Avevo ascoltato “Blues Chameleon”, il suo album uscito a gennaio, che è il riassunto della carriera di un musicista veronese – appena trentacinquenne – che da artista, produttore, organizzatore, ha passeggiato lungo un bel pezzetto di storia del blues. Così ho voluto rintracciare Lorenz Zadro per fargli alcune domande. Ecco quello che mi ha raccontato, in una conversazione rilassata che si è svolta in un momento delle nostre vite in cui entrambi, per le vicende che si svolgevano intorno, ci siamo trovati ad avere più tempo libero del necessario.

Foto di Francesca Castiglioni

Radio Tarantula: Lorenz, sei produttore, musicista, organizzatore e un sacco di altre cose. Ci racconti un po’ di quello che fai e di chi sei?

Lorenz Zadro: Ciao Massimo, il lavoro che svolgo nel mio quotidiano è dettato fondamentalmente dalla mia più grande passione, la musica. È una conseguenza che la professione si suddivida automaticamente in vari ambiti, dalla produzione alla promozione e ufficio stampa, dalla scrittura (anche per riviste o siti di informazione musicale) alla direzione artistica e organizzazione di eventi (concerti, rassegne musicali e festival). Lavoro nell’ambiente musicale dai primi anni 2000, prima come musicista e promoter, dove ho collaborato con diverse realtà; poi, nel 2010 ho fondato l’associazione culturale Blues Made In Italy e nel 2015 la società di consulenza A-Z Blues, assieme a Davide Grandi e Antonio Boschi. Quest’ultima è una struttura che si occupa principalmente di creare progetti musicali, gestendo tutto dalla A alla Z, anche a supporto di diversi artisti. Nel momento in cui ci si approccia a questo lavoro non ci si può improvvisare, è necessario avere una certa intuizione e la capacità di studiare le caratteristiche del progetto, l’attitudine che ha l’artista di arrivare al pubblico, il carisma che può avere quando si trova su un palco (ma anche quando ne è al di fuori) e soprattutto se ha qualcosa da comunicare, per poi studiare strategie di crescita su un modello quasi sartoriale. Bisogna poi conoscere il mercato e intuire il valore vero di un artista, sia a livello discografico che concertistico.

RT: Ecco, i primi anni 2000: la tua biografia dice che è stato fondamentale un viaggio in Inghilterra, dopo il quale peraltro hai fondato The True Blues Band…

Foto di Fiammetta Rubini

LZ: Quello in Inghilterra è stato un bel periodo per la mia formazione musicale. Nei blues club in cui suonavo con Eddie Wilson, ho fatto buone esperienze di “plug’n’play” (“attacca il jack e inizia a suonare”). Per indole non sono mai stato un grande appassionato di lunghi e noiosi soundcheck o di particolare effettistica collegata agli strumenti, ma rispetto a come ero abituato, in quei club era tutto più agile e anche divertente. Il tempo a disposizione era sempre pochissimo, non c’erano oltretutto dei lunghi tempi di attesa tra l’arrivo al club e l’inizio del concerto, poiché si iniziava molto presto e si finiva entro le 11 pm. Con Eddie Wilson nel 2009 ho pubblicato l’album “Lost in The Blues”; proprio in quell’album è inserita la prima versione di “Liza’s Eyes Blues”, brano scelto per la compilation “Pistoia Blues vol. 5” di quest’anno. Con la True Blues Band ho raccolto esperienze altrettanto belle e formative. In quegli anni avevo una visione del blues “all’inglese”…

RT: …e infatti citi la Blues Incorporated di Alexis Korner come tuo modello…

LZ: Vero, mi ero da poco innamorato dei collettivi musicali aperti come la Blues Incorporated di Alexis Korner, John Mayall & The Bluesbreakers, nonché dell’italiana Guido Toffoletti’s Blues Society. Anche l’attività live della True Blues Band, seguendo l’esempio di quelle formazioni, è stata spesso a servizio di artisti blues internazionali in tour in Italia. Negli anni, oltre ad avere un’attività propria, abbiamo affiancato in una serie di concerti Rowland Jones, James Thompson, Carl Wyatt, Archie Lee Hooker, e così via… Con questa formazione abbiamo inciso un solo album, TBB & Friends, nel 2012.

