Radio Tarantula ha ascoltato questa estate “there is no Other” di Rhiannon Giddens e Francesco Turrisi. Un album importante — ed è importante che esca in questo momento: perché se c’è qualcuno che sa quanto sia falso il mito della separatezza e della staticità delle culture, è proprio chi fa musica.
Francesco Turrisi è stato tanto disponibile da rispondere, fra i suoi molti impegni, a qualche domanda del ragno. In una conversazione piacevolissima ha raccontato dei propri progetti, di quelli in duo, della ricerca condotta con Rhiannon Giddens sulle connessioni fra tradizioni apparentemente distanti.

Radio Tarantula: Ci aiuti a fare un po’ di ordine? Sei un pianista ma anche un polistrumentista. Ti muovi fra jazz, musica antica e musiche tradizionali. La tua discografia si articola in lavori a tuo nome e lavori in cui sei convolto con formazione di diversa ampiezza, da L’Arpeggiata a esperienze in trio o in duo come quest’ultimo album con Rhiannon Giddens. Ci fai un riassunto delle cose che stanno accadendo? In cosa sei impegnato attualmente?

Francesco Turrisi: Sono un musicista onnivoro, in qualche modo non riesco mai a stare fermo, o ad essere soddisfatto con un particolare genere di musica. Ho studiato pianoforte jazz al conservatorio, ma poi ho fatto un master di musica antica. Sono appassionato di tamburi a cornice dell’area mediterranea almeno quanto lo sono della fisarmonica brasiliana e bulgara. Mi interessano i liuti a manico lungo del medio oriente e ultimamente mi sono innamorato di un tenor banjo Gibson originale degli anni 20 con corde di budello

Con L’Arpeggiata

Da un punto di vista dei miei progetti personali per adesso lavoro sull’idea del piano solo. È il mio ultimo disco che si chiama Northern Migrations e secondo me riassume un po’ tutte le mie esperienze degli ultimi 10 anni. Quando mi siedo al pianoforte da solo mi sento completamente libero e disconnesso da qualsiasi schema musicale. Inoltre penso che la musica originale che scrivo per questo strumento sia un distillato di tutte le mie esperienze musicali.
In questo momento la collaborazione più importante è con la cantante americana Rhiannon Giddens. Nel nostro duo abbiamo una connessione molto particolare. Quando suono con Rhiannon mi sento libero di essere me stesso ancor più che nei miei progetti solistici. Nella nostra musica sembra esserci spazio per tutti i tipi di musica che mi interessano e per tutti gli strumenti che ho (ne suono 10 nel disco!). Abbiamo registrato il nostro primo disco in duo “there is no Other“, che ha ricevuto recensioni molto positive, e adesso stiamo già lavorando ai prossimi progetti. Siamo anche compagni nella vita da circa due anni e quindi questa non è solo una collaborazione musicale, ma ha radici e connessioni molto più profonde.

RT: Ah, ecco! Effettivamente la prima impressione alla notizia dell’album è stata di sorpresa, ma all’ascolto emerge una sintonia straordinaria. Come è cominciato tutto?

FT: Io e Rhiannon ci siamo conosciuti circa 4 anni fa. Le avevo scritto una email dopo aver scoperto che anche lei aveva un connessione molto forte con L’Irlanda e che praticamente la sua famiglia viveva a Limerick. Conoscevo il suo lavoro con i Carolina Chocolate Drops e mi interessava l’idea di provare a combinare i miei suoni, chiamiamoli “mediterranei”. con i suoi suoni “afro-americani” all’origine della musica americana. Ci incontrammo per una piccola “jam” a casa mia e ci rendemmo subito conto che questa mia intuizione era fondata. La combinazione dei nostri strumenti funzionò cosi bene che ci chiedemmo come mai nessuno avesse ancora provato a metterli insieme. Minstrel banjo con tamburi a cornice, fisarmonica e banjo eccetera. Dopo quel pomeriggio la mia idea era quella di provare a organizzare un concerto a Dublino per sperimentare ancora con questi suoni. Purtroppo le nostre agende non ce lo permisero, Rhiannon aveva appena lanciato la sua carriera da solista ed era super impegnata. Solo nel novembre 2017 siamo rientrati in contatto e siamo riusciti ad organizzare di incontrarci per portare avanti questo progetto.

Da quel momento in poi siamo stati inseparabili, abbiamo scritto insieme un balletto chiamato “Lucy negro redux” per il Nashville Ballet a febbraio 2019, abbiamo registrato il nostro disco in duo “there is no Other” e adesso stiamo cominciando una lunga serie di concerti per portarlo in giro.

