Foto: Tamara Casula

Miriam Foresti è autrice di un album d’esordio registrato alla Casa del Jazz e completamente composto da lei: dieci canzoni suonate con un gruppo affiatato (Miriam canta e suona la chitarra acustica, Luigi Sfirri suona le chitarre, Alessandro Scolz il piano, Guerino Rondolone il basso e Antonio Marianella la batteria, per citare solo i componenti del “nucleo” della band). La partecipazione di Javier Girotto impreziosisce un disco che già di suo era un gioiello di scrittura e di esecuzione (e Miriam è una cantante notevolissima). “Il giardino segreto” è uno di quei dischi che non escono tutti i giorni: il ragno ha voluto parlarne con l’autrice (anche in onore alla comune passione per la chitarra).

Radio Tarantula: Miriam, ho letto delle note sul tuo conto, ma anche chi non ne sa nulla sente dal tuo album che dietro c’è un bel po’ di storia. Ci dici qualcosa su quella storia e sulla tua formazione musicale?

Miriam Foresti: La mia formazione comincia da bambina. Ho cinque fratelli più grandi tutti appassionati di musica, mio padre ci ha cresciuti a suon di blues in finto inglese e canzoni da lui composte che strimpellava alla chitarra: ogni occasione era buona per prendere gli strumenti ed improvvisare una jam session. A casa poi circolavano tanti dischi, li ho ascoltati dal primo all’ultimo, credo siano una parte fondamentale della mia formazione…

RT: Dicci dei tuoi primi ascolti.

MF: Ricordo in particolare una compilation di hit blues e soul, e un disco di Louis Armstrong che canta gospel. Mi fecero innamorare dello strumento voce.
Per anni ho anche studiato pianoforte, mi era stato imposto dai miei genitori, ma ero piccola e non amavo il mio insegnante, per cui appena ho potuto ho mollato. Sono ritornata alla musica intorno ai 16 anni quando ho iniziato a prendere lezioni di canto, da lì in poi non l’ho più mollata: sono entrata in una compagnia amatoriale di musical, ho cominciato a suonare con i primi gruppi ed ho iniziato a scrivere canzoni. Per tanti anni quello della musica è rimasto un semplice hobby e il comporre una mia dimensione privata, fino a quando mi sono accorta di non essere soddisfatta. Non mi bastava più cantare solo canzoni di altri e non volevo più perdere tempo con cose a cui non ero davvero interessata. Così per prima cosa mi sono iscritta in conservatorio al corso di Canto Jazz, poi ho iniziato a lavorare più sistematicamente alla scrittura.

«Sono ritornata alla musica intorno ai 16 anni quando ho iniziato a prendere lezioni di canto. Da lì in poi non l’ho più mollata: sono entrata in una compagnia amatoriale di musical, ho cominciato a suonare con i primi gruppi e a scrivere canzoni.»

RT: E invece per la chitarra, dice la tua biografia, sei autodidatta…

MF: In tutto questo percorso la chitarra mi ha sempre accompagnato, non l’ho mai studiata, tutto quello che so l’ho imparato vedendolo fare prima ai miei fratelli e poi a quello che sarebbe diventato mio marito: con lui ho scoperto il mondo del folk e del fingerpicking.

RT:Augusto Marra! Appare alla chitarra nella “Ballata del bucaneve” sul tuo album e ho letto dalle tue note che nel 2012 partecipò alla stesura del libretto di un musical di cui eri protagonista….

MF: Sì, era “Frigoriferi. Una storia vera”.

Da miriamforesti.it

RT: Ecco. Come scrivevo nell’articolo sul tuo album “Il giardino segreto”, quando ti ho ascoltata cantare “La ballata del bucaneve” ho pensato alla Joni Mitchell di “The Circle Game”. La tua gratitudine a Joni Mitchell è dichiarata, a Nick Drake hai dedicato un brano del tuo album. Chi altro?

MF: Il primo incontro che mi ha “cambiato la vita” è stato quello con le voci di Ray Charles, Aretha Franklin, Etta James ed Otis Redding. Ogni volta che le ascoltavo mi arrivava un pugno nello stomaco, era qualcosa che andava aldilà della tecnica e del timbro, mi sembrava di sentire il loro vissuto. Poi sono entrata in fissa col blues, a partire da Robert Johnson

RT: Sei tornata al blues delle origini!

