Con Andrea Parodi avevo parlato in una serie di post dedicati al tradurre canzoni (qui). Lo riincontro (complice una serata di cibo e vino da un amico comune) per farmi raccontare di un progetto di cui avevo avuto qualche notizia. Andrea ha curato per il Buscadero un doppio album in cui artisti americani rifanno canzoni di colleghi rocker e cantautori. Che Andrea Parodi abbia una competenza indiscutibile per assemblare un progetto simile è ovvio dal suo lavoro di organizzatore di eventi e costruttore di ponti, e se andate avanti nella lettura ne saprete di più (qualora ce ne fosse bisogno).
Ma la mia curiosità in un primo momento era soprattutto per una parte del progetto in cui sedici musicisti e band italiani rifacevano – in italiano – canzoni dei colleghi USA. Per le ragioni che Andrea spiega in questa conversazione, questo secondo album non troverà la via della pubblicazione e della distribuzione ufficiali. Se volete saperne di più, comunque, il riferimento è il Buscadero o Caru.com.
Andrea Parodi è coinvolto in entrambi i progetti anche come autore: sul primo compare con una credibile versione di “Sonora Death Row” di Blackie Farrell; nel secondo traduce “Are You Happy Now” di Richard Shindell. Ma nella nostra conversazione ho apprezzato il modo in cui si è messo totalmente al servizio di un progetto collettivo. Anche se, sul finale, non ho resistito a domandargli dei suoi progetti come musicista e produttore: che, vedrete, sono sempre legati ai musicisti che ama.
Buona lettura!

Radio Tarantula: Andrea, questo doppio progetto è molto interessante. A me sta a cuore, soprattutto pensando al discorso che avevamo già fatto insieme, il cd degli autori italiani. In realtà sapevo di questo lavoro da un po’ perché Claudio Sanfilippo, quando parlammo del suo “Boxe” appena uscito, mi disse che ti aveva dato questa sua versione di Gillian Welch per un cd fatto di traduzioni.

Andrea Parodi

Andrea Parodi: Ecco, c’è da dire che quella parte del progetto è rimasta virtuale. Quello “americano” è un disco ufficiale, con una sua distribuzione; su quello c’è una sola traduzione, che è la mia di “Sonora Death Row” di Blackie Farrell, che è un amico e che ha dato subito la sua approvazione.

RT: Dunque il problema non è rifare le canzoni, è tradurle?

AP: È un meccanismo assurdo che impedisce una grande opportunità. Ne avevamo parlato, quella di tradurre canzoni è una possibilità straordinaria. Anni fa avevo lavorato su “Suzanne” di Leonard Cohen, che era stata tradotta in non so quante lingue. Ne avevo collezionate una settantina di versioni in lingue imprevedibili da Winmix, quello che venne dopo Napster.
Ma per pubblicarle ufficialmente entri in un labirinto. Una volta che hai tradotto una canzone devi ritradurla in inglese, mandarla all’autore e al suo editore, cosa che in alcuni casi è impossibile. C’è perfino una traduzione da un brano di Springsteen, come si fa ad arrivare a lui?
Ricordo che anni fa Mimmo Locasciulli in un meraviglioso disco di traduzioni, tribolò non poco, nonostante al disco partecipasse anche Francesco De Gregori. 

ITALIAN BUSCADERO (l’album che non c’è)

