Soprattutto a partire dai noti eventi del 2013, che non stiamo a raccontare perché sono noti a tutti, Caterino Riccardi (vi è chiaro il riferimento, spero), cantante, autore, chitarrista, suonatore di washboard, animatore, agitatore culturale padovano, è diventato un volto conosciuto per chiunque segua le vicende della musica roots in Italia. Leader dei Fireplaces, arriva ora con la sua nuova creatura, John Beer, che sono la sua anima più black.
Parlare con Caterino è complicato. Se lo chiami, probabilmente non lo trovi perché sta suonando da qualche parte. Se non sta suonando è in platea ad ascoltare qualche concerto. E se non è in platea, è solo perché l’hanno invitato sul palco. E se non suona, non è in platea e non è su un palco, sta dormendo perché ha fatto tardi ieri sera a suonare da qualche parte.
Insomma, non so se la vita del rocker sia ancora così alternativa, ma certamente è una vita fuori sincrono.

Radio Tarantula: Per cominciare: ti chiamo Andrea o Caterino?

Caterino Riccardi: Caterino.

RT: Ah ecco. È che a un certo punto ti ho visto circolare sui social col nome anagrafico…

CR: Ma no, è per via di Facebook e di qualche stronzo che ha segnalato il mio nickname.

RT: Ah! Possiamo scriverlo questo?

CR: Certo. Ho dovuto mandare la scansione del documento di identità…

RT: Caterino, dimmi per cominciare qualcosa sui John Beer, quando sono nati e come…

CR: Non ricordo esattamente quando e perché sono nati i John Beer… Ma diciamo che sono nati per dare sfogo al mio “io” elettrico. Io elettrico che trova i propri padri fondatori nel sound di band come Black Crowes, Allman Brothers Band, Grand Funk Railroad, Stephen Stills and Manassas, Tedeschi Trucks Band. Io elettrico che non poteva essere soddisfatto dall’attitudine dei Fireplaces. L’idea del trattore è presente sia in ambiente caminetti sia in ambiente JB…

RT: Aspetta, aspetta… trattore? Significa che il nome viene dai John Deere??

CR: Yes, sir.

RT: Ma sei un demonio. Vai avanti. Il trattore, dunque.

CR: …Di lui mi piace la potenza e l’attaccamento alla terra e la produzione di frutti. Infatti la musica che faccio è sempre musica per essere condivisa, non è mai onanismo musicale. Abbiamo cominciato facendo cover un po’ più energiche, rendendo omaggio a Rolling Stones, Neil Young, Elvis Presley, J.J. Cale e Marshall Tucker Band. È arrivato Danilo, batterista da piglio jazz. Un uomo dall’energia incredibile che ogni tanto va imbrigliata e controllata. Poi Gianni, percussionista la cui forza vitale e passione è tale che se potesse essere trasformata in energia elettrica potrebbe alimentare un carro armato russo T 72. Poi è arrivato il tastierista Manuel che con me aveva formato i Ginger Breaker, band funk, e che ho salvato sulla via di Damasco dai synth anni 80 facendogli scoprire i bellissimi suoni anni 70 tra Hammond, Wurlitzer, Clavinet e Moog.

RT: Dimmi un po’ di questa spola fra il folk e il rock più elettrico e venato di nero. Springsteen fa cose diverse in momenti diversi della sia vita, tu contemporaneamente!

CR: Ti ricordo che il mio nome è Caterino Riccardi. Quindi il mio primo riferimento musicale passa dal country folk di “Sweet Virginia” al rock di “Brown Sugar” al funk di “Heartbreaker”. Springsteen non hai nascosto il suo amore per il soul. La sua versione di “War” (di Edwin Starr) è epocale, ma ci sono una miriade di altri esempi dove l’uomo di Freehold offre il suo tributo alla musica nera anni degli anni 70. C’è persino una sua canzone in un tributo a Curtis Mayfield. Forse, e dico forse, Bruce non si è mai spinto fino al Funk.
Ad ogni modo, prima di essere uomo di Asbury Park sono uomo di Atlanta.

I noti eventi del 2013, che non stiamo a raccontare perché sono noti a tutti.

