La chitarra acustica sembrava aver perso il suo appeal degli anni ’70 e ’80, quella funzione “aggregante” che doveva al fatto che era facile imparare in poco tempo a rifare le canzoni più familiari. Ora sembra protagonista di un grande ritorno di interesse, ma come strumento da conoscere e da studiare. Se ha ceduto un po’ dell’antica popolarità, è avvenuto in cambio di un rapporto più consapevole. Viva i falò sulla spiaggia ma anche le ore di studio in cameretta, insomma. Viva il giro di Do ma anche i giri di blues.
Se online si trovano corsi e tutorial per tutti, più o meno approfonditi, esistono d’altro canto strumentisti – spesso grandi strumentisti – che si dedicano a una didattica come relazione unica e personalizzata con l’allievo.
Ne ho parlato con Simone Valbonetti, in arte Val Bonetti, musicista attivissimo e originale (“orgoglio italiano del fingerstyle”, l’ha chiamato Paolo Sereno su Musicoff). Presenza frequente in festival e rassegne sulla chitarra, Val insegna a Milano (e in questi tempi, come vedrete, online).

Radio Tarantula: Val, ho scoperto qualche anno fa il tuo lavoro, sia come didatta della chitarra che come musicista. Hai pubblicato due dischi e hai altri progetti in arrivo (ne parleremo a tempo debito); hai una attività live e collaborazioni. Raccontaci quello che fai.

Val Bonetti: Certo. La mia attività è suddivisa essenzialmente in tre parti: la didattica, la mia attività come solista con concerti e pubblicazioni a mio nome, e alcune collaborazioni stabili.
Collaboro con Aronne Dell’Oro da qualche anno, lo accompagno in alcune delle sue avventure musicali intorno alle tradizioni del nostro Mediterraneo…

RT: Già, qualche settimana fa raccontavo qui del vostro ultimo concerto al Bloom…

VB: Ecco, Aronne è un artista più unico che raro, chitarrista e cantante eccellente. È molto stimolante suonare con lui perché posso fare tutto tranne il chitarrista! Il nostro duo enfatizza la chiave folk blues con cui Aronne interpreta le ballate della tradizione nostrana, salentine e campane in particolare, specie quando uso la chitarra resofonica in stile bottleneck. Con la dodici corde invece mi piace cogliere l’invito ad esplorare coste del mediterraneo più lontane: abbiamo ascoltato insieme musica rebetica, dalla Grecia, oppure Reinette L’Oranaise per esempio quando vogliamo rubare qualcosa dalle coste del Nord Africa.

Val Bonetti e Ilzendelswing. Foto di Lorenzo De Simone.

Faccio parte del quartetto Ilzendelswing, progetto di Claudio Sanfilippo, un bravissimo cantautore milanese…

RT: Eccolo qua! Anche lui molto amato su questo blog…

VB: Claudio reinterpreta in milanese brani della tradizione americana, al mandolino c’è il grande Massimo Gatti, simbolo del bluegrass in Italia e al contrabbasso Rino Garzia. Già da un anno ormai stiamo lavorando al nuovo album in cui partecipano diversi ospiti. Mi piace suonare con Claudio, sono molto legato al cantautorato milanese grazie a mio padre e d’altro canto ho ascoltato e ascolto tuttora molta musica americana, perciò è un progetto che mi fa sentire a casa. 
Da un anno ho iniziato a suonare stabilmente con l’armonicista blues Beppe “Harmonica Slim” Semeraro. Insieme interpretiamo il repertorio del country blues, del ragtime e del jazz delle origini. Questo duo mi vede anche impegnato alla voce, altra bella sfida!

RT: E poi c’è la tua musica…

VB: Sì. Accanto alle varie collaborazioni ho sempre composto musica e l’ho sempre fatto lavorando sulla chitarra studiandone le potenzialità polifoniche. I miei brani quindi nascono per chitarra sola ma spesso e volentieri sfociano in un duo, cosa che mi permette di lavorare sull’improvvisazione. Ultimamente ho il privilegio di suonare stabilmente con il Maestro Marco Ricci al contrabbasso, un musicista con una grandissima esperienza. Ha suonato con Franco Cerri, Enzo Jannacci, Lee Konitz!, e sarà presente nel prossimo album. Se vorrai, di tutto questo parleremo meglio un’altra volta.

Marco Ricci e Val Bonetti

RT: Fidati, sei già sulla mia agenda! Aspettiamo solo il momento giusto… E poi, dicevamo, c’è l’insegnamento dello strumento.

VB: La didattica resta sempre un punto saldo della mia attività. Insegno chitarra da una quindicina d’anni, ho iniziato lavorando con i bambini, un’esperienza bellissima che ho ultimamente abbandonato per dedicarmi esclusivamente a corsi specifici per chitarra acustica, che attraggono essenzialmente un pubblico di adulti.