Gang
: “Natale a Como” (“Christmas in Washington”, Steve Earle)
Massimo Priviero: “Il massacro del 1913” (“1913 Massacre”, Woody Guthrie)
I Luf: “La al de Legn” (“American Land”, Bruce Springsteen)
The Crowsroads: “Giù” (“Blue” Mark Olson/ Gary Louiris)
Simona Colonna: “Fiume Blu” (Blue River, Eric Andersen)
Stefano Barotti: “Tutto cambia” (“Changes”, Phil Ochs)
Alessandro Sipolo: “Nella tua grazia” (“In Your Mercy”, Malcolm Holcombe)
Claudia Buzzetti: “Al lato della strada” (“Side Of The Road”, Lucinda Williams)
Max Manfredi: “In arabo non mi ha parlato mai” (“She Never spoke Spanish to me”, Butch Hancock)
Andrea Parodi: “Sei più felice ora?” (“Are You Happy Now”, Richard Shindell)
Roberta Finocchiaro: “Ama ancora” (“Not Too Late”, Norah Jones)
Claudio Sanfilippo: “Ora tutto è gratis” (“Everything Is Free”, Gillian Welch)
Luca Rovini: “Nella pioggia dell’estate” (“Early Summer Rain”, Kevin Welch)
Igor Vazzaz e la Serpe d’Oro: “Marassi Blues” (“Folsom Prison Blues”, Johnny Cash)
Charlie Cinelli: “Disperacc” (“Desperados waiting for a train”, Guy Clark)
Veronica Sbergia e Max De Bernardi: “La foto che amo di te” (“My favorite picture of you”, Guy Clark)

RT: Me lo ricordo bene, “Il Futuro”…

AP: Credo furono costretti a lasciare fuori delle canzoni. Il problema è metterle su supporto fisico, mentre puoi metterle su Youtube, come se fossero una performance, o puoi farle dal vivo senza alcun problema. Dunque il disco esiste, ma non è stato possibile pubblicarlo.

RT: Resterà una specie di leggenda, un disco di culto…

AP: Sì, fondamentalmente è un regalo per quanti hanno deciso di sostenere il crowdfounding del Buscadero Day che quest’anno, dopo dieci anni, ha dovuto cambiare location e ricostruirsi da zero. E dunque abbiamo chiesto l’aiuto dei fan del Buscadero e abbiamo realizzato questi due dischi. Uno è il doppio ufficiale, poi c’è questa chicca delle traduzioni, che come sai è una questione che ho a cuore e che però è impossibile da gestire sul piano burocratico. 

RT: Come è avvenuta la scelta degli artisti? E le canzoni esistevano già o ti sei fidato degli artisti e loro hanno scelto un pezzo? Com’è che è andata?

BUSCADERO AMERICANA (il doppio cd)

Thom Chacon feat. Mary Gauthier: The speed of the sound of the lonely ness (John Prine)
James Maddock: Madame George (Van Morrison)
Ron LaSalle: Roll Me Away (Bob Seger)
Michael McDermott: Thunder Road (Bruce Springsteen)
Tim Grimm: I Know Love Is All I Need (Rodney Crowell)
Anthony D’Amato: Eve Of Destruction (P.F.Sloan)
Brian Mitchell: Simple Twist of Fate (Bob Dylan)
Chris Buhalis: We don’t Run (Willie Nelson)
Jaime Michaels: Pacing The Cage (Bruce Cockburn)
Andrea Parodi: Sonora Death Row (Blackie Farrell)
Eric Anersen: Snowin` on Raton (Townes Van Zandt)
Willie Nile: Everybody Knows (Leonard Cohen)
Christian Kjellvander: Listen To Her Heart (Tom Petty)
Jono Manson: Trascendental Blues (Steve Earle)
Annie Keating: Like a Hurricane (Neil Young)
The Orphans Brigade: True Love Will Fill You in The End (Daniel Johnston)
David Immergluck: Dance of the inhabitants of the Palace of King Philip XIV of Spain (John Fahey)
Richard Lindgren: Louisiana 1927 (Randy Newman)
Danni Nichols: Me & Bobby McGee (Kris Kristofferson)
Johnny Irion feat Olivia Nora Guthrie Irion: Losing End Again (Neal Casal)

A.P.: La premessa è appunto che la rivista Il Buscadero è stata il cuore, il motore di tutto il progetto, costituito da entrambi i cd. Nell’altro CD è più semplice nel senso che non c’era lavoro di traduzioni, è un lavoro di cover ma è simile perché l’idea era quella di andare a pescare nel songbook, nel repertorio, in questo vasto repertorio che la rivista Buscadero ha contribuito a farci conoscere, che è un mondo vastissimo che va da vette mainstream come Dylan, Springsteen, Van Morrison fino ad arrivare a cantautori che probabilmente senza Il Buscadero non avremmo mai conosciuto, come Gillian Welch, o come Kevin Welch, Guy Clark, come Malcolm Holcombe, Lucinda Williams eccetera. Quindi abbiamo differenziato i due progetti ma il punto di partenza è lo stesso.

