Se un marziano fosse sbarcato in Italia nel gennaio 2020 avrebbe pensato con marziana invidia di essere arrivato in un paese in cui sui giornali e nei media si discute abitualmente dei testi delle canzoni.
Non è vero niente, tranquilli. Della musica continua a fregare poco e niente ai più, se non come orpello di eventi televisivi o come oggetto di qualche bella polemica mediatica di quelle che ci riempi le colonne per settimane e che dividono buoni e cattivi.

Una premessa necessaria, per dire due cose sull’affare Junior Cally, è che a me quella musica interessa ben poco. Non ho nessun coinvolgimento e ho poca curiosità per quella forma espressiva se non quella che si deve a un fenomeno sociale che è degno di considerazione perché esiste ed è voce di una realtà. Dunque non è per simpatia personale che mi prende un certo imbarazzo davanti alle polemiche di chi vorrebbe espellere il rapper dal festival di Sanremo.
Un’altra premessa è che, pur essendo interessato alle questioni etiche della narrazione, quello non è il mio “specifico”. Ammetto che non sono in grado di avere una posizione definitiva su questioni come quelle che hanno riguardato Gabriel Matzneff o Roman Polanski. Metto in conto che dirò anche cose imprecise quando mi avventurerò al di fuori delle faccende che conosco meglio. Ma ho una certa confidenza con le cose di musica e credo di essere stato formato da ogni singolo solco su cui ho calato la puntina da quando ero bambino. Non sempre da quei solchi ho ascoltato storie di gente virtuosa e quando dico che mi hanno formato non intendo che mi hanno reso uno stupratore, uno spacciatore o un violento. Intendo che buona parte della simpatia che provo per l’umano nella sue manifestazioni, e per le persone al di là dei loro peccati, mi viene probabilmente da lì.

Venendo alla questione di cui si parla, si chiede da più parti una specie di dannazione per un cantante per via di un testo scritto qualche anno fa, che racconta in maniera cruda una violenza esercitata su una donna. Racconta molte altre cose, veramente, ma quel passaggio è circolato dappertutto a dimostrazione dell’indegnità del soggetto.
C’è da dire che il confronto verbale con i fautori dell’espulsione è piuttosto complicato. Parlare con qualcuno che sposta continuamente il punto è impegnativo.
“Junior Cally inneggia a un reato!”
“No, guarda, non inneggia, casomai lo racconta, non è la stessa cosa.”
“Già, adesso è un genio.”
“Non l’ho detto, che c’entra?”
“Beh, ma è diseducativo per i giovani.”
“Allora è un altro problema ancora. Ma non è dimostrato da nessuna parte che una canzone su un reato induca a commettere un reato.”
“Però è roba brutta, non è arte!”
“Vabbè, ma allora dimmi di che cosa vuoi parlare, di grazia!”
Non c’è molto di razionale in questa campagna. A volte alla fine di queste discussioni puoi velatamente essere accusato di comprensione per gli stupratori. Quando leggi che hanno querelato il presentatore di Sanremo per “istigazione alla violenza verso le donne e le forze dell’ordine, odio e oltraggio alla morale in violazione della Costituzione” per una canzone che un altro tizio ha scritto qualche anno fa, capisci che tutto questo è piuttosto irragionevole e che si sta parlando di qualcosa dai contorni un po’ meno netti.

In una specie di giovanardizzazione della discussione, persone solitamente progressiste e illuminate firmano appelli in cui usano vertiginosi giri di parole per non pronunciare la parola “censura”, ma quello chiedono. Tipo: “Cara RAI, lungi dall’auspicare qualunque forma di censura, vorremmo portare alla vostra attenzione la necessità di non far salire questo signore sul palco”. E ci vuole tanta flessiblità per definirlo un “boicottaggio”: se boicotti spegni la TV o cambi canale, non chiedi alla TV di non far cantare un tizio.
Persino ordini e organismi professionali scrivono appelli con argomenti come la rappresentatività della cultura musicale italiana nel festival, in un vociare in cui saltano contesti e confini e tutti hanno competenza istituzionale su qualunque cosa.
Tutti uniti, da destra a sinistra è una sola voce.

