Foto di Max Fortuna

Ecco la seconda parte della lunga intervista a Claudio Sanfilippo sul suo novo album “Boxe”.
Che in realtà è qualcosa di più di una tappa in un percorso discografico: è un modo di raccontare i primi quarant’anni di una gran bella storia.

Non è un caso se una chiacchierata su questo disco è diventata praticamente un viaggio nel mondo del suo autore, nel suo passato e in un futuro che appare altrettanto creativo.
La prima parte della conversazione la trovate qui.

RT: Claudio, continuiamo a parlare del disco. A proposito di quei primi anni ’80, la canzone che viene subito dopo è “Riccioli neri” che è la più antica di questa raccolta e forse qua davvero si sente un linguaggio forse più… 

CS: …un po’ più acerbo

RT: Ecco, acerbo! In senso buono…

CS: Sì, è vero, un po’ più acerbo nel testo, però anche questa è una canzone che mi aveva dato parecchia soddisfazione perché credo fosse la prima in cui avevo scritto una parte solo chitarristica. Mi è sempre piaciuta, ci sono affezionato, stiamo parlando ancora di quella prima metà degli anni ’80…

RT: Un periodo molto proficuo…

CS: Sì, un periodo in cui iniziavo a sparar fuori a mitraglia canzoni sempre a cavallo tra la classica e l’acustica, è proprio il periodo in cui io mi sono, come dire?, formato. Imparando dai musicisti con cui suonavo, soprattutto con Francesco Saverio Porciello (Savè), tutto il mondo della bossa e delle influenze jazzistiche è arrivato con lui. “Riccioli neri” l’abbiamo suonata decine di volte… 

RT: Una canzone d’amore così esplicita non è molto frequente nelle cose che scrivi.

CS: Vero, però c’era questa immagine di questa notte, di una coda di mattina passata con questa ragazza… una cosa del tutto casuale a casa di un amico, è stato un flash, sai quelle cose…

RT: È interessante che usi delle parole visuali per questa canzone, perché è piena di colori: i riccioli sono, appunto, neri, poi c’è il sud e uno immagina una certa ambientazione e un certo sfondo, e poi c’è il colore, la luce eccetera…

CS: Sì, i tratti di quella ragazza erano mediterranei e quindi mi richiamavano il Sud, nonostante la casa fosse un appartamento milanese. Io d’altra parte sono mezzo siciliano…

RT: Ecco, dicci un po’ di questo. 

Foto di Lorenzo De Simone

CS: Beh, io sono milanesissimo, non per niente scrivo anche in milanese. Sono figlio di una madre milanese da generazioni, e di un padre catanese venuto a Milano da bambino, a quattro anni, che parlava il dialetto come un milanese vero, cresciuto nei cortili di Milano quando anche i ragazzini lo parlavano… E però la famiglia di mio padre, i nonni e i parenti, erano siciliani, per cui per me la Sicilia è sempre stata uno sfondo. La Sicilia ha una luce, un colore speciale.

RT: Questo è un aspetto che si sente forte in questo disco perché, sarà per la veste musicale che lascia tanto spazio, diciamo, però l’aspetto visuale delle cose che scrivi, anche la luce che sta nelle cose che scrivi, qua sono moltiplicati, sono molto valorizzati.

CS: Sai, mentre registravo era come se mi sentissi dentro una situazione di smarcamento… poteva essere al chiuso di una stanza con un calice di vino e fuori il freddo, ma poteva essere anche un giardino arabo in Sicilia col tramonto e il vento. Nord e Sud, “Riccioli neri”, se vuoi, è un po’ questa cosa.

RT: È la storia di un incontro, che diventa anche l’incontro delle due parti di te…

«È come se le corde della chitarra classica fossero la Sicilia e le corde della chitarra acustica fossero la Lombardia.»

CS: Guarda, è come se le corde della chitarra classica fossero la Sicilia e le corde della chitarra acustica fossero la Lombardia!

RT: Cioè come se quelle due dimensioni corrispondessero a, come dire, due tue anime, diciamo, che fanno riferimento una al nord e una al Mediterraneo.