RT: Gli americani come hanno accolto la proposta?

AP: Molti di quelli che hanno partecipato devono molto alla rivista, quindi sono stati molto felici di essere coinvolti. E così per gli italiani, anche se magari non appaiono altrettanto spesso in una rivista dedicata soprattutto al folk, alla musica americana. Però a volte anche gli italiani hanno trovato spazio sulle pagine della rivista. E comunque anche questo progetto, seppure non reperibile in commercio, resta comunque una vetrina, è la possibilità di far parte di un viaggio collettivo in questo universo della grande canzone americana per renderlo accessibile, per trasportare queste canzoni nella nostra lingua, nel nostro mondo, attraverso il ponte della traduzione. In molti casi mi sono assolutamente fidato, affidato direttamente all’esecutore e le canzoni sono arrivate fatte, finite, pronte, come nel caso di Priviero, come nel caso dei Luf e di Claudio Sanfilippo. Con qualcun altro c’è stato un percorso più condiviso, anche nella ricerca di trovare cantautori che meritavano di entrare nel riflettore del Buscadero, come ad esempio Alessandro Sipolo. La scelta della canzone in questo caso è stata molto personale. Sipolo aveva visto Malcolm Holcombe suonare nella sua città, a Brescia, e come tutti quelli che vedono Malcolm suonare è rimasto travolto, si è innamorato di questo personaggio incredibile. Quindi nel momento in cui ci è venuta l’idea di tradurre Malcolm Holcombe lui è stato felicissimo, ancor più che andare a cercare cantautori più altisonanti.

RT: Una connessione affettiva…

AP: Sì, in alcuni casi è stato un modo anche per accorciare ancora di più le distanze, per creare dei legami anche affettivi tra artisti di qua e di là.
Ti racconto una cosa, in questi giorni sono stato a trovare un amico cantautore che abita sopra Sestri Levante che fa il pastore, è un personaggio incredibile, si chiama Nicola Rollando e ha fatto un disco bellissimo che si chiama Il destino del portiere, nel senso del portiere di calcio. Questa estate gli ho fatto conoscere Jaime Michaels. L’ha incontrato e poi mi ha detto “mi è venuta voglia di tradurre una sua canzone”. A volte le traduzioni nascono anche così, ti avevo già raccontato di quando io stesso decisi di tradurre Jackie Leven anziché Tom Russell in un certo momento.
Quindi poi Claudia Buzzetti che ha questa voce così particolare, così lontana dai canoni della vocalist italiana, tanto che mi è venuta voglia di sentirla cantare Lucinda Williams. In questo caso, quindi, le ho proposto la canzone e ho anche lavorato con lei alla traduzione. 

Claudia Buzzetti

RT: Già, la tua presenza nelle traduzioni è piuttosto trasversale. “Natale a Como” dei Gang era “Christmas in Washington” di Steve Earle, ci hai lavorato tu…

AP: Sì, quella canzone io la vedevo assolutamente su di loro, poi questo ci riporta a una parte della discussione che già abbiamo avuto, su come trasportare e adattare… Una canzone che si chiama “Christmas in Washington” come la traduci in italiano? Devi in qualche modo prendere il paradigma della storia e trasporlo. Como, purtroppo, in questi ultimi anni si è macchiata per degli episodi molto brutti e tristi, che riaprono delle pagine che dovrebbero essere chiuse da tempo. Mi riferisco in particolare alla chiusura dei dormitori e al divieto di elemosinare nel periodo natalizio per motivi di “decoro”. Quindi ho pensato che fosse forte e interessante trasportare la canzone in questa città, che in qualche modo è la mia città (io sono nato e cresciuto a Cantù, quindi a venti minuti da Como) ed è una città che purtroppo non ho mai sentito mia fino in fondo, proprio per questi motivi. E forse la musica deve servire anche per riaccendere un po’ le coscienze. In questo senso e una voce come quella di Marino Severini, che ritengo sia una delle voci più importanti, più credibili, più coerenti tra tutte quelle italiane degli ultimi trent’anni almeno. È stato un sogno realizzato, un cerchio che si è chiuso poter costruire per lui e con lui questa canzone.