Ci siamo svegliati una mattina di gennaio e abbiamo scoperto che le canzoni non possono raccontare storie non edificanti, efferate, violente. Non era mai successo. Mai successo, per lo meno, all’interno di una cerchia che non si identificava nelle posizioni censorie e repressive di una certa politica conservatrice, chiamiamola così. Certo, se devo vedere un aspetto positivo in questa cagnara, è il fatto che si è scatenata intorno a una immagine di violenza contro una donna. Significa che quell’argomento è sempre più un argomento “sensibile”. Benissimo.
Però ero abituato al fatto che tutti noi che guardavamo film, leggevamo libri e ascoltavamo canzoni fossimo d’accordo su un po’ di fondamentali: ad esempio che l’arte racconta la realtà per quel che è. Anche quando non è un luogo ospitale, anche quando è crudele. Non era mai stato un problema.
(Faccio una parentesi: non mi interessa qui discutere se le canzoni del cantante di cui stiamo parlando si possano definire “arte”. Mi aspetto l’argomento perché l’ho visto tornare più volte, ma qui definisco “arte” una creazione che fa riferimento a un ambito artistico codificato, e definisco così il rap che va a Sanremo e Jimi Hendrix senza che questo costituisca un accostamento di valore fra i due. Non è questo il punto e trovo alquanto scorretto l’argomento “non sarà mica Alighieri”. Non ho intenzione nemmeno di discuterne e se pensate che sia rilevante interrompete pure qui la lettura.)

Schoolly D e Ice-T

Dicevo, l’arte racconta il mondo non perché sia bello da mostrare. Tutta la musica di cui ci siamo nutriti viene da una sorgente: la musica nera dell’inizio del secolo scorso. Non era una musica colta, non era roba da persone bene educate. Nasceva da un contesto di sofferenza ed emarginazione. Nasceva da persone che la violenza la conoscevano per davvero. Raccontava quelle vite al margine con la loro disperazione. Quando quelle canzoni parlavano di sesso lo facevano in un modo tale che molti ringrazierebbero di non conoscere l’inglese. Quella musica è cambiata negli anni, ha generato nuove forme, ma la vocazione di raccontare il lato oscuro della strada l’ha conservata.

Un altro po’ di cose erano abbastanza ovvie fino a qualche settimana fa. Per esempio che uno che racconta una storia non è il protagonista di quella storia. Che il personaggio non è l’autore e che nemmeno l’autore e il narratore sono la stessa persona. Manzoni, che congegna non solo la storia dei Promessi Sposi ma anche la voce che la racconta, non è la voce che la racconta. (Se vi va di complicarvi la vita c’è Seymour Chatman che non solo lo spiega bene in Storia e discorso, ma vi spiega che c’è persino un “autore implicito”, che è un’altra cosa ancora di cui, se volete saperlo, non ho capito molto: lo dico per dire che è un argomento che non accetta appiattimenti). Il narratore, il modo in cui parla, il modo in cui racconta, sono scelte dell’autore. Se è eccessivo dire che il narratore è quasi un personaggio, di certo l’autore non parla in quanto “sé stesso”. Decidere di credere il contrario, semmai, può essere una specie di patto provvisorio, fa parte di quella sospensione dell’incredulità che invita a partecipare a una storia come se fosse vera.

Johnny Cash

Ma che la storia sia raccontata in prima o in terza persona, se si confondono questi tre soggetti si incasina tutto. Bruce Springsteen non è il ragazzo che va giù al fiume a rimpiangere l’amore distrutto per via della recessione. E meno ancora è l’uomo che parte da Lincoln, Nebraska con un fucile 410 a canne mozze sulle ginocchia e viaggia attraverso le terre desolate del Wyoming per uccidere tutto quello che trova sulla sua strada. Nello spettacolo di Broadway ci ha svelato che nemmeno con le macchine e le strade ha la confidenza che hanno i suoi personaggi. Siamo caduti dalle nuvole? No: semplicemente abbiamo smesso di giocare con lui quel gioco lì e abbiamo cominciato a giocarne un altro.