RT: Scusa, in copertina il titolo è in stampatello maiuscolo, ma nelle altre “fonti ufficiali” è scritto con l’iniziale minuscola, tranne Other

FT: Sì, l’unica parola con la maiuscola è Other. Volevamo enfatizzarla perché si riferisce al verbo inglese “to other” – spesso nella forma “othering”. Ovvero l’idea che ci fa estraniare dalle persone diverse da noi, ed è un po’ alla base della deumanizzazione che sta dietro a tutte le forme di razzismo e odio verso l’altro. Ci sembrava un po’ più chiaro così… Perché “There is no other” potrebbe anche essere letto come una frase romantica, tipo “Non c’è nessun altro”. No, è proprio: il concetto di “altro” non esiste.

RT: Ecco, mi pareva di aver capito qualcosa del genere… Scusa la digressione, dicevi dei tuoi progetti con Rhiannon Giddens.

FT: Io e Rhiannon abbiamo un approccio molto simile alla musica. Abbiamo tutti e due studiato al conservatorio (lei canto lirico e io piano jazz) e dopo ci siamo tuffati a capofitto nelle musiche tradizionali connesse alle nostre radici (lei la musica del sud degli stati uniti io quella del sud dell’Europa). Entrambi abbiamo studiato in profondità e abbiamo un enorme rispetto per la tradizione ma non siamo puristi o conservatori, riusciamo a prendere gli elementi che ci servono per creare il nostro stile, che è una mescolanza unica di tantissimi stili diversi. Inoltre siamo tutti e due ricercatori e “nerd”, siamo appassionati di storia e passiamo molto tempo sui libri. Anche sul palco abbiamo un’energia molto simile e ci piace parlare con il pubblico e raccontare molte delle storie e delle connessioni che abbiamo scoperto.

RT: Ricordavo nella recensione al vostro disco che Rhiannon Giddens parla di “schemi globali” che ricorrono nella musica, al di là della provenienza di un certo genere. Tu che idea hai al riguardo? E poi, forse sarà una domanda ingenua, ma di cosa parliamo precisamente quando parliamo di schemi che ricorrono? Di forme che una cultura ha preso in prestito da altre (di recente rileggevo alcune storie del jazz, da cui emerge l’ipotesi piuttosto fondata che la progressione armonica del blues ricalchi quella del passamezzo, una danza europea del ‘500) o di qualcosa che assomiglia a una specie di archetipo che precede tutto quanto?

FT: Questa cosa del passamezzo è molto interessante, io parecchi anni fa ho scritto una specie di blues chiamandolo “Passamezzo moderno”, usando la linea di basso della danza rinascimentale (che conosco molto bene essendo praticamente un standard del tardo rinascimento) e componendo una melodia originale. All’epoca non immaginavo minimamente che potesse esserci una connessione. Le connessioni sono dappertutto nella musica. Più ricerchiamo e più ne scopriamo. Ti faccio un esempio. Il minstrel banjo che suona Rhiannon è molto diverso dai banjo moderni. È il primo esempio di banjo costruito commercialmente in america nel 19° secolo. La prima volta che l’ho visto ho pensato: sembra un tamburo a cornice con un manico attaccato e delle corde! Il meccanismo di accordatura della pelle è esattamente lo stesso di quello usato nei tamburi a cornice e soprattutto tamburelli già nel 17° secolo in Italia.

La cosa mi ha incuriosito e dopo varie ricerche e conversazioni con esperti, viene fuori che probabilmente l’organologia del banjo è stata completamente influenzata dai tamburelli, che erano super popolari nel 19° secolo in america. Questi tamburelli erano parte integrante del minstrel show, e venivano suonati molto spesso in maniera molto acrobatica e virtuosa. Vedendo alcune immagini di questi tamburellisti, mi sono reso conto che tenevano il tamburello nella stessa maniera di come si tiene in Italia e nel Mediterraneo e quindi la cosa mi ha incuriosito e spinto a fare ulteriori ricerche. In queste ho scoperto che il tamburello probabilmente è arrivato in america con le “janissary bands”, bande musicali che facevano parte dell’esercito inglese e che volevano copiare le bande dei giannizzeri…

RT: I giannizzeri? Cioè, mi stai dicendo che la storia del banjo passa dall’impero ottomano?

FT: In realtà gli inglesi, che non sapevano molto di musica ottomana, utilizzavano una sezione di percussioni tra cui spiccava il tamburello, sempre suonato da un musicista nero (!), con tanto di turbante e costume finto orientale. Questi tamburellisti erano talmente popolari in Inghilterra che si scatenò una moda per il tamburello all’inizio dell’800 a Londra. Sappiamo che questi tamburellisti insegnavano alle giovani fanciulle dell’aristocrazia a suonare il tamburello. Grandi compositori scrivevano opere da camera per tamburello (come Clementi), si inventò una notazione per lo strumento e furono scritti vari trattati su come suonare lo strumento (opere uniche in assoluto per il tamburello). Analizzando i trattati in dettaglio si scopre che lo stile che andava di moda a Londra era quasi identico allo stile tradizionale marchigiano del tamburello (!!). Stesso tipo di strumenti e stessi colpi… quindi una delle teorie è che ci fossero molti musicisti di strada a Londra che venissero dalle Marche e avessero reso popolare questo stile di tamburello per le strade dell’Inghilterra nell’800. Una piccola storia che ti va a connettere uno strumento afro americano dell’800 con il tamburello italiano! Tutta la ricerca che facciamo io e Rhiannon va a trovare queste connessioni. Nessuna musica, per quanto tradizionale, esiste in un “vacuum”. Siamo tutti influenzati da quello che sentiamo e tutto si evolve grazie a queste connessioni.