RT: Senti, a proposito di Asbury Park, tu e i Fireplaces avete suonato lì, è stata una delle conseguenze dei noti eventi del 2013 (che non stiamo a raccontare perché sono noti a tutti). Com’è stato suonare allo Stone Pony? È giusto dire che ha aperto una fase nuova della tua carriera musicale?

CR: Suonare Allo Stone Pony è stata una esperienza idilliaca. Serviti e riveriti. E accolti molto bene, visto che abbiamo proposto quattro canzoni nostre su sette in scaletta.

RT: Allora diciamo anche che, dopo i noti eventi del 2013 (che non stiamo a raccontare perché sono noti a tutti), è nata anche un’amicizia con Glen Hansard. Spesso sei sul suo palco, persino a Dublino… Com’è successo? Dai, racconta tutto.

CR: Dopo la mia esperienza con Springsteen, il mio parco amici Facebook è aumentato in a dismisura. Tra le tante persone c’è questa Sara da Roma, la quale aveva visto Glen e Springsteen a Kilkenny nel 2013. Attorno al 7 ottobre 2015 mi dice: dai vieni a Milano vieni a vedere questo Glen, se ti è piaciuta la Seeger Session ti piacerà anche lui. Vado a vederlo mosso da questa curiosità e rimango completamente fulminato. Uno show assurdo. Talmente bello che provo ad andare a vederlo anche a Bologna due giorni dopo. Ovviamente Bologna sold out!

RT: Sì, ma come è successo che sei finito sul suo palco?

CR: Torniamo a Bologna. Provo in tutti i modi a cercare un biglietto. Impossibile. Addirittura una tipa che non poteva andare me lo stava per vendere però voleva che fossi là il venerdì mattina. Quindi ho rinunciato. All’una e mezza del venerdì mi chiama il mio amico Mario da Vicenza, un notaio con il portafoglio a fisarmonica però con la santissima passione per la musica (credo abbia visto 150 concerti di Van Morrison). Mi chiede se mi piace Glen Hansard. Gli dico che la mia situazione emotiva era traballante per cui se era una presa in giro non era il momento adatto. Lui mi dice guarda ho tre biglietti, uno è tuo se vieni a Vicenza a prendermi e se mi porti indietro perché non ho voglia di guidare di notte.

RT: MI viene una parola per descrivere tutto questo, ma vabbè. Insomma, così arrivi al concerto. Ma sul palco??

CR: Allora… Mario mi dice che che è riuscito a prendere gli ultimi tre posti. Allora gli dico: visto che sono grassottello lasciami stare nel posto esterno così stendo le gambe. Tutto questo senza sapere come sarebbe andata. Alla terza canzone Glen dice: non sono abituato a vedere la gente seduta, per cui sperando di non mancare di rispetto agli altri alzatevi e venite vicino al palco. Io capisco immediatamente il senso del discorso e corro verso il palco armato di borsa con dentro una serie di ammennicoli. Ad un certo punto parte “Talking with Wolves”, una canzone che ricordavo perché avevo visto il tecnico di palco ad un certo punto avvicinarsi al microfono del batterista e suonare una maraca. A quel punto tiro fuori le mie, lui mi nota e mi chiama sul palco!

Con Caterino, in una serata di qualche anno fa passata a rievocare i noti eventi del 2013, che non stiamo a raccontare perché sono noti a tutti.

RT: Pazzesco. Guarda, riesco a crederti solo perché sono stato testimone da vicino dei noti eventi del 2013, che non stiamo a raccontare perché sono noti a tutti. Tornando al presente: so che hai in mente un album con John Beer. Dicci un po’ cosa ci sarà dentro…

CR: I John Beer hanno un altro tipo di attitudine e atteggiamento rispetto ai Fireplaces. Questo “nuovo” ambiente musicale (e metto nuovo tra virgolette perché in realtà era già stato esplorato in passato) mi ha stimolato per creare delle canzoni nuove canzoni che fanno l’occhiolino alla blaxploitation, al rock di Stephen Stills e Manassas, al rock psichedelico degli Allman Brothers o dei Grateful Dead. La cosa è talmente stimolante che a volte mi sveglio la notte con un giro in testa e devo assolutamente registrarlo sul cellulare, perché se faccio l’enorme errore di fidarmi della memoria, la mattina di sicuro non me lo ricordo. Addirittura l’ultima canzone, “Inspiration”, si è sviluppata in quattro giorni e due prove.
Stiamo condividendo sia i brani registrati in demo sia quelli video registrati live. Stiamo ricevendo una marea di complimenti e di apprezzamenti inclusi i tuoi. Per cui direi che lo stimolo per andare in studio è sufficientemente alto.