CS: Sì, mia moglie ogni tanto mi dice “tu sei ipermilanese, sei nordico”. È vero, e tra l’altro mi piacciono i climi freddi, però aggiunge “non sai quanto in alcune cose sei profondamente meridionale”…

RT: Oh, guardacaso la canzone successiva comincia con una luce, è “L’angelo”.

Foto di Lorenzo De Simone

CS: Eh, sì. “L’angelo” è quella canzone di cui parlavamo prima, accordatura aperta e chitarra acustica, è un blues, anche se non si capisce, ma è un giro di blues che entra ed esce continuamente, ma in posizioni diverse e in accordatura aperta. Se uno la semplifica la può fare su un giro standard tipo Mi – La – Si. Un blues che si muove su un tempo che non è proprio quello del blues, con atmosfere aperte un po’ rarefatte, con le corde vuote che risuonano.

RT: Tempo fa mi parlavi di questa canzone come di una metafora della nostra parte più luminosa, più creativa…

CS: Sì, l’emisfero destro, quello diverso dalla parte razionale. “L’angelo” parla di quell’altro “io”, la nostra parte spirituale, quella che non vediamo ma che possiamo sentire.

RT: …e forse non è casuale che queste immagini abbiano proprio, come dire, chiamato la struttura del blues. Effettivamente, strutturalmente è un blues anche se non si sente perché ha un altro passo, però…

CS: Sì, ha un altro passo e ha anche delle varianti sulla posizione della chitarra per cui ti sembra di sentire tantissimi accordi. La verità invece è che gli accordi sono tre, che ritornano in forme diverse.

RT: È vero. Questa è un’altra vecchia questione: “quanti accordi usa Sanfilippo?”…

CS: Sì, tanti musicisti mi dicono “cazzo, ma quante posizioni…”. Che è vero, eh, perché mi piace lavorare sull’armonia. Però è anche vero che molte mie canzoni apparentemente complesse in realtà… cioè, io metto fuori la zampa qua e là dagli accordi, ma giro intorno a un mondo semplice che diventa complesso armonicamente, anche se magari in origine non è esattamente così. È una cosa che mi arriva soprattutto dalla bossanova, ma anche da James Taylor.

RT: Cioè, l’approccio alla bossa influenza anche le cose di ispirazione diversa.

CS: Sì, quel modo di lavorare con gli accordi l’ho trasportato un po’ anche nella ballata anglofona. James Taylor non canta la bossa, ma si capisce che il suo stile c’entra molto con l’armonia, basta vedere gli accordi che fa.

RT: Per fare la classica domanda che interessa a tre persone: di accordature aperte, oltre che in “L’Angelo” ce ne sono altre nel disco? 

CS: Una sola, quella che viene dopo, “Cinegiornale”. Due su quattordici. Ne ho scritte altre in accordatura aperta, non sono un patito di open tuning però, ogni tanto, ci passo qualche ora, è un modo gustoso di suonare, che può appagare velocemente ma che può diventare anche un altro mondo ben definito, pensa a Joni Mitchell…

RT: Qui hai detto che è la open D, accordatura di Re aperto.

CS: Sì. Invece in “Cinegiornale” è una cosa completamente diversa, è un’accordatura che non ricordo neanche, me la sono segnata, ma non è una di quelle classiche tipo DADGAD, l’ho costruita. 

RT: Ah, quindi è tua?

CS: Sicuramente l’avrà usata anche qualcun altro, figurati. 

RT: Non è una di quelle che si usano tradizionalmente nel blues.

CS: Esatto, invece “L’angelo” sì.

RT: “L’angelo” dunque Re aperto e… anno 2010?

CS: Sì, ha quasi una decina di anni.

RT: Dopo c’è “La terra che c’è in me”, 2004. 

CS: “La terra che c’è in me”, dal punto di vista del significato delle parole, è una variante de “L’angelo”, canzoni un po’ introspettive, insomma. In questo caso ha a che fare con l’identità, con quelle cose che più o meno inconsapevolmente uno assorbe e si costruisce e che fanno parte della patria ideale a cui ci si sente di appartenere.