Foto di Nicola Giaon

RT: Tutto quello che fai orbita intorno al blues, e questo si sente anche quando non è blues in senso stretto. Proprio per questo faccio a te questa domanda. Hai l’impressione che il blues continui ad essere l’anima della musica che si fa generalmente? Ogni tanto ascolto le cose che vanno in radio e mi domando: ma che musica hanno ascoltato questi? Per dirti, a me personalmente piace la chitarra acustica, ma quando ascolto alcune cose della musica attuale per chitarra non resisto all’impressione di un certo appiattimento perché ha perso quella matrice, quella del folk, qualunque legame con la storia. Che ne pensi?

LZ: È una bella domanda. Il tempo avanza e la storia corre veloce. Ci stiamo inevitabilmente allontanando sempre più dai giorni delle prime storiche incisioni country-blues & folk e la ricerca o la semplice volontà dei musicisti contemporanei di affidarsi ad esse credo stia mano a mano scemando. Certo non per tutti, per fortuna. Per questo motivo è sempre più facile intuire il background di un artista, anche ascoltando una sua canzone alla radio. Lo si può percepire dal modo di suonare una chitarra (più o meno consapevole), dal cantato, dall’accompagnamento o dagli elementi di arrangiamento. Due artisti del pop contemporaneo che trovo molto interessanti sono, per esempio, Ed Sheeran e Rag’n’Bone Man

RT: Toh, mi citi Ed Sheeran, è curioso: non sono proprio un suo estimatore, ma mi sono imbattuto giorni fa nella sua versione di “Wayfaring Stranger”, a cui non avevo mai badato. Mi è sembrata non banale. Anche decidere di farla è una scelta non banale, in un panorama come il pop…

LZ: Sì, credo che per quelli che ti ho citato come anche per i musicisti statunitensi contemporanei sia arrivato il momento di fare i conti con il loro passato e la loro tradizione. Forse è anche questo un modo per riconoscersi e riflettere se stessi attraverso una canzone. C’è un patrimonio immenso da cui attingere. Non vedo nulla di male quando un artista che sia americano, inglese o italiano va ad inserire cover di brani del passato in un nuovo album. Non mi fa pensare che la scelta sia unicamente dettata da una mancanza di idee nel produrre materiale originale. Trovo molto interessante questa scelta quando, nella riproposizione, rimane riconoscibile l’impronta dell’artista che la esegue, in modo onesto e sincero, con la propria inclinazione. 

RT: L’altro che hai citato viene dalla musica hip hop…

LZ: Sì, ma ci sono produzioni, seppur contaminate di elettronica, alla base delle quali c’è sicuramente un occhio attento al passato. Ammiro molto chiunque riesca ad arrivare al successo adottando questa formula, perché “quel passato” contiene elementi fondamentali che non scadranno mai di fronte a nessuna moda. Credo per qualunque artista sia quanto mai necessaria una buona preparazione, conoscenza e consapevolezza della storia musicale che ha dato i natali alla musica moderna. Trovo che le stesse scuole di musica dovrebbero giocare un ruolo fondamentale e sentirsi responsabili in questo, soprattutto nella formazione dei giovanissimi.

RT: Lorenz, tu hai diviso il palco e lo studio con un certo numero di artisti italiani, britannici e americani. Il tuo ultimo “Blues Chameleon” è un modo di raccontare questa storia…

LZ: Sì, un modo come un altro per raccogliere e raccontare queste storie. Ho preferito farlo con le canzoni, raccogliendo diverso materiale registrato in questi ultimi vent’anni, da quando ho iniziato con le prime incisioni in sostanza. Lo vedo un po’ come un “album di fotografie” da sfogliare, contenente le varie sfumature della musica che ho condiviso in tutti questi anni, cuore a cuore con vari artisti.