RT: Come lavorerete? Ci sarà una figura di produttore?

CR: Il fatto di entrare e uscire dagli studi di registrazione, come del resto il suonare tanto, ti permette di limare difetti e cercare di non ripetere errori precedenti. Per questo col 99% di probabilità ci appoggeremo a delle orecchie esterne. Orecchie che sono in assoluta sintonia con l’ambiente musicale in cui navighiamo. Per ora non possiamo fare il nome perché è un personaggio di non poco conto.

RT: Allora, a proposito dei video che si vedono in giro, raccontaci un po’ “Fearless Funk”

CR: È un brano che viaggia su due strade che hanno un denominatore comune, ovvero combattere la paura ingiustificata. Ci tenevo a raccontare le gesta del ragazzo di Torre Maura che da solo affrontò quel gruppo di fascisti che volevano impedire a una famiglia di altra etnia di prendere possesso di una casa popolare legalmente assegnata. Siccome quel ragazzo affronta la situazione da solo e senza paura, ho detto: mettiamo un testo che parla del coraggio di affrontare di petto certe situazioni. E ho pensato al fatto che il tipo di musica che facciamo noi è visto da persone anziane e dalla mente ristretta come una musica fastidiosa, se non pericolosa. Allora nel brano dico: più fastidio ti dà la mia musica, più alta la suono.

RT: Tu senti davvero che questa musica è ritenuta tuttora “pericolosa”? Tu che di musica ne porti in giro tanta e da tanto tempo, avverti ancora che c’è chi storce il naso? Come quando eravamo ragazzini?

CR: Parto da un presupposto che è un presupposto culturale: nessuno, e sottolineo nessuno, a nessun livello si è mai preoccupato di far crescere la cultura musicale. La cultura musicale onnipresente è quella classica. Ma nel 95% dei casi anch’essa fa parte di una corrente che la maggioranza segue. Quindi la si ascolta perché non dà eccessivamente fastidio, perché se si va ai concerti la gente è seduta silenziosa e impellicciata.

RT: Un altro video che circola è “Going to Delhi”

CR: “Going to Delhi” nasce dall’incontro tra un riff che avevo scritto circa dodici anni fa e l’accordatura di una canzone degli Interference, band irlandese molto, molto amata da Glen Hansard. La canzone in questione è “Gold” ed essendo una canzone marcatamente georgeharrisoniana, parla di fuga.

RT: Altri brani che vuoi segnalarci…?

CR: “Won’t wait to fight” è musicalmente un omaggio alla Harlem degli anni 70. Il testo parla della mia sempre minore capacità di sopportare e soprassedere di fronte all’ignoranza, insieme al bisogno di fare qualcosa ora per contrastarla. Nel mio piccolo cerco di organizzare concerti che per me significano offrire momenti di bellezza in modo che essi siano gocce di acqua limpida che almeno temporaneamente depurano il fango.

RT: Sai, Caterino, di te mi piace molto il fatto che senti di aver ricevuto tanto dalla musica (mi riferisco anche ai noti eventi del 2013, che non stiamo a raccontare perché sono noti a tutti) e che fai tanto per restituire a quelli che incontri. Questo merita molto rispetto. Penso anche a un fatto che mi vede coinvolto, ma questo ricordo rimane fra me, te e quelli che c’erano quella volta. Dicevi?

CR: Ancora, voglio segnalarti “Inspiration” che è l’ultima nata (in quattro giorni era pronta per il live) e parla della magia dell’ispirazione che ti fa scrivere una canzone. Parole e musica a volte fluttuano nello spazio e ci vuole un radar per catturarle a volte gironzolano vicino quindi basta un po’ di pazienza e amore perché diventino tue. Quando succede e il risultato ti piace assai la sensazione è quella di uno spettacolo pirotecnico che ruba la scena alla luna piena.