Da alcuni giorni nel dibattito sui social chi vuole ridimensionare le motivazioni pro censura insiste sull’argomento che canzoni in cui una donna è oggetto di violenza ne abbiamo sempre ascoltate. Grazie all’amico Luigi D’Elia ho realizzato una cosa che non sapevo di sapere, e cioè che “Malafemmena” di Antonio De Curtis è una di quelle più esplicite. “Se avessi fatto a un altro quello che hai fatto a me, quell’uomo ti avrebbe uccisa (…) Perché su questa terra non devono esistere donne come te”, e va avanti apostrofandola, in sostanza, come mignotta.
Il cantautore romano Edoardo De Angelis scrisse “Lella” (se ne è ricordato Davide Desario su Leggo), che associamo per lo più alla voce di Lando Fiorini (ma la canzone ebbe una larga diffusione: lo stesso De Angelis la cantò, anche in coppia con Venditti, ed essa è ancora oggi molto popolare).
“Tu nun ce crederai nun ci ho più visto. L’ho presa ar collo e nun me so’ fermato. Che quann’è annata a tera senza fiato… Ner cielo da ‘no squarcio er sole è uscito. E io la sotterravo co’ ‘ste mano. Attento a nun sporcamme sur vestito. Me ne so’ annato senza guarda’ ‘ndietro”.
E, parlando di “inneggiare”, il tono è anche piuttosto compiaciuto:
“Nun ciò rimorsi e mo’ ce torno pure”.
Terribile, no? Ma a chi mai è venuto in mente (prima di oggi) che potesse essere un incitamento ad ammazzare una donna?

E poi naturalmente c’è “Hey Joe” di Jimi Hendrix. C’è “Delilah” di Tom Jones. C’è “Delia’s Gone” di Johnny Cash. Più vicina a noi c’è “Where the Wild Roses Grow” di Nick Cave con Kylie Minogue. E così via. C’è una quantità di canzoni raccontate anche in prima persona in cui lui ammazza lei, a volte perché “nun ci ha più visto”, ma spesso anche con una certa determinazione.

Ecco, riconosco a questo argomento una certa persuasività. Ma non come assoluzione della canzone incriminata; piuttosto come rivelatore di quello che dicevo all’inizio: non è di musica che si parla, quasi nessuno di quanti si scaldano ha un minimo interesse per quello che dice di difendere, e si moltiplicano gli appelli per mettere al bando l’acqua calda.

So che all’argomento “e perché, Lando Fiorini?” si può opporre una replica che trovo pure sensata. Scriveva Paolo Vites qualche anno fa che c’è una differenza fra questi rapper e la violenza che stava nelle canzoni degli anni precedenti. Jimi Hendrix poteva anche immedesimarsi nell’autore di un gesto sanguinario, ma “cantava un male che voleva rifuggire“, dice Vites. So per esempio che Johnny Cash cantava di aver ammazzato Delia e che lei era morta solo al secondo colpo, ma mentre lo cantava cercava la fede. Come dire: quanto del narratore c’è nell’autore in questa musica? Può essere che, in un modo in fondo non molto diverso dal blues delle origini, anche nel rap una certa immediatezza espressiva assottigli quella distanza tra autore e narratore? Che sia meno fiction, insomma?

Cesare Alemanni nel suo libro “Rap. Una storia, due Americhe” riconosce che la cultura hip-hop contiene “aspetti davvero problematici“, che identifica in “una diffusa misoginia e un notevole culto della violenza”. Ad essi attribuisce delle precise cause, che stanno nella polverizzazione degli agenti di socializzazione primari nei quartieri da cui quella musica proviene. L’assenza di scuola e famiglia rende il gruppo dei pari unico riferimento: e anche quel gruppo è “generalmente formato da altri giovani uomini ugualmente abbandonati a se stessi”.
Fu nel 1984, ricorda Alemanni, che il pezzo “P.S.K. What Does It Mean?” di Schoolly D parlò per la prima volta in modo verosimile di scontri fra bande, spaccio di droga e sesso esplicito (il che ci riporta più vicino alla questione di cui si discute in questi giorni). Se si considera che l’autore di quel pezzo era un affiliato a una gang di South Philadelphia nota come Park Side Killas (Il “P.S.K.” del titolo), si vede come la violenza che raccontava Schoolly D sta al suo autore in un modo almeno un po’ meno mediato di quanto la storia di “Nebraska” stia a Bruce Springsteen (o quella di Lella a quel truce rapper che era Lando Fiorini).
Consiglio anche la lettura di questo articolo di Pietro Bianchi dal n. 12 del 2017 della rivista Ácoma dal titolo “Popular music, identità e classe”. Il suo saggio su “La scena trap e la pulsione di morte” collega il fenomeno musicale, sullo sfondo delle gang degli anni 70 e del radicalismo delle Black Panthers, al degrado sociale e persino urbanistico che genera autodistruttività sociale e personale.