MF: Ma anche a quello più recente: mi divertivo a emulare le inflessioni ed il fraseggio delle voci di B.B. King, Eric Clapton, Muddy Waters, Bonnie Raitt e Susan Tedeschi. Il jazz, prima di entrare in conservatorio, era una musica per cui nutrivo un timore reverenziale, l’ascoltavo con distacco, sebbene ricordo benissimo la prima volta che ho sentito John Coltrane e la voce di Billie Holiday. Studiarlo è stato come ascoltarlo per la prima volta e mi ha aiutato tantissimo nella scrittura.

RT: E nel suonare la chitarra?

MF: La chitarra è un amore che si è sviluppato dopo rispetto al canto, in particolare quando ho sentito un disco di Carmen Consoli: mi avevano colpito moltissimo il suo modo di suonare e la centralità della chitarra negli arrangiamenti, ho iniziato a studiare i suoi brani e mi si è aperto un mondo. Lo stesso è accaduto con la musica di Pino Daniele.

RT: E il folk quando è arrivato?

«Ho scoperto il folk qualche anno dopo. Joni Mitchell, Crosby, Stills and Nash, James Taylor, Neil Young e poi Nick Drake e John Martyn…»

MF: L’ho “scoperto” qualche anno dopo. È a quel punto che la chitarra mi è diventata indispensabile: ho iniziato con Joni Mitchell – anche se a casa per la verità c’erano diversi dischi di Joan Baez e Bob Dylan, ma ci sono tornata solo in un secondo momento – Crosby, Stills and Nash, James Taylor, Neil Young e poi Nick Drake e John Martyn.

RT: E nel 2018 arriva “Il giardino segreto”, il tuo primo album…

MF: È stata una strada costellata di dubbi, ripensamenti, crisi e paure che si sono alternati ad euforia, entusiasmo e convinzione. È stata una gestazione lunga e sofferta ma che alla fine ha dato alla luce un album di cui oggi sono contenta.

RT: Lo credo! Sempre in quell’articolo dicevo che sono rimasto sorpreso da un disco d’esordio così solido dai punti di vista compositivo e interpretativo. Tieni le fila di quindici musicisti compreso un ospite internazionale. Mi ha fatto tornare ai tempi in cui un disco era un punto di arrivo e non di partenza.

MF: A dire il vero non considero questo disco un punto di arrivo, so che ho ancora tantissima strada da percorrere, ma credo di capire a cosa tu ti riferisca. Mi sono iscritta in conservatorio perché mancava qualcosa nella mia formazione, mi sentivo limitata, volevo capire di più di armonia, composizione e arrangiamento. Le musiciste donne, in particolar modo le cantanti, sono notoriamente tacciate di essere ignoranti, a me questa cosa non andava giù: un po’ per orgoglio, un po’ per testardaggine ho iniziato gli studi ed è una scelta che rifarei mille volte. Sento che ancora devo imparare moltissimo, ma tutto quello che ho studiato fino ad ora ha contribuito a rendermi “libera” ed indipendente, sicuramente mi è stato fondamentale quando si è trattato di arrangiare il disco. Va detto anche che non ce l’avrei fatta con le mie sole forze, mi sono avvalsa di musicisti strepitosi con la maggior parte dei quali ci suonavo da una vita: è stato tutto naturale, spontaneo, facile. Studi a parte ho avuto la fortuna di suonare spesso con musicisti molto più bravi di me, questo mi ha fatto crescere tantissimo.

Miriam Foresti voce e chitarra, Luigi Sfirri chitarra, Fabrizio Ginoble piano, Damiano Notarpasquale clarinetto, Guerino Rondolone contrabbasso, Fabio Colella batteria

RT: A proposito dei musicisti che hai incontrato, come è nata la collaborazione con Javier Girotto?

«Javier Girotto ha centrato perfettamente il mood che io avevo in mente per quelle canzoni, come se le conoscesse da sempre.»

MF: Con Girotto è andata così. In fase di arrangiamento dei brani ho pensato che su “I know a place” ci volesse un sax soprano – strumento che amo moltissimo – ed il primo nome che mi è venuto in mente è stato proprio quello di Javier, ha un suono che riconosceresti tra mille. Mi sono armata di coraggio, l’ho contattato e gli ho fatto ascoltare i pezzi, a lui sono piaciuti e la settimana dopo eravamo in studio a registrare. È stato disponibile e propositivo, con una sensibilità che gli ha permesso di centrare perfettamente il mood che io avevo in mente per quelle canzoni, come se le conoscesse da sempre.