Caterino con Carlo Marchiori, chitarrista e neilyoungologo dei Fireplaces.

RT: Ecco, a proposito di scena: va bene i cd, ma tu sei uno da palcoscenico. Pensando alla tua esperienza di musicista live, di divulgatore e intrattenitore in varie forme, come è possibile bucare il muro delle tribute band? C’è ancora spazio per chi porta in giro musica propria?

CR: Certo che c’è spazio. Solo che non è più vicino a casa. Bisogna girare, cosa che comporta fatica ma dà anche molte soddisfazioni. Nel senso che così devi affrontare pubblico diverso e non quello della tua comfort zone

RT: Quel che si dice trasformare i limiti in opportunità… Immagino che i live di John Beer prevedano anche escursioni nei classici, come per i Fireplaces…

CR: La parola classico è un po’ provocatoria, nel senso che ci sono canzoni che sono diventate dei capisaldi ma per i musicofili. Quindi, nonostante la loro importanza, sono sconosciute ai più. Ad esempio nel nostro repertorio c’è “Feeling alright” dei Traffic nella versione di Joe Cocker. Questa è una canzone famosa ma ben lontana dall’essere considerata un classico. Quindi come un sommelier musicale mi piace l’idea di offrire del vino particolare. Soprattutto con degli uvaggi che intrecciano la matrice originale alle mie, alle nostre personali interpretazioni.

RT: Qual è l’età media della gente che vedi nei locali? Ci sono i giovani? E quando ci sono, danno l’idea di averli assaggiati qualche volta quei vini o hanno l’aria da bevitori di coca cola?

CR: Se pensiamo a un campione statistico limitato alla mia zona, il popolo dei locali musicali è molto vario e dipende moltissimo anche dall’offerta musicale del momento. Per quel che riguarda i John Beer posso dire che ho visto bevitori di coca cola interrogarsi sul perché fino a quel momento avessero ignorato il vino buono. Ma il nostro genere è un genere che fa muovere il culetto…

RT: Senti, hai fatto cenno alle accordature… A Radio Tarantula interessano le chitarre, dicci del tuo rapporto con lo strumento. Con John Beer cosa suoni? Acustica o elettrica?

CR: Sono due mondi che non entrano in competizione tra di loro. Due mondi che soddisfano a modo loro le due anime che sono dentro di me. Che comunque, nonostante, la venetitudine, sono sempre anime afro, perché con i Caminetti mi piace quel tipo di blues intriso di gospel, e con il John Beer andiamo in zona blues-funk-psichedelia. Dove la matrice nera un po’ più moderna, un po’ più anni 70 è assolutamente evidente… Nei Caminetti è prevalente l’uso della chitarra acustica con un’incursione nella chitarra elettrica, mentre in maniera speculare nei Trattori c’è l’uso della chitarra elettrica con incursioni di chitarra acustica.

RT: In particolare, che strumenti usi?

CR: La mia prima chitarra, che ancora una signora chitarra, è una Cort costruita nel periodo in cui la marca stessa voleva sfondare in Europa, quindi ci mise dentro tutta la propria arte e si sente! È fatta di di legno grosso che suona da dio. Purtroppo sistema di amplificazione e chiavi sono andati in malora per cui per suonare assiduamente dal vivo non è affidabile.
Così in un momento di congiuntura economica favorevole trovai un tale a Portogruaro che si voleva sbarazzare della sua Martin. Una Martin quotata duemila euro, la presi a 850.
La mia bellissima chitarra elettrica è una Gibson Les Paul con tremolo Bigsby per emulare un po’ Neil Young. Ma attualmente sia per manico sia per suono anche per leggerezza sono diventato un uomo Telecaster. Prima avevo solo una Telecaster standard, ora mi trovo da dio con una Telecaster custom, anche se è made in Messico.

RT: E poi non dimentichiamo la resofonica, una Gretsch Alligator, giusto?

CR: La Gretsch Alligator è stata la rivelazione che mi ha cambiato la percezione del busking. Meno sforzo e più suono. È una chitarra da battaglia nel vero senso del termine.

RT: È deliziosa, la conosco bene… E ora l’ultima domanda. Un messaggio per i fan dello Stato Sociale?

CR: Copritevi le caviglie che prendete un accidente!