RT: In questa trasposizione c’era un rischio che vi siete assunti, l’avete corso fino in fondo. Steve Earle nella canzone invoca Woody Guthrie, gli dice “torna tra di noi” perché c’è bisogno di voci così che non ci sono più. Nella vostra versione il finale è una teoria di personaggi che ci mancano e anche lì avete trasportato l’invocazione nella realtà più vicina a noi, che è un azzardo, perché forse certi nomi che per noi hanno un significato probabilmente costituiscono un immaginario meno potente di quello americano…

AP: Forse c’è un’epicità diversa… È vero quello che dici,  e sicuramente è un elenco anche limitato, poteva essere molto più lungo. Si è cercato di rievocare anche dei personaggi che in qualche modo per vicinanza fossero legati al mondo dei Gang. Così ci sono dei riferimenti non solo politici ma anche musicali, da Joe Strummer a Bob Marley, personaggi comunque molto trasversali che hanno fatto tanto su piani diversi, con strumenti e mezzi diversi. 

RT: Qua c’è una questione che emergeva da quel giro di conversazioni sulla traduzione a cui hai partecipato anche tu, cioè che forse la traduzione migliore è quella che si preoccupa meno di essere una traduzione, è quella che mette le mani sulla canzone e la fa propria. In fondo è quello che avete fatto con la versione dei Gang. Poi mi colpiscono anche altri episodi, nel senso che mi pare che in questo senso, uno che ha azzardato molto, per esempio, è Max Manfredi. Ha preso la canzone di Butch Hancock e l’ha portata nel Mediterraneo. “She Never Spoke Spanish to Me” è diventata “In arabo non mi ha parlato mai”…

Max Manfredi

AP: Sì, quella è un’altra mia idea. Beh, Max musicalmente è un fuoriclasse, è veramente uno dei cantautori più geniali, è un patrimonio della cultura italiana. Penso che Max Manfredi sia veramente uno dei più grandi in assoluto e lui si è spesso cimentato, ha sempre esplorato, ha fatto dei viaggi importanti nel Mediterraneo e non solo, sia a livello di testi che di musiche. Quindi l’idea era di coinvolgerlo in questa canzone bellissima di Butch Hancock — che conosciamo anche grazie alla versione di Joe Ely.

RT: Come ti è venuto in mente?

AP: Quest’estate ero in vacanza a Vejer de la Frontera, sull’Oceano Atlantico, in Spagna, sotto il Portogallo e mentre ero lì mi è venuta l’idea. Ho pensato al Marocco, al rapporto tra il Marocco e la Spagna e a quello tra gli Stati Uniti e il Messico. In questo gioco di specchi e di contaminazioni ci è venuta l’idea di adattare la storia, di spostarla tra Spagna e Marocco. Poi Max ci ha messo mano, la canzone l’abbiamo tradotta assieme, ma nella storia il personaggio è italiano, mentre per come l’avevo vista io all’inizio, la vedevo invece tra Spagna e Marocco. Però poco cambia, il concetto era di portare la canzone da un’altra parte, e Max è stato geniale anche nel cambiare…

RT: Sì, la trovata geniale è quella dell’arabo al posto dello spagnolo!

AP: E poi lui ha detto: “se la storia deve avere questa matrice araba, anche la melodia, anche gli accordi dovranno essere ritoccati”. Così è riuscito a tenere un legame forte con l’originale ma portandola veramente completamente da un’altra parte. Sì, è davvero una delle cose più riuscite, più azzardate, più interessanti e affascinanti di questo disco.

Claudio Sanfilippo

RT: In un altro modo la versione che Claudio Sanfilippo fa della canzone di Gillian Welch è particolarmente forte perché se uno sa cosa sta facendo Claudio in questo momento, la sente come una canzone profondamente autobiografica. Lui ha appena fatto un album che ha una rilevanza straordinaria nella sua carriera e nella sua vita, e ha deciso di non metterlo sulle piattaforme digitali. Allora se uno ascolta quella canzone (“Ora tutto è gratis”) e ha sullo sfondo queste informazioni, la sente come una canzone che è diventata sua.