RT: “…ogni storia porta il suo profumo”, dice la canzone…

«Senza confine viene meno la magia della distanza, credo che sia una necessità, perché niente nasce senza verginità. Non è che finiscono le storie, anzi, magari però si perde un po’ di geografia e di mistero.»

CS: Sì, la musica è un linguaggio universale e non ha distinzioni di colore né di razze ma io sono un sostenitore del confine. Senza confine viene meno la magia della distanza, credo che sia una necessità, perché niente nasce senza verginità. Non è che finiscono le storie, anzi, magari però si perde un po’ di geografia e di mistero, è un peccato. Abbiamo tutti la necessità, chi più chi meno, di appartenere a un posto, a una terra. “La terra che c’è in me” parla di questo.

RT: Siccome stavi parlando di musica come concetto universale, quando hai parlato di confine mi domandavo se ti riferissi anche proprio ai generi musicali, nel senso che, d’accordo che la musica è un linguaggio universale, però in quello che fai si riconoscono dei territori…

CS: Ah certo, per me esistono i generi musicali perché esistono i linguaggi musicali, poi ciascuno ha le sue parentele strette, a volte i generi si fondono e nasce il jazz-rock, tanto per capirci. Una parola che per fortuna adesso si usa un po’ meno è “contaminazione”, perché la musica è contaminazione per natura. Ma per farlo, per andare oltre, devi vedere un confine…

RT: Cioè nasce già contaminata, sennò non esiste.

CS: Ma per forza… Poi ci sono generi più “trasversali” come quello dei cantautori o della canzone d’autore. O, meglio, della “canzone d’arte”, come dice bene il mio collega Max Manfredi.

RT: Quella che nasce dall’intenzione di volare un po’ più alto dell’intrattenimento fine a sé stesso…

«”Canzone d’arte”non vuol dire fare delle cose “difficili”. Il problema è che siamo nella bulimia dello “share” e tutto viene misurato così.»

CS: Che poi tutto questo non vuol dire fare delle cose “difficili”. Il problema è che siamo nella bulimia dello “share” e tutto viene misurato così, e la capacità media di attenzione cala. Intanto si twitta, si twitta…

RT: Però questo è sorprendente, te lo dicevo anche di recente, uno quando pensa a Sanfilippo — almeno io quando penso a Sanfilippo, non penso a uno che fa due generi. È, cioè è straordinaria la continuità e la contiguità che c’è nelle cose che fai e uno non ha in mente che tu da una parte fai delle cose ispirate alla canzone americana e dall’altra la bossanova. E questo disco lo dimostra nel senso che c’è un filo conduttore solidissimo.

CS: Eh, io devo parlare più spesso con te perché mi tiri su di morale [risate], perché in realtà io posso aver fatto delle canzoni brutte o posso risultare noiosissimo, non sono io che lo devo dire, se c’è però una cosa sulla quale punto tutto è il fatto di aver sempre scritto perché dentro di me c’era una spinta vera. L’unica cosa che rivendico è l’onestà, scrivo delle canzoni oneste e autentiche, ogni volta che arriva l’ispirazione ci provo, forse in un mondo in cui l’individuo somiglia sempre di più a un “cliente”, per me è già qualcosa…

RT: Anche perché forse questo è l’aspetto vantaggioso di non avere l’assillo di fare un disco all’anno.

CS: Ah beh, considera che se il mio primo disco aveva dietro una casa discografica “vera”, la Edel, e il secondo un’etichetta indipendente, la Fridge Records, tutti gli altri sono auto-produzioni. Fino a Boxe, che torna ad essere pubblicato da un’etichetta a distanza di 20 anni esatti. Autoprodursi comporta tanti problemi, soprattutto se non hai trovato un tuo alter ego che in studio ti conosce, ti aiuta, come è capitato a me con Rinaldo. Ma ti lascia una libertà che non ha prezzo.

RT: Ecco, già che ci siamo, andiamo sull’argomento: la lunga storia di questo album. Io l’ho ascoltato per la prima volta oltre due anni fa.

