Non album “di” blues, ma tre dischi che legittimamente reclamano la propria discendenza e parentela dal blues. Non aspettatevi le dodici battute canoniche, insomma. Non necessariamente, anche se ci trovate anche quelle.
Sono i tre album che in questo periodo suonano di più dai miei altoparlanti (a casa, in auto, al lavoro).
Eccoveli qua, i tre album e i loro artefici: tre musicisti italiani che prendono il blues e lo ricontestualizzano, lo piegano e in definitiva lo usano.


Diego Potron: “Winter Session”

In ordine di pubblicazione, dei tre è il primo (uscito a fine 2018).
È il secondo album che il brianzolo Diego Deadman Potron pubblica a proprio nome (dopo varie esperienze in altri generi, soprattutto da bassista e contrabbassista) e parte con una canzone bellissima, tutta condotta sulla resofonica arpeggiata: “Blind Sister’s Home”, che è anche il video che traina il disco e che ti dice subito senza mezzi termini l’aria che tira. Il blues è l’anima del lavoro anche al di là delle forme: non senza ragione sono stati citati come suoi riferimenti Nick Cave e Tom Waits, anche se certe tinte cupe gli derivano probabilmente dal suo amore antico per lo stoner rock e un certo heavy metal. Ma il punto della questione è che Potron nel blues ha trovato una dimensione congeniale da “one man band”.
Le atmosfere sono acustiche e distese, squarciate spesso da una chitarra distorta che si fa via via più presente. “Winter Session” ha l’incedere di un caos calmo, dal punto di vista sonoro ha il nitore di una giornata di sole a dicembre. È un disco duro eppure assorto, fatto di emozioni attutite come un grido in mezzo alla neve. E io l’ho scoperto troppo tardi per farne la colonna sonora di un inverno peraltro troppo breve.


Francesco Piu: “The Crossing”

“The Crossing” è uscito un anno dopo e, se ha qualcosa in comune col disco di Potron è di avere come sfondo i luoghi in cui è nato: c’è tanta Brianza lì quanta Sardegna qua.
Francesco Piu, sassarese, cantante dalla voce nera nera e ottimo chitarrista, ha pubblicato un album in cui rilegge Robert Johnson con suoni e strumenti mediterranei (oltre a cantare e a suonare la chitarra, qui è anche al bouzouki). Con lui ci sono ospiti come Antonello Salis, Gavino Murgia e Gino Marielli dei Tazenda.
In “Me and the devil”, ad esempio, stanno insieme chitarre, djembè, daf, darbuka e percussioni elettroniche. Sentite qua che roba.


Lorenz Zadro: “Blues Chameleon”

Infine, questo è uscito da pochi giorni. Lorenz Zadro è musicista, produttore, session man, con una lunga e fitta storia di studioso e di divulgatore del genere. “Blues Chameleon” è praticamente una antologia di vent’anni d collaborazioni. E così eccolo a fianco di Eddie Wilson, Sarasota Slim, Rowland Jones, Leo “Bud” Welch, Mora e Bronski, Ciosi, Manuel Tavoni, Simone Laurino, True Blues Band, in diciotto brani che partono dal blues e vanno oltre, fino alla folk song elettrica di matrice americana. Discontinuo per sua stessa natura, ma pieno di momenti di grande bellezza.