Ovvero come scrivere un articolo su una delle chitarriste più dotate del momento… parlando di banjo

di Maura Tomei

Maura è nata a Roma, è cresciuta a L’Aquila, vive da 15 anni a Milano, dove fa la copywriter e content strategist freelance. Un giorno ha scoperto il banjo e da quel momento non lo ha più mollato. Suona con The Folding Chairs, un progetto che mescola folk, irish e bluegrass con la musica contemporanea, e si diverte un sacco. 
Ha la fissa per i podcast, un amore inestinguibile per la montagna e la malattia del banjo: quindi un giorno si ritirerà in una baita in quota e passerà i suoi giorni a registrare podcast sulla musica bluegrass. 

photo by Kaitlyn Raitz

La prima volta che ho sentito nominare Molly Tuttle è stato nel 2017, dal mio maestro di banjo. “Mi sono innamorato”, mi ha detto. Appena finita la lezione ovviamente sono subito andata a cercarla in rete, questa ragazza che a 24 anni aveva appena vinto il premio come Guitarist of the Year della International Bluegrass Music Association.

Per alcuni di voi questo titolo non significherà moltissimo. Ma per chi si muove nel mondo della musica tradizionale americana – un enorme e stupendo calderone che va dal folk all’Old Time, dal bluegrass alla roots music, dal country a quella che loro giustamente hanno auto-definito “Americana” –, un riconoscimento del genere non è certo una cosa da poco. Tanto più che con quel premio Molly Tuttle ha frantumato giusto un paio di record: la prima donna a ricevere questo premio da quando è stato istituito nel 1990, nonché la prima ad essere mai stata candidata. A 24 anni. 

Quando si parla di equality, gender gap e soffitti di cristallo secondo me non si pensa abbastanza al mondo della musica e a come è difficile per una donna ottenere riconoscimento e affermazione per le sue capacità autoriali e di strumentista, prima ancora che come cantante o performer. Molly ne parla brevemente ma molto bene in una bella intervista con CBC Music, sottolineando che ancora oggi una donna deve in qualche modo provare di essere all’altezza, molto più di quanto non tocchi a un uomo.

Ma lei la prova l’ha superata per bene, tanto che il premio Guitarist of the Year lo ha vinto anche l’anno successivo, insieme quello come Instrumentalist of the Year dell’Americana Music Association. E insieme all’ammirazione non solo del mio maestro, ma di parecchi altri amanti della musica fatta bene. E senza aver nemmeno ancora pubblicato un full lenght album! Prima del 2019, infatti, Molly aveva all’attivo un solo EP, Rise, oltre a una discreta quantità di video home-made, di performance live e di collaborazioni musicali in cui aveva più che dimostrato di essere brava abbastanza. 

Questo brano del 2016 si chiama proprio “Good Enough”. Valutate voi 🙂 

Se avete un po’ di confidenza con la musica popolare americana e con la sua storia, non vi stupirà affatto sapere che Molly è cresciuta in una famiglia di musicisti, che a 11 anni partecipava già alle bluegrass jam e che a 15 anni andava in tour con la band di famiglia.  

Per molti americani è piuttosto comune avere un background musicale che si intreccia con le vicende familiari: soprattutto nelle zone intorno ai monti Appalachi e nelle zone rurali degli stati del Sud, la storia della musica tradizionale è tutta un fiorire di violini che si tramandano di padre in figlio, di banjo strimpellati sotto il portico e di barn dance nelle occasioni di festa. Suonare uno strumento era una cosa piuttosto comune, suonarlo insieme al resto della famiglia quasi naturale, farne una carriera diventava la strada di qualcuno. Quella di Molly Tuttle è cominciata quindi con The Tuttles: il padre Jack, i fratelli Sullivan e Michael e l’amico A.J. Lee. Con loro ha pubblicato due album prima ancora di compiere 18 anni e nel 2015 si è trasferita a Nashville, dopo aver studiato al Berklee College of Music e avere, in ordine sparso: fondato band, pubblicato EP, fatto tour e soprattutto essersi fatta conoscere grazie a dei semplicissimi video in cui ci sono solo lei, la sua chitarra e le cose incredibili che riesce a fare.

La velocità, la grazia e la complessità del suo stile sono le cose che più saltano agli occhi, e alle orecchie. E che le hanno fatto guadagnare la stima di musicisti e appassionati non solo negli Stati Uniti ma sempre di più anche all’estero, soprattutto dopo l’uscita del suo primo vero album, che con una certa dose di autoironia ha intitolato “When you’re ready”.
Se non era pronta lei… non lo so 🙂  

Anche io, come tanti, sono rimasta a bocca aperta la prima volta che l’ho vista suonare… per una come me, che la chitarra ha imparato a suonarla quel tanto che basta per cantare davanti al fuoco sulla spiaggia, la velocità delle sue mani sulle corde ha qualcosa di ipnotico e misterioso. Ma ascoltandola e conoscendola sempre meglio mi sono resa che c’era qualcos’altro, nel suo stile, che mi rendeva così felice e coinvolta. Il banjo. 

Perché Molly Tuttle sarà anche la Guitarist of the Year degli ultimi anni, ma la sua musica e il suo stile sono punteggiati di influenze che arrivano non solo dal bluegrass,  il “brodo musicale” in cui si è formata, ma direttamente dal mio strumento del cuore: il meraviglioso, tintinnante, rumorosissimo banjo. Sì, inutile dire che Molly Tuttle suona – e bene – pure quello. 

Così oggi, delle tante cose che ci sarebbero da dire di Molly Tuttle, voglio raccontarvene due che attingono direttamente alle anime più profonde del banjo: i roll del banjo bluegrass e il clawhammer del banjo Old Time.  