CS: È un disco che ha tre anni questo, eh…

RT: E ce l’avevi nel cassetto da allora, e di recente è arrivata questa bella notizia di un’etichetta vera…

CS: L’idea di stampare per conto mio un’altra volta mi lasciava un po’ così, però non sapevo nemmeno da che parte andare. Poi, come tutte le sorprese che ogni tanto riserva la vita, c’è stato un incontro casualissimo qualche mese fa con un amico che gestiva un locale a Pavia, il Trapani, e che da poco ha riaperto lo Spazio Musica, storico locale di Pavia. Lui si chiama Paolo Pieretto, un giorno stavamo parlando davanti a una birra e mi dice “ma tu non hai nessun disco nel cassetto?”. Parlo di tre mesi fa. Gli dico “bah sì, in effetti sì”, ma non capivo perché me lo chiedesse. Non sapevo che lui da qualche tempo segue le uscite di un’etichetta che si chiama Maremmano Records. Così gli ho mandato i file dell’album da ascoltare e lui il giorno dopo mi ha scritto un sms che conservo gelosamente, molto bello…

RT: E finalmente Boxe ha trovato una casa!

CS: Esce con Maremmano Records, a fine ottobre il CD e poi, a febbraio, il vinile. Distribuito da IRD.

RT: Mi ricordo che ascoltavo Boxe da qualche giorno e ti scrissi: “hai fatto il tuo Nebraska”. Ripensandoci era una cazzata, nel senso che quello che hai fatto non è stato prendere delle canzoni e ridurle all’osso, spogliarle, come dire. Uno può immaginarsi che sia un disco voce e chitarra con la chitarra in funzione ancillare rispetto alla canzone, ma in realtà qua c’è un lavoro massiccio; anche per sottrazione se vuoi, però c’è un grandissimo lavoro di arrangiamento e di …

CS: …ambientazione, quasi.

RT: Eh sì, insomma credo che l’importante sia non pensarlo come un disco dove le canzoni sono scarnificate…

CS: È vero, hai ragione, in realtà come ti dicevo prima ho cercato di riportarle così come sono nate, però aggiungendo un elemento ambientale, di prossimità direi… Ho immaginato di avere davanti a me un amico o un’amica ad ascoltare.

RT: Tornando alla scaletta, la penultima canzone dell’album è “Cinegiornale”, che è legata a un progetto…

CS: Sei o sette anni fa il mio amico Giorgio Terruzzi mi ha regalato un suo libro scritto alla fine degli anni ’90 che parla della vita di Ascari, il pilota di Formula 1. Stavo partendo per la Liguria e l’ho portato con me, ovviamente avevo una chitarra, e ho cominciato a leggere. Il libro racconta Ascari come se lo scrittore, in questo caso Giorgio, si fosse messo nei suoi panni a raccontare il pilota da un punto di vista interiore, emozionale. Noi siamo abituati a vedere questi personaggi, come Nuvolari — mi viene in mente Dalla — in una cornice epica, e invece lui riporta tutto sul piano individuale e psicologico. Tutto è visto dall’abitacolo del pilota, le sue sensazioni, le sue scaramanzie, il suo rapporto psicologico con la velocità. Fin dal primo capitolo mi è venuta una canzone. Poi ne sono uscite altre sette e così nel giro di un mese si è creato questo progetto che si intitola Fondocorsa, come il libro. E quindi mi sono ritrovato tra le mani quello che una volta si chiamava “concept album”, per la prima volta… è esattamente il concetto rovesciato di quel grande disco che è “Automobili” di Lucio Dalla e Roberto Roversi: loro raccontano l’epos dell’automobilismo visto con gli occhi della gente nelle strade, il mio racconta tutto dall’abitacolo, attraverso gli occhi del pilota, vedi com’è, in questo caso leggere la storia di Giorgio è stata la miccia…

RT: …dall’abitacolo dal quale vede “contesse, indossatrici, vedove, pinup, califfi” eccetera…

CS: …esattamente.  Questa canzone è legata a un progetto su cui stiamo lavorando per farne una cosa di teatro-canzone. Comunque, o come album o come produzione teatrale prima o poi lo devo realizzare, perché penso che lo meriti.  “Cinegiornale” è stata estrapolata da questo progetto. È finita in Boxe perché è un momento significativo del mio modo di scrivere, e poi perchè è un’altra di quelle canzoni che mi piace da matti suonare.