AP: Sì, è vero, assolutamente. Nel caso di Claudio, come ti dicevo anche per Priviero, c’è un rispetto talmente grande, a scatola chiusa, verso quello che già hanno fatto in questo mondo che per me è stato molto bello venire a conoscenza di questo amore, della sua passione verso questo tipo di musica. Credo che Claudio sia uno di quelli di cui sul Buscadero non si sono mai letti. E il valore di questo progetto è di creare un legame anche con artisti straordinari, cantautori che meriterebbero assolutamente questo tipo di vetrina. Nel suo caso tutto è avvenuto in maniera molto naturale perché lui ha tradotto Dylan, Neil Young e molti altri, ma quando mi ha fatto il nome di Gillian Welch ho detto: è perfetto! Poi me l’ha mandata la prima volta come mp3 sul telefono e suonava già perfetta così, in punta di piedi, molto dolce, un messaggio molto forte. Come dici tu molto rappresentativo di quello che fa, ma anche quasi sussurrato.

Stefano Barotti

RT: Alcune di queste traduzioni si erano sentite già in giro. Quella di Phil Ochs fatta da Stefano Barotti mi sembra perfino più bella delle sue precedenti.

AP: Sai, organizzo da tanti anni questo tributo a Townes Van Zandt da tanti anni e  di alcuni di questi cantautori, come Stefano Barotti che è un carissimo amico, sono veramente un fan da sempre. Stefano, dal primo momento in cui l’ho conosciuto, ho sempre cercato di coinvolgerlo, di chiamarlo. Lui viene molto spesso al festival su Townes Van Zandt e spesso si cimenta anche lì in traduzioni. A volte, pigramente, va a  riprenderne una che aveva tradotto qualche anno prima, o rimette mano su qualcosa che avevo tradotto io. Sapevo di questa bellissima traduzione che aveva fatto di Phil Ochs e quindi gli ho chiesto di lavorare su quella.

RT: E versioni già uscite ufficialmente ce ne sono?

AP: Sicuramente già edita è quella dei Luf, che era su un loro disco. Tutto il resto dovrebbe essere completamente inedito.

RT: Un’altro argomento che mi rimanda a quel giro di conversazioni sono le traduzioni in dialetto. Ne parlava Claudio Sanfilippo, parlava del fatto che tradurre in milanese ti scioglie da certi vincoli della lingua italiana che è fatta di parole lunghe, di metriche che non si incastrano o si incastrano con tanta fatica. M’hanno colpito molto la versione dei Luf di “American Land” e poi Charlie Cinelli che rifà Guy Clark: secondo me farlo in italiano era impossibile.

AP: Eh sì, ma proprio in generale tradurre in italiano dall’inglese è difficile, quello che dici è vero, il problema degli accenti… Ma mettici anche che un certo tipo di cantautorato, da De Andrè in poi, ha creato anche una dipendenza, se vuoi, da un certo linguaggio… Vero, anche soltanto gli accenti, le tronche, è cambiato molto il modo di scrivere. Il dialetto in questo ti apre davvero degli scenari molto interessanti, soprattutto per chi il dialetto lo vive e lo mastica, come nel caso di Charlie. Lui fa tutto in dialetto, vive nelle sue valli… ecco quello è Charlie Cinelli, quindi per lui è molto più semplice. Credo che se dovesse farla in italiano, la tradurrebbe prima in dialetto per poi ritradurla in italiano dal dialetto. Per lui il dialetto è assolutamente naturale. Con Charlie avevo già lavorato in passato a un disco che andava proprio in quella direzione. Si chiamava Rio Mella e metteva insieme dialetto con però anche qualche spunto in spagnolo, in inglese, in italiano. C’era una traduzione di “Gallo del Cielo” di Tom Russell…

RT: E c’era “Pablo” di De Gregori!