Crosspicking. I roll sulle sei corde

AcousticGuitar.com: Crosspicking 101, a private guitar lesson with Molly Tuttle

Molly Tuttle suona prevalentemente in stile flatpicking che, come i lettori del ragno sapranno molto bene, vuol dire colpire le corde con il plettro invece che con le dita. E in questo bellissimo video-lezione su Acoustic Guitar spiega il crosspicking, tecnica che consiste nel suonare gruppi di tre corde, alternandole secondo un pattern stabilito. Una cadenza che riproduce la fluidità morbida del fingerstyle e che, soprattutto, è uno degli elementi più tipici del banjo three finger style: il roll. Questa breve sequenza di corde pizzicate nello stesso ordine e ripetuta costantemente – spesso a velocità insane –  è infatti uno dei fondamenti del banjo bluegrass, è quello che crea la sensazione di onda, di suono rotolante e percussivo su cui si innesta la melodia.

Nella lezione Molly illustra due dei roll più basici del banjo bluegrass, il forward e il backwards, dimostrando come realizzarli utilizzando il plettro per creare la stessa fluidità di suono che i banjoisti ottengono “facilmente” utilizzando i fingerpicks sulle tre dita. Le differenze fondamentali, spiega Molly, stanno nella scelta della direzione del picking in base all’effetto che si vuole ottenere: lei ad esempio preferisce alternare sempre la direzione – down e up – perché le permette di far risaltare meglio le singole note. Ma nel video spiega molto bene anche le possibili alternative, e vi assicuro che ascoltare lei è molto più facile che leggere me 🙂 

MOLLY TUTTLE

Da quanto ho cominciato a studiarlo, circa sei anni fa, ancora non ho finito di stupirmi per la capacità silenziosa e tenace con cui il banjo ha saputo mantenere una sua presenza nella musica americana. Anche quando è stato relegato in secondo piano dalla chitarra, anche quando è stato bollato come strumento hillbilly, simbolo di un’america rurale spesso vista come rozza e ignorante. Il suo sound, la sua accordatura aperta, le sue tecniche hanno continuato a infiltrarsi nelle evoluzioni degli stili creando nuove opportunità e ispirazioni anche per chi quello strumento non lo suonava affatto. 

Forse quindi potrete capire perché quando ho sentito Molly Tuttle spiegare a chissà quanti aspiranti chitarristi il backwards roll, e poi dimostrarlo praticamente utilizzando “Worried Man Blues” – che è la prima canzone su cui io ho praticato quello stesso roll tanti anni fa – mi sono sentita così emozionata e un pochino (per quanto ingiustificatamente) orgogliosa.  

Clawhammer: l’Old Time e l’accordatura aperta

Per quanto sia unanimemente riconosciuta e premiata per il suo flatpicking style, uno di motivi per cui Molly Tuttle ha di recente fatto un po’ il giro dell’internet non ha niente a che vedere con il plettro quanto con un’altra tecnica che – indovinate un po’ – viene dal banjo, e che lei ha adattato alla chitarra con un risultato sorprendente. Ascoltare per credere:

La chitarra clawhammer non è una cosa mai vista, intendiamoci. Lei stessa racconta di averlo imparato da uno dei più grandi rappresentanti di questo stile, Mike Stadler. Ma certamente non è una competenza comune e non è facile incontrare artisti in grado di suonarlo con tanta grazia, aggiungerei. 

Il clawhammer è tipico della musica Old Time e viene utilizzato sul banjo da moltissimi artisti. Un nome tra tutti: Rhiannon Giddens, di cui il ragno ha già parlato ma di cui si potrebbe parlare all’infinito per quanto mi riguarda! 

Le caratteristiche principali dello stile clawhammer sono due: la posizione della mano, che assume una forma che ricorda l’artiglio (da qui il claw),  e la direzione del picking, che è rigorosamente verso il basso (da qui l’hammer) e alterna pluck con il pollice e strum con il resto delle dita. Il risultato è un movimento ipnotico e cadenzato in cui tutto quello che vedi è una mano che si muove compatta davanti alle corde, mentre quello che senti ha un ritmo serrato ma anche una ricchezza morbida e avvolgente.  

Per suonare in clawhammer style sulla chitarra è necessario prendere ancora un’altra cosa dal banjo, l’accordatura aperta, pratica tra l’altro estremamente comune a molti chitarristi nel folk e non solo (Keith Richards, anyone?).

L’accordatura aperta più classica è quella in Sol, il che vuol dire che sulla chitarra bisogna abbassare di un tono la sesta, la quinta e la prima corda. Ma quella che Molly usa per Take the Journey è leggermente diversa perché interviene anche sulla seconda corda, che da Si diventa Do: un’impostazione tipica della musica Old Time chiamata Mountain Minor Tuning, che grazie alla mancanza della terza genera un senso di indeterminatezza molto espressivo, che Molly definisce “bluesy”.
E Take the Journey è una canzone bluesy: parla della ricerca della propria strada, delle difficoltà che si incontrano sul cammino e del fatto che la cosa importante, sempre, è decidersi a partire, piuttosto che rimanere fermi sul ciglio. 

MOLLY TUTTLE

“No matter where it starts or where it ends, Take the journey. Someday you’ll make it back home again”.

A me piace moltissimo, e spero anche a voi. Ma la cosa che mi piace di più è pensare che a darle quel sapore avventuroso, quel perfetto accompagnamento all’urgenza di vivere di cui parla, sia proprio aver scelto di assorbire al suo interno una piccola parte dello stile del banjo, uno strumento ancora troppo poco conosciuto e che porta nel suo dna la vita e le storie di vagabondi, anime tormentate, immigrati e persino schiavi. Ma di questo parleremo un’altra volta!