RT: Da qualche parte definisci quello che fai come una specie di “stile ECM”. Quali musicisti più anziani di te senti affini al tuo lavoro?

FT: Veramente non so se esista uno “stile ECM”. L’etichetta ha prodotto musica che va dalla classica contemporanea al free jazz. Sicuramente però ha aiutato a creare un tipo di sound tipicamente europeo dove la mentalità del jazz si accosta a sonorità più vicine alla musica classica. Meno interesse per lo swing e più ricerca sulle sonorità. In questo senso mi sento vicino a questa estetica. Mi interessa lavorare su un’idea del suono del pianoforte più vicino alla musica classica. Mi interessa sperimentare su palette sonore diverse e dinamiche più ampie rispetto al jazz piu tradizionale. Per questo motivo mi attrae molto il lavoro di alcuni pianisti come Keith Jarrett, Bobo Stenson, Paul Bley, John Taylor, che sono normalmente associati all’ecm. Sono anche un grande fan di Brad Mehldau, un pianista che ha questa forte connessione con il suono classico, ma anche un’energia ritmica e un time incredibili, probabilmente il pianista che ammiro di più in assoluto. Ultimamente ascolto e apprezzo molto anche Tigran Hamasyan, Bojan Z e Shai Maestro.

RT: Hai citato all’inizio il tuo album recente Northern migrations, a dieci anni dal debutto il tuo primo lavoro veramente da solista. Dal titolo fino ai brani scelti il cd parla di una molteplicità di influenze, di una sostanziale cosmopolitismo non solo musicale. Ma il fatto che il titolo sottolinei la dimensione del muoversi, del migrare, fa di tutte queste anime le tappe di un percorso. C’entra la tua esperienza personale di torinese trasferito in Irlanda? Ce la racconti? Che influenza ha avuto sulla tua formazione artistica?

FT: Assolutamente, il disco parla della storia di migrazione cominciata dalla mia famiglia ancora prima di me, dalla Sicilia a Torino, poi io ho continuato da Torino all’Olanda per studiare musica, poi dall’Olanda all’Irlanda. Ognuno di questi posti ha influenzato la mia musica, ma in maniera abbastanza assurda e imprevedibile. In Italia mi sono innamorato del jazz da teenager e sono andato in Olanda a studiarlo. In Olanda ho scoperto la musica antica e me ne sono appassionato. Dall’ Irlanda, forse influenzato dalla forte presenza della musica tradizionale irlandese, ho veramente ricercato e studiato varie musiche della mia terra d’origine e del Mediterraneo. Posso decisamente dire che ho passato la vita a migrare, e per quanto la mia sia una migrazione “privilegiata”, ha creato uno strano senso di non appartenenza che è tipico dei migranti. Non si appartiene più al paese di origine e non si appartiene mai al nuovo paese. Penso che questo concetto si sia applicato in qualche maniera anche alla mia musica. Nessuno di tutti questi stili o strumenti che ho studiato mi appartiene veramente e profondamente, ma ho preso degli elementi da tutti questi e li ho mescolati creando quello che il mio stile.

RT: Ecco, dell’album colpisce il modo in cui entri nelle musiche tradizionali e le dilati, le sottoponi a un trattamento da jazzista. C’è “Alla Carpinese”, sul quale ti cimenti non per la prima volta. Il Mediterraneo sembra esercitare su di te un richiamo forte…

FT: Questa melodia è molto forte per me… quasi non riesco a smettere di suonarla, in mille contesti diversi.
Calcola che è un’elaborazione fatta da Pino de Vittorio da una registrazione di campo sulla quale la melodia è pressoché incomprensibile, quindi forse dovremmo definirla come reinterpretazione di musica tradizionale. Ci sono molti suoni che vengono dal mediterraneo che hanno un forza quasi magnetica su di me e non so neanche spiegarti il perché. Per esempio sono molto colpito da un tipo di malinconia che pervade la musica turca, sia tradizionale che classica.
Recentemente un po’ per divertimento ho fatto un test del dna (molto comune in America ma non tanto dalle nostre parti). Non ho avuto grandissime sorprese dai risultati, sembro essere quasi al 100% mediterraneo, con componenti ovviamente siciliane, poi greche, nord africane, spagnole, turche… e così riflettevo sul fatto che le musiche di questi paesi sono quelle dalle quali mi sento più visceralmente attratto… sarà una coincidenza?

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