Ma credo che anche quest’argomento, che contempla gradi diversi di identificazione, modi diversi di collocarsi rispetto alla violenza che si racconta, non risolva tutto.
Come dicevo all’inizio, il rap non è la mia musica. Ho più familiarità con musiche di derivazione popolare che originano, pur attraversando nei decenni trasformazioni profonde, da quell’ampio repertorio che è la tradizione orale. E qui la questione della paternità delle storie si fa problematica. Ammettiamo che in una canzone come “Hey Joe” l’esecutore, come dice Vites, canti “un male che vuole rifuggire”. Ma non tutti sanno che questa canzone era inizialmente un tradizionale “public domain” e che nel 1962 un tal Billy Roberts riuscì ad averne riconosciuta la paternità. Guardacaso, Roberts era nativo delle zone che fanno da teatro alla vicenda. E la canzone sembra ispirarsi a un’altra “Hey Joe” di Carl Smith – che però era una canzone country – che parlava di un Joe realmente esistito che aveva una moglie che era oggetto del torbido desiderio del cantante. Insomma, è davvero possibile stabilire il grado di autobiograficità di una canzone? È possibile farne una misurazione discreta? Ed è possibile affidarsi ad esso se proprio abbiamo l’esigenza di prendere una posizione etica su una creazione artistica?
Quanto meno dobbiamo ammettere che la relazione che un autore ha con una storia “vera” che racconta è in qualche misura complessa e forse indecidibile. Che forse persino in una narrazione autobiografica uno non parla esattamente di come è andata; che sempre un mondo raccontato è un po’ un mondo creato, così come d’altra parte nei mondi anche esplicitamente finzionali delle canzoni c’è un pezzo di realtà sperimentata.

È vero, là fuori c’è tutto un universo che non vorreste mai vedere a Sanremo, ma c’è una buona notizia: e cioè che a Sanremo quel mondo non ha nessuna voglia di arrivarci. Ma ci arriva Junior Cally (almeno, se quando leggerete questo pezzo il fronte della censura non avrà ottenuto quello che spera).
Sono andato a guardarmi quel video di cui si parla per provare a restituire quei versi al loro contesto. (Fra parentesi, ho avuto modo di vederlo parlare a viso scoperto e già fatico a identificarlo con l’energumeno mascherato).
È disturbante? Sì, e parecchio. Lo scenario è allucinante, da incubo. La storia è una vicenda di rivalità fra rapper. In mezzo ai morti e alla violenza Junior Cally parla esplicitamente dei colleghi della scena italiana. Se vi va di ascoltare le parole e di non credere che “sì, li ho uccisi tutti quanti io, signor maresciallo” sia realmente la confessione di un omicidio plurimo, tocca riposizionare tutto quanto su un piano metaforico e guardarlo in quella chiave. È una storia in cui le immagini sono spinte ben oltre quello cui è abituato un ascoltatore medio (di Sanremo, dico), ma leggerlo come una specie di incitazione presuppone una buona dose di pregiudizio. Credo che ciascuno di noi avverta che quello che dice gli appartiene in qualche misura: cioè, entro certi limiti è autobiograficamente “vero”. Perché probabilmente gli appartengono quelle ambientazioni, gli appartengono quei sentimenti e quel desiderio di rivalsa: tuttavia non si può prendere “alla lettera” quello che il cantante dice, e tutto questo pretendere che si prendano alla lettera delle metafore mi pare persino più allarmante della canzone.