RT: Dici “quelle”, perché oltre a “I know a place”…

MF: …sì, visto che per “I know a place” è stata praticamente buona la prima e avevamo ancora del tempo, abbiamo pensato di registrare anche un altro brano, e abbiamo scelto “Domani ricomincio”.

RT: …che peraltro sembra veramente scritta per lui! Ecco, vogliamo dire che la storia di questo album dimostra che non è poi scontato che una bella carriera musicale debba cominciare da una gara televisiva?

«Quando dico che faccio la musicista, la prima cosa che mi chiedono è “Hai mai provato ad andare a X Factor”?»

MF: Quando mi chiedono cosa fai nella vita e rispondo la musicista, la prima cosa che mi chiedono è “Hai mai provato ad andare a X Factor”? Questo dice quanto poco la maggior parte della gente conosca il mestiere del musicista, ignorando che ci sono moltissimi artisti che, pur lavorando lontani dagli schermi, riescono a vivere di musica. I talent fanno sembrare tutto facile ed immediato, contribuendo ad alimentare, insieme ai social, la cultura del “tutto e subito”, sfruttando le emozioni, le vite e il talento dei concorrenti che, non appena finirà la stagione televisiva, saranno abbandonati a loro stessi.

RT: Come trovi la situazione dei locali per suonare dal vivo?

Con Luigi Sfirri alla chitarra e
Damiano Notarpasquale al clarinetto

MF: Forse oggi si sente meno “bisogno” di ascoltare musica dal vivo rispetto a qualche decennio fa: con l’avvento di Youtube (e altre piattaforme simili) e dei vari social, gli artisti “entrano” direttamente nelle case delle persone, per cui puoi sentire e guardare chi vuoi, quando vuoi, stando comodamente seduto in camera tua. Non è che voglia demonizzare gli strumenti che abbiamo oggi, ma è innegabile che abbiano cambiato le nostre abitudini. Siamo costantemente bombardati di stimoli, non si sa più dove guardare, chi ascoltare. Questo insieme a una burocrazia per nulla snella e non poco onerosa, ha sicuramente messo in crisi il concetto di club che propone concerti: ne sono rimasti davvero pochi, la maggior parte propone musica di “sottofondo”. Mi sembra che siano sempre più rare le occasioni di suonare dal vivo (per di più remunerati dignitosamente), ci si deve adattare a questi tempi e reinventarsi nuove forme.

RT: A cosa pensi?

MF: C’è la dimensione degli house concert, ad esempio, che io trovo affascinante e genuina, ed è un atto di fiducia incredibile: fai entrare in casa tua dei perfetti sconosciuti per ascoltare artisti altrettanto sconosciuti. Quello che si crea è magico e mi fa sperare bene: nonostante oggi sembri l’esatto contrario, restiamo degli animali sociali che hanno bisogno di un contatto reale e di condividere le proprie emozioni con persone in carne ed ossa.

«La dimensione degli house concert è affascinante e genuina. È un atto di fiducia incredibile: fai entrare in casa tua dei perfetti sconosciuti per ascoltare artisti altrettanto sconosciuti.»

RT: Miriam, Radio Tarantula tiene molto alle chitarre. Per concludere: dicci dello strumento che suoni…

MF: Attualmente la chitarra che suono di più è una Maton M-808 e si chiama Flores.

RT: Flores?

MF: Sì, è il nome che le ho dato io. Il giorno che è uscito al cinema il film sul pianista Luca Flores ho comprato la mia prima chitarra acustica (fino a quel momento la rubavo ai miei amici). Il film mi ha scosso talmente che mi è venuto spontaneo darle quel nome.

RT: Solitamente non la suoni in accordatura standard…

MF: Per quanto riguarda le accordature non è moltissimo che mi diverto a sperimentare. Sono tante le possibilità che ho deciso di provarne poche per volta, per adesso sono in fissa con quella open D (DADF#AD) e la DADGAD. Incredibile come una sola corda diversa (diversa di un semitono soltanto per di più) cambi completamente il suono della chitarra!

Foto di Tamara Casula da miriamforesti.it
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