RT: E qui quale chitarra c’è? Quale delle sette?

Foto di Lorenzo De Simone

CS: L’ho registrata con una Gibson LG2 American Eagle. In realtà avrei dovuto farla con la mia vecchia a cara Mantra, che è una OM ed è perfetta per le accordature aperte, ma in studio avevo anche questo strumento che mi era stato dato dalla Gibson, una chitarra agilissima che per certe cose, soprattutto per il blues acustico, si fa valere. Anche se non si tratta di blues acustico, la mia è una ballatona in accordatura aperta.

RT: Ecco, appunto, questa era la seconda canzone con la accordatura aperta, quella accordatura…

CS: …che non ti so dire qual è, dovrei andare a recuperare l’appunto, però anche senza quello, prendendo in mano una chitarra me la ritrovo, ora non ricordo… aspetta (trafficando sul monitor)… ecco, EADGAD… poi dovrei farti vedere le posizioni…

RT:  E infine c’è “Piscinin”… 

CS: …“Piscinin” che è quella che chiude, la quattordicesima, l’unica in milanese… 

RT: …e che tu da qualche anno canti dal vivo. 

CS: Da quando l’ho scritta è la canzone con cui chiudo le serate. 

RT: Diciamolo, viene da una versione di Eric Clapton di una vecchia canzone americana…

«“Piscinin” è l’unica canzone del disco che non è mia. È tradotta e adattata dall’inglese, un brano del 1934. Io l’ho riscoperta in una versione di Eric Clapton nel suo ultimo album, I still do

CS: Sì, “Piscinin” è l’unica canzone del disco che non è mia. È tradotta e adattata dall’inglese, un meraviglioso brano del 1934, nella sua versione originale è la classica canzone americana di ambiente un po’ cinematografico anni ’30, con gli archi che vanno avanti per tre minuti prima del cantato, come si usava allora. Io l’ho riscoperta in una versione di Clapton nel suo ultimo album, I still do e mi ha colpito subito, pensavo fosse sua invece poi ho scoperto che non era così. Ho provato a capire se il testo poteva diventare qualcosa di buono anche in italiano o in milanese, e mi è uscita subito in milanese, come sai sono perfettamente “bilingue”… il testo originale è bellissimo, e per fortuna il milanese lo rende quasi letterale.

RT: E l’hai messa alla fine come per dire “io sono anche quello che scrive le cose in milanese, e sono anche quello che fa le canzoni americane” come sul disco precedente.

CS: Esattamente. Forse in questo album mancava proprio una ballata tipicamente anglofona, in questo caso un blues acustico. E mancava una canzone in milanese, che è una parte importante della mia storia. Di “Piscinin” uscirà una versione anche con Ilzendeslwing, che ho già registrato con Massimo Gatti, Val Bonetti e Rino Garzia.

RT: Si può dire qualcosa anche sugli altri progetti di questo periodo? Secondo te è prematuro?

Foto di Lorenzo De Simone

CS: No no, figurati. Un sacco di roba… come ho appena detto da mesi sto registrando con Ilzendelswing un doppio album in cui un disco sarà dedicato alle versioni in italiano e in milanese di alcune canzoni della tradizione della ballata anglofona, e l’altro invece sarà composto di brani miei sempre in quell’ambito lì, è un po’ la continuazione del disco Ilzendelswing del 2016. Si intitolerà Americana.