AP: Sì, fatta in stile tex-mex. Ma comunque in italiano Charlie difficilmente lo ascolti. La sua lingua è il dialetto, in questa caso non è una scelta di metodo, di semplicità, ma è proprio l’unica strada naturale percorribile per lui. Questa canzone lui l’aveva tradotta un paio di anni fa quando era venuto al festival di Townes Van Zandt e l’aveva fatta solo dal vivo. Allora l’ho chiamato quando stavamo realizzando questo disco e gli ho detto “vai a riprendere il pezzo che avevi fatto, quella demo”. Lui ci ha mandato questa demo, noi l’abbiamo mandata in Texas a Andrew Hardin, chitarrista che suonava per Tom Russell, ci ha messo a distanza una chitarra acustica e questa è la versione finale che si sente sul disco. Alcune registrazioni sono molto semplici, è chiaro che il limite di questi progetti è che per le fonti, il modo di lavorare, di registrare, non c’è una guida, una produzione reale. Cosa che invece siamo riusciti a fare nel disco Americana.

RT: Pensavo proprio a questo: immaginando questo progetto fatto di con registrazioni autoprodotte che i musicisti ti mandavano, mi aspettavo una discontinuità di suono e di produzione anche urticante che però, ti dirò, non ho sentito. Certo, al di là delle ambientazioni e degli stili anche molto diversi fra loro…

AP: No, per due motivi: uno è che è stato fatto un lavoro forte di mastering su tutto. E l’altro è la scelta di lavorare anche sulla scaletta, sull’alternanza dei brani. Poi comunque ci sono delle identità forti e ci sono delle session, delle registrazioni che sono state fatte tutte nello stesso posto, per esempio nel salotto di casa di Paolo Ercoli, adattato a  home recording studio con un microfono, uno Shure SM58. Lì hanno registrato Veronica Sbergia e De Bernardi, la stessa Claudia Buzzetti, abbiamo fatto la pre-produzione del mio brano, quello che ho fatto di Richard Shindell, che poi in realtà ho finalizzato nello studio di Pavia dove abbiamo registrato anche quello dei Gang. Dunque alcuni elementi sono legati da un filo, altri invece, come ti dicevo, sono arrivati già confezionati. È il caso dei Luf, di Priviero, dei Crowsroads, realizzati con una buona produzione, si sente che sono state fatte in uno studio. Altre sono più delicate, più casalinghe ma assolutamente molto potenti come lo stesso Sanfilippo, Sipolo, Barotti, Cinelli, come Roberta Finocchiaro, che ha fatto tutto da sola a casa anche lei.

Roberta Finocchiaro

RT: C’è tanto lavoro in questo album che un po’ piange il cuore che rimanga fra pochi intimi…

AP: Poi chissà, magari riusciremo nel frattempo a farci dare i permessi di tutte queste traduzioni e si potrà decidere diversamente. Anche perché l’idea comunque è di lavorare ogni anno su progetti di questo tipo. Il campo delle traduzioni è davvero ostico però magari quest’anno abbiamo esagerato, sono 36 canzoni, 16 su questo CD di traduzioni e 20 su un CD doppio di quell’altro americano. Si potrebbe lavorare su un unico disco annuale che possa essere anche un ibrido tra questi due e magari si metteranno solo le traduzioni che avranno i presupposti per esserci. Però per quest’anno l’idea era troppo ghiotta, e sulla scia dell’entusiasmo per il festival del Buscadero e dell’affetto del pubblico ma anche degli stessi musicisti che in questi anni hanno suonato, è stato facile chiamare a raccolta tutti questi personaggi. C’è un grande affetto, una grande riconoscenza verso questa rivista che ha fatto davvero tanto in Italia per la musica americana. 
Tutti questi artisti conoscono il Buscadero e sanno cosa la rivista abbia fatto per loro. Se hanno un profilo in Italia gran parte del merito va al Buscadero. Molti di loro hanno suonato al Buscadero Day, così è partita una vera e propria cordata per fare qualcosa per questo evento che quest’anno rischiava di non esserci, un ringraziamento per la rivista che sta dietro al festival.

RT: L’album doppio punta anche al mercato estero?