Insomma: quella musica esiste perché esiste il mondo che racconta. Magari lo racconta con qualche eccesso di provocazione verbale (ancora Alemanni, nel libro che citavo, mostra come la stessa industria discografica abbia calcato la mano sugli aspetti più urticanti del linguaggio dei rapper). E certamente ciascuno è libero di avere una sua propria posizione su quel mondo e quel modo di raccontarlo. Può decidere come collocarsi e come definire il proprio rapporto e la propria distanza da quelle cose.

A.O. SCott

Scopro sul New York Times l’articolo di un giornalista, Anthony Oliver Scott. Parla del suo problema con Woody Allen (“My Woody Allen problem”). Scott pensa che l’arte non possa essere separata dalla vita, se non per “un’abitudine culturale sostenuta dal dogma accademico logoro”. Ma c’è di più: il problema del giornalista con Woody Allen è nel fatto che la sua arte “è satura della sua personalità, delle sue preoccupazioni, della sua biografia e dei suoi gusti”. Se è vero che siamo nell’epoca del “self-displaying”, “uno dei suoi padri fondatori, senza dubbio, è Woody Allen, il nevrotico Narciso della Me Generation”. Cioè, per uno come Allen sostenere che l’opera è altro dalla vita è ancora più complicato. Quel personaggio che attraversa tanti suoi film è in qualche maniera lui stesso. Se Allen è colpevole degli abusi di cui lo accusa Dylan Farrow, dice in sostanza Scott, devo fare i conti col fatto che una parte importante della mia formazione e di quello che sono viene dai suoi film e dai mondi che essi mi hanno dischiuso.
Cioè, nel caso di Allen la questione di quanto sia autobiografica l’arte si azzera. Lo è quasi per definizione. È il caso estremo che abbiamo immaginato parlando dei rapper.
Allora, dice Scott, non ti biasimo se annunci che non vedrai più i suoi film, ma “my Woody Allen problem” è che devo cominciare a riconsiderare (“reassessment” è la parola che usa) un po’ di cose. Cose che sono parti di me e della mia biografia.

Ecco, Scott evita di buttarla sul controllo e sulla censura e sceglie una posizione di autoresponsabilizzazione. Una posizione dolorosa e difficile, come si vede.
È un caso estremo, non rappresentativo, si dirà. Lui è un intellettuale che a un certo punto del proprio percorso considera la possibilità di essersi nutrito di qualcosa che oggi trova deplorevole. Che dice di significativo se il tuo problema, come sostiene Red Ronnie, è quello di proteggere i bambini da messaggi pericolosi?
Dice che, per esempio, la responsabilità personale è stata fino ad oggi espulsa da questo dibattito. È sempre colpa di Amadeus se quel mondo arriva alle orecchie dei ragazzini in un modo non filtrato adeguatamente? Se all’ora di Junior Cally i bambini non sono dove dovrebbero essere, cioè a fare le loro necessarie dieci ore di sonno? (Sembra tanto un argomento di antico buon senso, ma nella mia bolla l’ho sentito usare solo da Claudia Boscolo: leggetela qui, a proposito). E fare da filtro per quel mondo che non si può eliminare neanche a volerlo, è solo una questione di cancellarne le tracce, come per il fuso della Bella Addormentata, o è anche stare accanto ai ragazzi e discuterlo insieme?

Dicevo all’inizio che del personaggio non so nulla, di quella musica so poco, quell’immaginario non è il mio, Sanremo per quanto mi riguarda può sprofondare (il festival, dico) e in fin dei conti la polemica di queste settimane non mi tocca direttamente in nessun modo. Però mi preoccupa veder montare questa voglia generale di censura. Mi atterrisce che si affermi il principio che le canzoni che parlano di realtà torbide siano una specie di veicolo promozionale della violenza.
Da domani su questo blog si torna a parlare della musica che ci piace ma, davvero, se di questo passo a qualcuno venisse in mente di selezionare le cose che possiamo e quelle che non possiamo ascoltare perché non sono in armonia col suo personale modo di stare al mondo: no, per favore.

(Grazie ad Alice Giuliani e Jacopo Nacci per alcuni scambi; grazie a Michele Dal Lago per una indicazione di lettura)