Per dire la mia esperienza nell’ascolto di questo nuovo album di Peppino D’Agostino devo prenderla alla lontana. Abbiate pazienza.
Sono disposto ad ammettere che la mia ricostruzione possa soffrire di un errore di prospettiva, ma da anni ho una fissa: cioè che la morte precoce di Michael Hedges (1997) abbia costituito un momento cruciale nella storia della chitarra acustica solista; e insieme ad essa, la dissoluzione graduale della Windham Hill (iniziata con la cessione di una parte di quote alla BMG da parte di Will Ackerman), l’etichetta nata per essere nella musica folk-oriented quello che la ECM era stata per il jazz. Fra gli anni ’80 e ’90 un pugno di musicisti (lo stesso Ackerman era un chitarrista coi controfiocchi) aveva decostruito la chitarra acustica come l’avevamo conosciuta, quella che fino ad allora era stata lo strumento principe del blues e del folk. Partiti dalla lezione dei John Fahey e dei Robbie Basho, avevano proiettato quello spirito ancora oltre. Ma una volta dissipata quell’esperienza, l’asticella precipitò tragicamente in basso, e una schiera di epigoni che stava emergendo anche grazie alle radio e, presumo, a una spinta economica cospicua, si impose per un pubblico che cercava musica da relax.
Avevamo Leo Kottke, ci ritrovammo la “New Age”.

Soprattutto, in una tragica confusione fra mezzi e fini, quella roba cominciò a chiamarsi “guitar music”. Non si era mai visto nei negozi lo scaffale di “piano music” o di “saxophone music” o di “drums music”, ma la chitarra diventava un “genere”. Non era più uno strumento per suonare blues, jazz o folk: con la chitarra, tautologicamente, si suonava la chitarra. E allora, via, fiumi di musica manieristica, ambientazioni bucoliche, ombrosi picchiettatori di tastiere, produzioni tanto pulite e carucce. Chissà quanti di quei suonatori avevano mai ascoltato un album di Big Bill Broonzy. Le loro facce sulle copertine sembravano uscite da telefilm americani, quelli edificanti però. E al diavolo qualunque vincolo di genere, anzi peggio, spazio al nuovo genere: la “musica per chitarra”. Pazzesco: non so in nome di quale fottuto concetto di libertà si possa barattare un campo sconfinato con un fazzoletto. Beh, lo fecero.
Smisi di seguirli e tornai al rock. A me piaceva Jorma Kaukonen, che cazzo ci facevo con Eric Tingstad?

Da allora, certo, tanta acqua è passata sotto i ponti. Oggi si può dire che l’eredità della musica angloamericana no si mai interrotta, e tanti musicisti sono tornati a far parlare la storia di questo strumento (alcuni di loro li trovate e li troverete ogni tanto su questo blog). Altri, molto spesso anche bravi, portano avanti progetti che brillano per valore tecnico, eleganza, ricercatezza sonora, ma che non raccontano più nessuna storia. Spesso non hanno un’anima, e quando ce l’hanno non è “quell’anima”. Quelli con le chitarre a due, tre, quattro tastiere per fare le cover (tanto rumore per cosa?) nemmeno li considero in questo discorso. C’è chi li ritiene pionieri di nuove direzioni. Ahah. Le risate.
Insomma, c’è tanta bella musica: se ti piace Biagio Antonacci. Se ti piace Ry Cooder un po’ meno.

E Peppino D’Agostino, in tutto questo? Peppino D’Agostino è un chitarrista che ho amato molto, da quando non era ancora americano. Ho seguito la sua partenza per gli Stati Uniti e la sua ascesa all’olimpo dei grandi dello strumento. Me ne sono rallegrato, senza sorpresa: era veramente uno bravo. Ho seguito l’evoluzione del suo gusto verso una musica sempre più elegante e ricercata. Le cose che faceva mi piacevano sempre meno, ma sapete che c’è? Non c’è stata una volta che non abbia detto “ammazza però, che bravo!”.
Adesso arriva questo “Connexion”, e succede che metà di questo album mi piace parecchio. Sono i momenti in cui torna a percorrere le strade della grande musica. Il richiamo al flamenco di “High Plains Guitarra”, l’infuocata “Head Case”, i languori di “Mexican Sunrise”, il bellissimo terzinato “Dancing with Shadows”.
E poi c’è l'”altra” metà dell’album: un pugno di strumentali di alta classe, perfettamente coerenti con l’odierna “guitar music”. Quella metà comprende l’ospitata di Stef Burns, chitarrista di Vasco Rossi, che duetta in “Stammi vicino” (che, scopro, non è una cover: proprio D’Agostino la scrisse con Burns per il cantante). E vabbè. Meglio “Mara’s Sleeping Song”, che ritrova il duo in un momento di dolcezza sospirosa.

Ma alla fine che fai, vuoi parlare male di un musicista come D’Agostino? Io, di mio, non ce la faccio. Perché è uno onesto, dovunque metta le mani. Perché è un mostro di tecnica che non ne approfitta mai, anche se potrebbe, anche se non gli manca la capacità di sparare cascate di note (e un altro pezzettone di pubblico se lo guadagnerebbe senza sforzo). Perché è uno di quelli che sanno che la tecnica serve per la musica e non viceversa.
Intanto io mi faccio una playlist con mezzo “Connexion”, e ogni tanto vado a riascoltarmi l’altro mezzo: hai visto mai che mi convinco che sono solo prevenuto?
Finora non è successo. Però, ammazza, che bravo.