AP: È pensato soprattutto per quello. All’interno del cd fisico c’è questa frase: “You can call it blues, folk, alternative country, singer/songwriter, you can call it americana. In Italy we call it Buscadero”, perché di questo genere che in America ha cambiato nome tante volte e che va dal folk al blues al rock USA, il Buscadero è diventato un paradigma. E nel booklet c’è una piccola storia con le copertine celebri, dalla prima, storica, del 1980 con Bruce Springsteen. L’idea è che questo album possa volare anche fuori dall’Italia perché è un progetto di una bellezza che va oltre i confini, sia per le canzoni scelte che per le interpretazioni. Ci sono dei momenti davvero straordinari. Così mi auguro che questo disco possa andare lontano e far sapere ancora di più quanto è stata importante questa rivista per far arrivare questa musica in Italia. Gli artisti coinvolti lo sanno, molti loro colleghi lo sanno. Se vai in Texas i cantautori di lì sanno tutti cos’è il Buscadero.

RT: Dimmi di te e di quello che fai adesso, a cosa stai lavorando? Sia come musicista che come agitatore culturale, intendo…

AP: Sì, perché poi continuo a muovermi sui due fronti… Come musicista e produttore, ho appena finito di lavorare al nuovo disco di Bocephus King, che uscirà a febbraio. Sarà il primo di una trilogia e si chiamerà The Infinite and the Autogrill, vol. 1, dove “The Infinite” è “L’infinito” di Leopardi, e “The Autogrill”…

RT: …la sua versione di Guccini!

Bocephus King

AP: …sì, “Autogrill” di Francesco Guccini. Canzoni, o poesie come nel caso di Leopardi, che lui ha tradotto e musicato, che non troviamo su questo primo volume e che staranno nel secondo o nel terzo. In questo primo ci sono “Lugano Addio” di Ivan Graziani e “Crêuza de mä” di Fabrizio De Andrè. Il disco è bellissimo, in tutto l’album suona Mario Arcari, che è stato compagno di viaggio di Ivano Fossati e dello stesso De Andrè. Porta le loro canzoni (un po’ come dicevamo prima di Manfredi) in luoghi molto lontani dai nostri, in altri scenari e altri immaginari. E dunque questo disco di Bocephus è molto interessante, perché ha una forte matrice legata al soul e al rock and roll, da cui lui proviene, ma apre una finestra sulla canzone d’autore italiana e mediterranea. Abbiamo registrato in Italia, in uno studio bellissimo a Meda, lo Shelter Recording Studio, e sono molto contento di averlo scoperto. Credo che nei prossimi mesi faremo molte cose lì. Jono Manson lo ha prenotato per marzo, quando verrà in Italia per fare una session intorno alle date del Townes Van Zandt Festival, che sarà il 7 marzo (il giorno del compleanno di Van Zandt). Sarà un’occasione per vedere Eric Andersen, Bocephus, Jono, Thom Chacon, Chris Buhalis, Radoslav Lorkovic e tanti altri. Ci sarà un cantautore che viene dall’Austria e canta Van Zandt in ladino. Ci saranno probabilmente artisti francesi, e poi dalla Svezia e dall’Olanda. È un appuntamento che si rinnova, siamo credo alla sedicesima edizione, se non sbaglio. È per me l’appuntamento più divertente e più bello dell’anno. E ci sarà anche Joe Bastianich, che è un vero appassionato di questa musica.

RT: Prima ti definivo un “agitatore”…

AP: Ecco, come agitatore, visto che si parlava di Como, l’11 gennaio (ndr: la conversazione avviene ai primi del mese) suoneranno i Gang (e questo, con la canzone che abbiamo fatto, assume un significato ancora più forte), e poi arriveranno Bobo Rondelli e Igor Protti, il calciatore del Livorno. Tra Como e Livorno c’è una storica antipatia calcistica e non solo. 

RT: Cioè…?