RT: Ma tu vedi un ritorno di fiamma della chitarra acustica? Cos’è che cerca oggi chi vuole imparare?

VB: Abbiamo visto un ritorno di fiamma della chitarra acustica negli ultimi anni grazie a cantanti famosi come Ed Sheeran o il virtuoso della chitarra Tommy Emmanuel: anche su Youtube alcuni canali hanno avuto moltissimo seguito pubblicando video di chitarristi dotati di tecniche molto particolari. Trovo tutto ciò molto legato ai tempi che viviamo, molto veloci, mordi e fuggi, che impongono una certa spettacolarizzazione della performance musicale soprattutto se deve essere proposta attraverso uno schermo “comodamente a casa vostra”. Talvolta così facendo si rischia di perdere un po’ i contenuti. Secondo me a breve o scleriamo tutti quanti o necessariamente si tornerà ad avere a cuore un po’ di lentezza e voglia di ascoltare, tanti già ce l’hanno… la frase “vorrei un po’ più di tempo per me”, quelle robe lì da milanese che non ce la fa più a produrre e fatturare, l’abbiamo sentita spesso. Ecco, uno strumento acustico in questo senso è terapeutico, non serve nulla, niente tecnologia niente corrente elettrica, richiede solo un po’ di tempo libero e un po’ di silenzio.

RT: Quant’è vero… torni dal lavoro, allunghi la mano e lei è lì! Senti, al centro del tuo insegnamento c’è la chitarra fingerpicking, ma hai una formazione molto più ampia. Sei stato allievo di Franco Cerri…

VB: Sì, ho cominciato a studiare la chitarra da bambino, con un maestro che suonava chitarra classica, Attilio Doniselli. Pare strano ma è stato lui ad introdurmi al fingerpicking, ahah! Forse a un certo punto si rese conto che gli studi di Carcassi, Carulli e Giuliani non erano proprio nelle mie corde. Allora mi regalò una VHS di Jorma Kaukonen e il metodo di blues fingerpicking di Franco Morone con l’audiocassetta. Ricordo ancora quanto mi riuscisse facile suonare quella roba – non fraintendermi, intendo dire che me la sentivo proprio addosso, mi piaceva proprio. All’epoca, come ora, mi piaceva inventare della musica, conservo da qualche parte dei fogli a quadretti con le tablature scritte a mano; scrivere per chitarra sola è una cosa che ho sempre fatto ma che ho tenuto nel cassetto per tanto tempo.

RT: E così è arrivato il fingerstyle! Però so che la storia è più complicata…

VB: Sì. Il fingerstyle non è sempre stato al centro della mia vita musicale. Come gran parte dei chitarristi della mia generazione ho fatto parte di diverse band dai generi musicali più vari e questo ha inciso molto nella mia formazione musicale. Nel nostro paese, anche solo dieci anni fa, non esistevano dipartimenti di chitarra jazz al conservatorio: se volevi studiare qualcosa di alternativo al corso di chitarra classica dovevi cercare un maestro privato. Perciò negli anni novanta studiai con diversi maestri e nel 2000, mi iscrissi ai Civici Corsi di Jazz a Milano che era l’unica realtà strutturata in ambito jazz. Ho avuto il privilegio di studiare con grandi maestri fra cui Franco Cerri, che ricordo come fosse ieri, un giorno mi prese da parte, lo faceva spesso con tanti studenti, e mi mostrò sulla chitarra come concepiva gli arrangiamenti a quattro voci per il suo guitar ensemble.

RT: Davvero? Questo è un pezzo importante della storia. Una faccenda su sui insisti spesso è che la chitarra è uno strumento a più voci…

VB: Ecco, quella fu la prima volta che capii il grande potenziale polifonico dello strumento. Non sono mai stato un virtuoso, quello degli assoloni a manetta per intenderci, ho sempre amato comporre degli arrangiamenti per chitarra sola, mi piace l’idea di riuscire con un solo strumento a restituire tutte le voci di un piccolo ensemble. Per questo il mio studio sull’improvvisazione jazzistica è sempre andato di pari passo con lo sviluppo di una tecnica di esecuzione a più voci, il cosiddetto fingerstyle. L’incontro con Davide Mastrangelo mi ha aperto le porte verso i vari stili della tradizione del fingerpicking, dal country blues alle cose più moderne. Davide mi ha fatto conoscere tanti stili e chitarristi di cui ignoravo l’esistenza ed è grazie a lui che posso offrire ai miei allievi un percorso di studi completo e ben strutturato per l’approfondimento della chitarra acustica. Se, per indole, musicalmente non sono per niente filologico, come insegnante mi piace accompagnare gli studenti in questo percorso storico ricchissimo di musica e di personaggi davvero interessanti.