RT: Nel 2016 c’erano Cohen, c’era Ian Sinclair, c’era un tradizionale come “Man of Constant Sorrow”…

CS: In quest’altro c’è ancora un episodio che riguarda Cohen, poi ci saranno Tim O’Brien, Gordon Lightfoot, John Hartford, Nick Drake, Steve Earle. Poi ci sono le mie canzoni originali, alcune non erano entrate nel primo disco, alcune sono nuove. Ci sono alcuni brani suonati con i Bluegrass Stuff di Massimo Gatti. Alcune versioni sono state suggerite da Massimo Gatti, lui ha una cultura acustica profonda su certi generi. È un lavoro che stiamo facendo a pezzi, quindi è come si dice un “work in progress”, siamo più o meno a metà. Potrebbe uscire alla fine del 2020, credo che finiremo le registrazioni intorno alla primavera e quindi poi bisognerà mixare, pensare alla grafica e a tutto il resto. C’è un’etichetta che ha già dimostrato interesse, vedremo.

RT: Poi invece c’è quell’altro progetto che ti è scoppiato in mano nell’arco di poche ore…

CS: Si, avevo nel cassetto quattro o cinque canzoni di Dylan che avevo tradotto negli anni, e poi in queste ultime settimane mi è scattata la bestia, non so bene neanche il perché, non c’era un obiettivo, ho cominciato a tradurne una, due, poi tre, quattro e nel giro di quindici giorni mi sono ritrovato una ventina di brani di Dylan (tutti in italiano, uno in milanese), è chiaro che un pensierino per un progetto del genere è scattato immediatamente, anche se devo stare attento a misurare bene le forze, c’è tanta carne al fuoco.

RT: Possiamo dire che ci stai lavorando con Max De Bernardi?

CS: Sì, l’idea è quella… con una ventina di brani a disposizione possiamo scegliere, anche se con le mille cose che ho in ballo è prematuro pensare a un album, magari a fare qualche live si. L’altro giorno pensavo che ho cominciato a comprare i dischi di Dylan nel ’74, avevo quattordici anni, e l’ultimo l’ho comprato nel 1979, Street Legal.

RT: …che è stato il mio primo, pensa!

CS: Pensa che io dal ’74 al ’79 ho comperato i seguenti dischi, che ho ancora tutti in vinile: The Freewheelin’, The times they are a-changing’, Highway 61 Revisited, Blonde on blonde, Nashville Skyline, John Wesley Harding, New morning, Planet waves, Pat Garrett & Billy the Kid, Self Portrait, Blood on the Tracks, Desire e Street legal, e sono tredici. Cioè, tredici vinili di Dylan che ho comperato in soli cinque anni, da lì in poi non l’ho più comprato… ah poi avevo anche la cassetta originale che non trovo più ma da qualche parte sarà, in qualche valigia in soffitta, di Before the Flood

RT: Il doppio con The Band…

CS: …si, quello dal vivo del ’74. Per cui insomma dal ’74 al ’79 io Dylan me lo sono proprio bevuto, poi ho smesso di seguirlo come prima però qua e là… poi i dischi li ho ascoltati tutti, e quindi insomma diciamo che lo conosco abbastanza bene.

RT: Senza fare confronti, però la traduzione di Dylan è una prova difficilissima con la quale si sono confrontati un po’ di colleghi tuoi. Ed è anche vero che quando arrivi ad un certo punto è un passaggio quasi necessario… 

CS: Eh sì, dal mio punto di vista sì.

«Se vent’anni fa mi avessero detto che sarei riuscito a tradurre tante canzoni di Dylan, non ci avrei creduto…» 

RT: Perché poi per te la traduzione è una parte importante di quello che fai…

CS: Diciamo che negli ultimi anni mi stimola, anche se farlo bene è veramente difficile. Però è anche una palestra pazzesca… Se vent’anni fa mi avessero detto che sarei riuscito a tradurre tante canzoni di Dylan, non ci avrei creduto. Perché non è che sia proprio così banale eh, è difficile da tradurre, veramente difficile. E poi io non ho una voce di quel tipo lì…

RT: È completamente diversa!