RT: Chissà quanti ricordi avrai… Nella lunga lista degli artisti con cui hai collaborato, pensa, al di là di tanti grandi, mi ha commosso la presenza di Deborah Kooperman, una donna alla quale in Italia dobbiamo tanto, non sappiamo nemmeno quanto… è sua la chitarra fingerpicking dei classici di Francesco Guccini…

LZ: Sicuramente Deborah Kooperman ha introdotto nella musica italiana molta più “americanità” di quanto possiamo immaginare. Da diversi anni gestisce un negozio di strumenti musicali a Villafranca di Verona, provincia in cui abito. Deborah è una donna davvero meravigliosa! Non moltissimo tempo fa siamo andati assieme al Busker Studio di Rubiera (RE), per registrare un brano in collaborazione con Mora & Bronski per il loro più recente album “50/50”. Ne è uscita una bellissima una bellissima versione del traditional “This Train is Bound for Glory”! Mentre eravamo in viaggio e a tavola ha raccontato aneddoti legati al Greenwich Village di New York, agli incontri con Bob Dylan, di quando è venuta in Italia ed è diventata, appunto, chitarrista per i primi album di Francesco Guccini. L’esperienza in studio è stata come fare un viaggio a ritroso nella musica e nel tempo, ci ha letteralmente catapultati in uno studio di registrazione nel pieno degli anni sessanta. Ancora oggi ha una vivacità e simpatia incredibile ma soprattutto ha negli occhi il colore di quegli anni e di quei tempi vissuti. Deborah ha anche scritto molti testi di canzoni per Rudy Rotta, per me un musicista e riferimento chitarristico molto importante, ho collaborato alla produzione degli ultimi due suoi album.

Foto di Leonardo Manfré

RT: Che mi dici della tua storia di chitarrista?

LZ: Beh, come molti, grazie al primo insegnante di chitarra mi sono avvicinato al rock, erano gli anni ’90 ed era impossibile non innamorarsi delle chitarre elettriche Ibanez quando i modelli chitarristici erano i guitar hero di quegli anni. Parallelamente però stavo sviluppando anche la conoscenza del blues (che poi divenne amore), grazie alle enciclopedie a fascicoli con CD allegato che uscivano in edicola per la DeAgostini (“Blues Collection”) e Alaya (“I Maestri del Blues”), oltre ai primi album che trovai nei negozi. Fu una folgorazione netta e cambiarono di conseguenza anche i gusti riguardo le chitarre…

RT: Quali sono gli strumenti che suoni e che preferisci?

Non ho mai avuto un grande approccio tecnico-conoscitivo rispetto al mondo della chitarra, so che può sembrare strano detto da un chitarrista. Prevale sicuramente l’impatto estetico e sonoro dettato dai dischi che più mi hanno segnato e siccome sono tanti, mi ritrovo ad avere anche diverse chitarre che vanno dai modelli classici della Gibson e Fender, poi ho una bellissima Gretsch modello Gold Electromatic Double Jet e anche un paio di vecchie chitarre elettriche Eko anni ’60 a cui sono affezionato e che utilizzo regolarmente. Ho una chitarra acustica Sigma by Martin e un paio di cigar-box del Mississippi. Una chitarra che sogno a cui non mi sono mai avvicinato è una Fender Jazzmaster, il suono graffiante e tagliente di Magic Slim mi è sempre entrato nelle vene. Prima o poi…

RT: “Blues Chameleon” fa il punto sulla tua storia. Per il futuro, invece, che idee hai?

LZ: Credo di non aver mai risposto con tanta incertezza come in questo momento. Il coronavirus ci ha smontato ogni piano per la primavera. Ad ogni modo sto lavorando alle attività di A-Z Press, in special modo alle prossime uscite discografiche. Ce ne saranno di molto interessanti, tra episodi elettrici ed acustici, e anche qualche sorpresa. Tra un po’ inizieremo anche a concentrarci sulla stagione degli eventi estivi.

RT: …con l’augurio a tutti noi che ci sia, una stagione estiva! Lorenz, ti sono molto grato per questa chiacchierata…

LZ: Grazie a te! Non sono molto abituato a parlare della mia carriera musicale, di solito le interviste arrivano in ragione dell’organizzazione dei festival Blues Made In Italy. È davvero da molto  tempo che non mi trovavo a parlare di musica, dischi e chitarre. Una bella sensazione che per quanto sia giovane mi fa tornare indietro di qualche anno!

Foto di Francesca Castiglioni