2014) in cui interagiva col contrabbassista Cristiano Da Ros. Questo nuovo lavoro lo vede sia nella dimensione solista che in quella in cui dialoga con altri artisti: Marco Ricci al contrabbasso, il senegalese Cheikh Fall alla kora, Giulio Brouzet all’armonica.
Come nell’album precedente (no, anzi, ancora di più), gli ospiti non forniscono un supporto o una integrazione alla chitarra del titolare, ma lo affiancano in un dialogo fra solisti.

I nove brani vanno ascoltati per un po’, ma se cercate la porta d’accesso, il pezzo che vi prende al primo ascolto e vi conduce nei meandri dell’album, lo smagliante “Tram 5 Rag” (il 5 è la linea tranviaria che ferma sotto casa di Val!) sfida non solo gli amanti della chitarra a restare freddi anche al primo ascolto.

Oltre a “Tram 5” l’altro “solo” è “Little Dancer” che, spiegano le note, “deve molto al chitarrismo di John Renbourn”. E ad ascoltarlo probabilmente è vero, ma raccontare quest’album seguendo le tracce delle diverse influenze rischia di dare l’idea di una specie di catalogo di stili: cosa che non è in nessun modo, perché se è vero che nel terzo cd l’autore percorre spazi più ampi che in passato, mi pare che il suo stile riconoscibile e la sua ricerca sullo strumento siano elementi unificatori che connettono tutti i capitoli del lavoro.

Cheikh Fall

Nei due brani con la kora di Cheikh Fall, Val Bonetti suona la chitarra resofonica, che è lo strumento che sempre lo accompagna via via che la musica si sposta verso sud (vedi il duo con Aronne Dell’Oro, se n’era parlato qui). Uno di questi strumentali è quello che intitola l’album, e che è un omaggio all’“african blues” di Ali Farka Tourè.

Quelli condivisi con Marco Ricci sono forse i momenti più jazzistici del programma: di questi, due dichiaratamente guardano ad Astor Piazzolla e uno sin dal titolo (“Duck Is Duck Is Duck Is”) omaggia Duck Baker. E poi c’è “Igor”, scelta per aprire l’album (e la scelta mi sembra molto felice).

Giulio Brouzet (da doctorharp.it)

Il brano con Giulio Brouzet è un blues anomalo, con la chitarra e l’armonica che si inseguono, si intrecciano, vanno fianco a fianco, si avvolgono l’una sull’altra. Bello assai.

Alla riuscita di tutto quanto non è estranea la maestria di Rinaldo Donati che ha registrato e mixato l’album al Maxine Studio di Milano nel luglio dell’anno scorso. Di lui ci parlava Claudio Sanfilippo all’uscita di “Boxe”: Donati è uno che fa le cose con un amore tale che non solo sa come far uscire una chitarra acustica dalle casse, ma anche come far diventare un momento magico quel che accade in studio.

Dicevo all’inizio di come vedo collocato un album così nella geografia attuale della chitarra. Certo occupa uno spazio che va presidiato, ma la musica che contiene non ha mai (e non si preoccupa di averla) una intenzione “conservativa”: il riferimento al passato è sempre la rincorsa necessaria a spiccare un salto verso il nuovo; e la tecnica strumentale non serve mai per dire “ehi, guardate qua! Non sono il chitarrista più figo che abbiate visto ultimamente?”; ma sempre per fare e dire cose che valgano la pena di essere fatte e dette. La tecnica è quella cosa che serve se non si vede.
Poi certo, può darsi che, come dice il titolo, alcune stelle siano più nascoste di altre, ma metteteci pure che chi le guarda, quaggiù, a volte è un po’ distratto: quelle che sembrano più luminose, a guardarle bene, sono luci al neon. Qua, invece, c’è roba che brilla a lungo.

Permettetemi di concludere con un cenno sull’etichetta Dodicilune di Gabriele Rampino e Maurizio Bizzochetti. “Hidden Star” è ora parte di un catalogo di 250 e passa titoli. La distribuisce IRD, si acquista online, si ascolta sulle principali piattaforme.

Da sinistra: Rinaldo Domati, Marco Ricci, Val Bonetti.