AP: Beh, dietro alla rivalità delle tifoserie ci sono questioni che riguardano l’identità delle città. Livorno è una città storicamente rossa e Como è l’opposto, quindi quando ho chiamato Igor Protti e gli ho detto che volevo organizzare questa serata, mi ha detto: “sei sicuro che vuoi farla a Como?” (Ridiamo) Certo che voglio farla a Como, sarà una settimana che si aprirà col concerto dei Gang e con la canzone di Steve Earle che abbiamo ambientato nelle vie del centro della città, e si chiuderà con l’ironia di Bobo Rondelli e l’impegno di Igor Protti in uno spettacolo interamente dedicato alla città di Livorno. Tutto questo accadrà in un locale che si chiama Officina della Musica, che d’ora in avanti diventerà il punto di riferimento per le cose che faremo sul territorio, principalmente nella stagione invernale. Portare questo genere di cose a Como è una sfida importante, è una città chiusa e difficile. Questo è uno degli obiettivi del 2020.

RT: E il Buscadero Day?

AP: Siamo già all’opera anche per quello. Si farà sempre in provincia di Varese, a Ternate come lo scorso anno in collaborazione con WoodinStock, questa associazione che da anni combatte il Parkinson a suon di musica e con cui è nata una bella collaborazione, una delle piacevoli novità dell’ultimo Buscadero Day.
In tutto questo, ho sempre un disco nel cassetto da concludere, e magari quest’anno mi deciderò a lavorare anche su quello…

RT: Si parlava di Jono Manson e Bocephus King. Ci sono musicisti che dal continente americano trovano in Italia una specie di seconda patria…

AP: Sì!

RT: Credo dipenda anche dal grande lavoro di connessione che fanno quelli come te…

Jono Manson

AP: Sì, poi questo lavoro ha dato anche a me l’opportunità di riinnamorarmi della bellezza del nostro paese. Soprattutto nel periodo in cui giravo con questi artisti, attraversavamo in macchina l’Italia nelle strade secondarie, fermandoci sull’Appennino in località fuori porta… E Jono ci ha anche vissuto, è stato per anni a Tellaro, un villaggio di pescatori nella parte di Liguria che confina con la Toscana, con la Lunigiana. Jono conosce molto bene l’Italia, e questo legame si rinnova ogni volta che viene in Italia, ma anche ogni volta che viene contattato da gruppi italiani che gli chiedono di lavorare insieme, come i Gang, i Mandolin Brothers, e anche Edoardo Bennato, che con Jono sta lavorando a un progetto di traduzioni: stanno traducendo tutto Peter Pan in inglese.
Quella di Bocephus è una storia diversa. È la storia di un ponte che abbiamo percorso più volte in entrambe le direzioni. Io sono stato suo ospite anni fa a fare due dischi in Canada, prodotti da lui. Era venuto più volte in Italia grazie al Buscadero, era stato in copertina fra il 1999 e il 2001 e così si è costruito una solida base. Poi lui ha stabilito anche altre connessioni, è stato due volte al Premio Tenco, ha vinto il Premio “Pigro” dedicato a Ivan Graziani, è entrato col suo modo globale, universale di fare musica che gli ha permesso di innescare certe dinamiche. Lui è unico da questo punto di vista. Con gli americani è importante la fiducia, con molto di loro ho una forte amicizia. Quando ho chiesto a James Maddock di rifare Madame George di Van Morrison, l’ha fatta perché gliel’ho chiesto io. Lui avrebbe scelto un’altra canzone, ma si è fidato e ha fatto quella canzone che so che per chi legge il Buscadero è un riferimento. E infatti ne è venuta una canzone bellissima. Per alcuni di loro finisce lì, sono un po’ più chiusi. Invece uno come Bocephus King ti permette di andare veramente oltre, anche un’idea bizzarra è pronto ad accoglierla ed elaborarla con te.  È stato molto bello lavorare con lui sull’ultimo disco, una bellissima esperienza. Non vedo l’ora che esca. A febbraio verrà per cominciare un lungo tour, parallelamente ci sarà Jono Manson, arriverà Thom Chacon, Chistian Kjellvander dalla Svezia, e poi tutti insieme confluiranno nella grande serata del 7 marzo dedicata a Townes Van Zandt.

RT: Ti ringrazio tanto ancora una volta della disponibilità. Buon lavoro e buon anno, Andrea!

AP: Ciao, a presto!

[Grazie a Marisa per la trascrizione]