Stefano Barotti è un artista che interpreta quella canzone d’autore che viene da lontano (Dylan, Neil Young, Townes Van Zandt, con Phil Ochs a guidare la fila) ma con una impronta che lo rende diverso da qualunque altra cosa ci sia in giro, anche fra i pur nobili eredi di quella storia.
Ora torna con “Il grande temporale” (ottobre 2020), che musicalmente è un salto ulteriore e che lo ritrova interprete personale e originale insieme a una band eccellente.

Ma vi prego di leggere questa intervista fino alla fine perché c’è la possibilità di dare una mano al progetto: “Il grande temporale”, infatti, nasce come una autoproduzione che vede al fianco di Stefano chiunque voglia collaborare a farlo nascere: attraverso l’acquisto in anteprima del cd oppure attraverso la compartecipazione alla produzione esecutiva (che comporta l’onore di avere il proprio nome in copertina fra i coproduttori).

Radio Tarantula: Stefano, come cade la realizzazione di questo album nel periodo che abbiamo attraversato? È un “quarantine album” o c’era già da prima?

Stefano Barotti: Le registrazioni sono iniziate lo scorso anno a giugno e sono terminate a dicembre/gennaio. Quando è stato il momento di chiudere il disco con le voci finali e tutta la fase di missaggio ci hanno chiusi in casa e non è stato facile finire. Ho lavorato a distanza per i missaggi e ho registrato le voci finali nel mio studio casalingo. Alla fine ce l’abbiamo fatta!

RT: “Il grande temporale”: da dove viene il titolo?

SB: È il brano che apre il disco, ed è una canzone alla quale sono molto affezionato. Oltre a questo credo che “il grande temporale” rispecchi il mood di tutto il lavoro. Artisticamente mi sono spinto altrove rispetto al passato. Le canzoni respirano diversamente, come se fosse avvenuto un forte cambiamento climatico nella mia musica.

RT: Capisco cosa intendi perché già da quel che si sente ora l’album è molto ricco dal punto di vista dei suoni e della produzione. Chi ha lavorato con te?

SB: Con alcuni musicisti ho suonato in studio, insieme. Con molti altri a distanza. Ci sono ospiti speciali dagli Stati Uniti e non solo. Per citarne alcuni: Joe e Marc Pisapia, Jono Manson, Mark Clark, e John Egenes. Prezioso è stato il contributo di Fabrizio Sisti alle tastiere, al piano, ai sintetizzatori e all’organo Hammond. Fabrizio ha partecipato alla produzione artistica insieme ad Alessio Bertelli, ingegnere del suono e Vladimiro Carboni, il batterista.

Stefano Barotti con Veronica Sbergia

Tra gli italiani invece ho incrociato i ferri con Marco Giongrandi che ha suonato chitarra elettrica e banjo, Max De Bernardi alle chitarre, Paolo Ercoli al dobro e al mandolino. Ci sono anche due voci femminili, la bravissima Veronica Sbergia e l’esordiente Laura Bassani.
Roberto Martinelli ha curato gli arrangiamenti e la direzione degli archi. Poi c’è Roberto Ortolan alla voce e alle chitarre, Nico Pistolesi al piano, Davide L’Abbate alle chitarre e Vittorio Alinari al sax soprano e al clarinetto basso. Le linee di basso sono di James Haggerty e Luca Silvestri e al contrabbasso ci sono Pietro Martinelli e l’amico Matteo Giannetti.

RT: Santo cielo, che compagnia!

SB: E la lista continua… è davvero bello avere tanti musicisti che stimo nel mio disco, dentro le mie canzoni. Ho vestito i brani con le mani e le idee dei musicisti che mi sembravano più adatti per ogni canzone. A volte dando loro indicazioni, altre volte lasciandogli la pagina bianca da riempire. Il risultato mi piace, spero piacerà anche a chi ascolterà il disco.

RT: Io credo che sarà una bella sorpresa per chi sa ascoltare… Mi pare che ci sia un lavoro coraggioso sui suoni. Certo, i tuoi riferimenti sono noti, ma non è che sei uno che sta chiuso dentro la struttura e le forme della folk song…

SB: Si… è un disco coraggioso. Specie parlando di suoni e arrangiamenti. La mia intenzione nella “canzone” non è cambiata molto, sono sempre io. Ma gli abiti cuciti addosso ai brani sono decisamente diversi rispetto al mio vecchio guardaroba musicale. C’è un forte ritorno ai ’70. Per la prima volta ho inserito sintetizzatori, ci sono chitarre elettriche alla Wilco nella title track, per fare un paio di esempi. Ma sentirete… non voglio svelare troppo.

Con Paolo Ercoli sul palco magico di Spaziomusica (Pavia)

RT: Hai scelto di finanziarlo col crowdfunding…

SB: Ho pensato ad un crowdfunding privato perché parliamo di una autoproduzione, mi piaceva l’idea che gli affezionati potessero produrre il disco e avere il proprio nome nei credits vicino al mio come coproduttori esecutivi. Andremo avanti con la raccolta fino alla fine di agosto per i pre order, chiuderemo invece con le coproduzioni esecutive intorno al 20 agosto, per poi andare in stampa. Trovate tutto quel che serve sul sito www.stefanobarotti.net alla pagina shop.

RT: Ah, molto bella la copertina!

SB: Mi fa piacere che ti abbia colpito, è opera di una artista molto brava della mia zona: Chiara Giannini Mannarà che ha lavorato al fronte retro del disco disegnando su misura intorno alle canzoni. Appena ho visto le sue bozze l’ho scelta ed è stato un buon matrimonio artistico.

RT: Sono andato a cercare notizie su di lei, mi colpisce molto quello che fa… Senti, gira questa strana clip con Tom Waits! Due parole al riguardo me le devi dire…

SB: Beh, nel disco c’è una canzone a lui dedicata praticamente – più che a lui al suo primo disco “Closing Time”, disco meraviglioso che mi ha influenzato tantissimo e del quale sono innamorato. La canzone si chiama “Mi ha telefonato Tom Waits”. Con l’ufficio stampa abbiamo pensato a un modo per promuovere il crowdfunding senza i soliti messaggi che invitano solo a contribuire. Con questi video è tutto più easy e mi piace. Anche il primo con Mattarella non era male. Magari il prossimo lo facciamo con Jannacci, visto che anche lui ha la sua canzone dedicata nel disco!