CS: …né il mio mondo musicale è quello, Dylan è una cosa a parte, anche nell’ambito della canzone d’autore. C’è questo mix pazzesco di ballate tradizionali, di sonorità “roots”, di richiami al country & western, e poi tutto il Dylan della svolta rock, è un artista dalla complessità spaventosa. Per farti un esempio una canzone come “Like a Rolling Stone”, non c’entra proprio niente con la musica che faccio io. E quindi ho cercato di scegliere tra le canzoni che posso “reggere” anche vocalmente. Una bella sfida, cazzo, interessante…

RT:  Infatti poi tu intervieni massicciamente anche sulla parte musicale, modifichi tempi, ambientazioni, stili…

CS: Eh sì, mi piaceva questa cosa di dargli una forma originale mantenendo sempre la fedeltà ai testi, senza cercare di fare un’altra canzone (sono tutte riconoscibilissime) ma senza nemmeno farne delle cover in italiano. Ad esempio “Don’t think twice it’s alright”, che mi è venuta bene, è sempre in  finger-picking ma quasi ragtime. Oppure “Jokerman”, che invece è diventata una cosa musicalmente diversa rispetto all’originale. Altri brani, come “Shelter from the storm” mantengono invece una certa fedeltà all’originale. Se poi apriamo l’argomento delle versioni diverse di Dylan stesso si diventa matti…  

RT: Ma ti rendi conto che stiamo dicendo che mentre parliamo di un disco che esce adesso, ce ne hai nel cassetto almeno altri tre di cui un doppio?

CS: Sì sì, che vuoi che ti dica… finché la musa e la voglia di suonare mi accompagnano…

RT: E so che oltre agli album a cui stai lavorando parteciperai ad alcuni progetti collettivi.

CS: A breve uscirà, entro i primi di novembre, un album doppio dedicato a un “songbook” del Buscadero, la rivista di Paolo Carù, con la partecipazione di artisti americani ed italiani. Io sono incluso con una mia versione in italiano di “Everything is free” di Gillian Welch, che è diventata “Ora tutto è gratis”. 
Nello stesso periodo verrà presentato un disco del Club Tenco dedicato a Gianni Siviero, mi hanno chiamato ad interpretare un suo inedito intitolato  “La rosa dei venti”.
Già che ci sono aggiungo altre due cose. Il 13 novembre alla Salumeria dello Sport di Milano presenterò insieme a Gino Cervi, Michele Ansani e Gianni Sacco il libro che abbiamo scritto insieme ad “otto mani” sui 120 anni della storia del Milan (sempre forza Milan!). Si intitola “1899 AC Milan – Le storie”, edito da Hoepli, con le illustrazioni di Osvaldo Casanova. Subito dopo uscirà un’antologia di racconti intitolata “Giallo al cabaret” (Solferino), è la prima volta che mi cimento con la scrittura di un giallo. Gli altri autori sono Gino Vignali, Lorenzo Beccati, Gigio Alberti, Elena e Michela Martignoni.

RT: Riguardo alla tua narrativa, l’anno scorso ho letto il tuo “Fin dove arriva l’acqua” e ci ho trovato un rapporto strettissimo con le tue canzoni. Magari ci torneremo…

Foto di Lorenzo De Simone

CS: Ci hai preso! “Fin dove arriva l’acqua” è stato scritto tenendo presente alcune mie canzoni. Il finale è addirittura ricavato da “Stile libero” e dalla storia che me l’ha ispirata, l’idea di agganciarmi alle canzoni è stata di Gino Cervi, che mi ha chiamato a scrivere questo breve romanzo (o lungo racconto, secondo i gusti). Per me la scrittura e la musica sono vasi comunicanti.

RT: Allora intanto grazie e in bocca al lupo a Boxe!

CS: Crepi il lupo! Ah, un’ultima cosa, che riguarda l’album nella sua parte estetica: ho sempre dedicato molta attenzione alla grafica, alle immagini, e quindi voglio citare altre due persone. Intanto Lorenzo De Simone con le sue fotografie, tempo fa ha passato una giornata a casa mia per regalarmi un po’ di immagini “domestiche”, che per la dimensione intima dell’album sono perfette. E poi Alessia Casati, la mia amica “graphic designer”, è il quarto album che segue e ancora una volta ha fatto un lavoro super.
Grazie a te per questa lunga chiacchierata, alzo il calice.

[Grazie a Marisa per la trascrizione. La prima parte dell’intervista era qui]