Esercizio su Robert Johnson e il basso ostinato

RT: …Davide Mastrangelo cioè il Centro Studi Fingerstyle di Arezzo. Tu sei il docente milanese di quella scuola, che conta su una rete di chitarristi in giro per l’Italia. È un gruppo fatto di personalità molto diverse, anche dal punto di vista dell’orientamento musicale. Cos’è che ti caratterizza nel gruppo del Centro Studi?

VB: Beh, con orgoglio la prima cosa che mi viene in mente è che ad oggi la mia sede è seconda solo alla sede centrale di Arezzo in quanto a numero di allievi. E poi sono il più bello! Ahahahah!
Battute a parte è molto bello che si sia creato un circuito di docenti qualificati, ognuno con diverse peculiarità.

RT: Trovo che tu e Davide Mastrangelo, oltre ad essere musicisti e strumentisti con un sacco di cose da insegnare, abbiate un’idea di cosa voglia dire formazione. Che mi dici al riguardo?

VB: Conosco Davide da oltre dieci anni, è molto bello lavorare insieme, abbiamo tenuto diversi workshop a Milano e ad Arezzo, e se non ci vediamo spesso ci sentiamo costantemente per parlare del nostro lavoro di docenti. Una delle cose che forse non tutti gli studenti sanno è che si impara molto dai propri allievi, a prescindere dal livello, conoscere la persona che hai di fronte, i suoi gusti musicali ma non solo, trovo sia una grande forma di arricchimento, sapessi quanta musica ho conosciuto grazie a voi…

RT: Azz, hai svelato il segreto! Non volevo dirlo perché non sapevo se giovasse alla tua reputazione, ahahah!, ma sì, sono uno dei tuoi studenti da un paio di anni. Ero vittima dei danni, anche fisici, di una vita da autodidatta, così dissi a Claudio Sanfilippo: “Claudio, dammi il nome di uno bravo…”. Ecco, una bella cosa è che come parte della formazione incoraggi gli allievi ad avere esperienze dal vivo e dai loro delle opportunità di suonare in pubblico.

VB: Con ognuno dei nostri ragazzi cerchiamo non solo di dare delle informazioni ma soprattutto di costruire insieme un repertorio, con l’obiettivo di suonarlo davanti a qualcuno, che sia un concerto dal vivo per i più esperti o suonare a casa per pochi intimi non ha importanza, lo scopo è apprendere degli elementi e farli diventare qualcosa di concreto: il repertorio. La musica non è teoria, la teoria è inutile se non c’è la pratica e non c’è nulla di meglio per consolidare un brano o dei concetti legati all’improvvisazione, che provarli dal vivo, davanti ad un pubblico. Per questo cerchiamo di offrire durante l’anno alcuni momenti di live, siano essi in sede, magari dopo una giornata di laboratorio, o dal vivo per i concertini di Natale o di fine anno scolastico. 

“Hidden Star” dà il titolo all’album in uscita

RT: Sì, perché oltre ai momenti “ordinari” di formazione individuale, nel tuo studio a Milano si può partecipare a vari laboratori…

VB: Trovo che i laboratori, cosiddetti workshop, siano un’altra caratteristica fondamentale. Mi piace tenere dei seminari di gruppo, è bellissimo osservare lo scambio che avviene fra gli studenti così appassionati; amo molto anche ospitare altri musicisti, questo amplia moltissimo la mia offerta didattica: qui a Milano per esempio abbiamo più volte ospitato Duck Baker, personaggio storico del fingerpicking, o anche chitarristi italiani come Max De Bernardi o Paolo Sereno.
Proprio a fine aprile si doveva tenere un workshop residenziale di un weekend ad Arezzo, con me e Davide Mastrangelo, purtroppo la situazione attuale, così drammatica ed emergenziale, non ce lo consentirà, ma ci rifaremo!

RT: A proposito dell’emergenza, da quando è iniziato il “distanziamento sociale” stai sperimentando la didattica online. Come ti trovi, e – visto che tutti parlano di quello che le comunicazione a distanza “tolgono” alla relazione in presenza – cosa aggiunge secondo te alla lezione?

VB: Devo dirti che mi sto trovando molto bene, con gli allievi che seguo già da molto tempo è molto semplice poiché li conosco bene ma anche con i nuovi arrivati si riescono a fare dei progressi. La tecnologia ci permette di supplire all’assenza fisica con diversi strumenti e spinge i ragazzi a lavorare di più autonomamente. Invito sempre a registrare quando studiano, ma pochi lo fanno come routine. Adesso, con la scusa che l’audio in diretta online non è il massimo, riesco a costringerli e i risultati ci sono! Con alcuni allievi lavoriamo sull’improvvisazione con delle basi che preparo, altri invece sono impegnati sul versante delle trascrizioni e dell’arrangiamento e in questo caso si lavora praticamente in differita. Certo che non vedo l’ora di poter rivedere tutti in carne e ossa!

Foto di S. R. Zerri