Non me ne parlate, pensavo che i tempi morti del lockdown li avrei passati a scrivere per il blog e invece non funziona così. Almeno per me non ha funzionato così. Il tempo destrutturato del coprifuoco non gira come quello normale. Un disastro, già era tanto poter trovare qualche ora di attenzione per suonare e ascoltare musica.

Invece c’è chi in quarantena prende e registra un album, come è capitato a qualcuno di cui ho già parlato. Quelli che ho potuto ascoltare, fra i dischi nati in condizioni così particolari, hanno insieme una leggerezza, una gioia e insieme una densità che ti prendono subito al cuore. Sarà perché nascono con un senso di necessità eppure all’improvviso, come questo del chitarrista e cantante Stefano Barigazzi. A parte che ho letto che ci stava lavorando dalla fine del 2019, ma insomma mettetela come vi pare, lui chiuso in casa ha registrato un album, io non sono riuscito a riordinare il ripostiglio.

È giovane Stefano Barigazzi, nasce come batterista e arriva ora all’album a suo nome dopo una blues band (di recente un duo) di nome Poor Boys. È un album, dice nelle note, che “contiene alcune delle canzoni e degli stili che hanno creato il mio modo di suonare”. Se da queste parole vi immaginate una raccolta più o meno filologicamente corretta di musica del passato, tirate un sospiro di sollievo e guardate il titolo, che dice tutta la verità: “Sitting Singin’ Old Songs” condivide il momento intimo e gioioso di un chitarrista che si mette lì a suonare le canzoni che ama. “Dal blues pre-bellico alle canzoni di Dylan”, dice ancora nelle note che accompagnano l’album.

Non è un disco di blues, sebbene di blues ce ne sia a fiumi: direi che è piuttosto un disco di canzoni suonate da uno che suona blues. La musica afroamericana è nello spirito, è nel feeling, è nell’approccio ed è nell’amore per quella tradizione che nutre tutto quello che di importante è accaduto dopo.
Si apre con “Aberdeen Mississippi Blues” di Bukka White e si arriva a “Bye and Bye, I’m Going To See The King” di Blind Willie Johnson. Si passa per il Dylan di “It Takes a Lot to Laugh, and it Takes a Train to Cry”, per Robert Johnson e Big Bill Broonzy, per i Led Zeppelin di “When the Levee Breaks” e “Junco Partner”, la canzone di James Waynes che hanno ricantato in tanti, fra cui i Clash, e che Stefano Barigazzi restituisce quasi funky, scintillante e cantata da dio.
Ma ciascuno di questi pezzi ha un maestro per autore, se non addirittura schiere di grandi che l’hanno rifatto: e il giovane chitarrista si confronta con ciascuno di loro senza perdere la calma e con una ben riposta fiducia nelle proprie capacità esecutive e tecniche.

Non è un disco filologico sul blues, dicevo, e nemmeno un catalogo di stili: la varietà di possibilità della chitarra di Barigazzi si avverte e non sovrasta; anzi, di più, la tecnica c’è ma non si vede. Ascoltate “Mellow Peaches” di R.L. Burnside e guardate come dice la sua sullo stile complesso del chitarrista di Memphis. Che leggerezza, che groove e che precisione. Fantastico. Oppure andate alla traccia 4, “Jamaica Farewell” di Harry Belafonte – che qui perde l’incedere mento e diventa sognante e nostalgica – e ditemi se in quella chitarra minimale che affianca una voce intensissima non c’è tutto, ma proprio tutto tutto, quello che serve.

“Sitting Singin’ Old Songs” è un altro gioiellino che illumina un momento oscuro della nostra storia e ci regala il piacere di quei dischi ai quali chiedi solo di ricominciare da capo quando arrivano alla fine. E mentre vi scrivevo è finito, ma io ora vi saluto e rimetto “Aberdeen Mississippi Blues”.