Sotto il sole generoso di una incomprensibile coda d’estate, domenica 29 settembre sul palco 2 di Acoustic Guitar Village a Cremona inizia l’evento dedicato alla canzone d’autore (coordinato da Andrea Tarquini e impreziosito dall’assenza di Van De Sfroos che ha dato buca all’ultimo momento; gli altri nomi in scaletta, diciamolo, erano quello di Giuditta Scorcelletti, interprete della canzone toscana sulla scia di Caterina Bueno, e del padrone di casa Andrea Tarquini). Primo sul palco è il Trio Villandorme di Lino Straulino.
Straulino è un tenace e prezioso interprete di quel filone del folk revival che rilegge la musica tradizionale attraverso la chitarra acustica e fingerpicking, come indicato tanto tempo fa da Renbourn e dagli inglesi. In realtà è un tenace interprete anche di tante altre cose, come si capirà dall’intervista che segue. Ma a Cremona abbiamo ammirato l’ultima creatura, il trio composto da lui alla chitarra e alla voce, da Alessia Valle alla voce, e Alvise Nodale alla chitarra. Giovani e di straordinaria capacità i due compagni di strada, si apprezzano per la complicità col capo e col suo progetto, ma anche per una personalità che già è evidente. Nodale peraltro (nativo di Sutrio, come Straulino) ha in proprio progetti che si nutrono anch’essi della tradizione della sua terra ma anche di folk anglofono.
Da tempo cercavo l’occasione di parlare con Straulino: saputo dell’imminente sbarco al Village, l’ho contattato su Facebook e gli ho chiesto un appuntamento per due parole sotto al palco.
[Grazie a Marisa per la trascrizione]

Villandorme a Cremona (foto mia)

Radio Tarantula: Per cominciare vorrei dirti che abbiamo assistito a uno spettacolo bellissimo…

Lino Straulino: Ti ringrazio…

RT: Poi uno è abituato ad ascoltare nella tua discografia tante cose molto diverse tra loro, conosce la tua fascinazione per Renbourn ma anche per la West Coast, ti conosce come interprete della canzone popolare ma anche come cantautore… E così viene ad ascoltarti e dice: “che succederà oggi?” [ridiamo]

LS: Questo è vero, non riesco mai a rimanere troppo fermo su una cosa soltanto. Ho bisogno sempre di seguire quello che è l’istinto, quello che mi capita, capisci… Quindi alle volte è proprio una necessità, perché la musica è fatta di emozioni e le emozioni bisogna seguirle. Questo progetto qua, per esempio, in realtà ce l’avevo già in mente da anni però non avevo mai capito come farlo. Adesso ho trovato questi due validi compagni…

Per acquistare il cd si può contattare Villandorme dalla sua pagina Facebook!

RT: Ecco, raccontami un po’ di questo trio…

LS: Guarda, è una cosa che è nata in modo quasi casuale. A Udine c’è un locale dove si passano le serate a suonare, una specie di folk club tra amici, tra giovani, e quindi ho avuto occasione di ascoltare Alessia a cantare delle sue cosine. Era davvero alle prime armi, però il suo timbro di voce mi piaceva molto. Così piano piano l’ho avvicinata, le ho domandato se avesse avuto piacere… Chiaramente per una ragazza di diciotto, vent’anni, sentire vecchie ballate popolari italiane e poi cimentarsi a cantarle anche è un salto abbastanza impegnativo. Ma alla fine invece si è innamorata di questi repertori antichi, di queste cose. Abbiamo cominciato in due, io e lei all’inizio.

Poi ho chiamato a darmi una mano questo ragazzo di Sutrio che è stato mio allievo (io insegno alla scuola elementare, lo conobbi che era piccolino), Alvise, che è molto talentuoso, davvero bravo. Così abbiamo creato questa bella situazione acustica, finalmente, con intrecci di chitarre, con voci, le cose che mi affascinano da tanto tempo.

RT: A proposito di fare generi diversi, sul palco poco fa hai detto una cosa illuminante: che la ballata popolare sono sempre storie che finiscono male, sempre storie dolorose, nel blues come nelle ballate italiane o nel folk irlandese…

LS: Sì, questa è una vena comune, una radice che lega tutta la vera musica popolare in fondo, quando non viene ridicolizzata, idiotizzata da forme folkloriche che poi chiaramente servono solo a beneficio di chi ha il potere, di chi gestisce certe situazioni e quindi utilizza il materiale popolare per strumentalizzarlo. Noi siamo molto affascinati dal blues, io stesso, a me piace tantissimo, non è che adesso dico che non amo il blues, figurati, però a me piace tutta la musica popolare, non riesco a fare questa distinzione. Alla fine perché è proprio l’anima del popolo che viene fuori e che è fatta di storie di dolore, di tantissime disgrazie, di vite anche tormentate per tanti motivi, del lavoro, della povertà, della mezzadria, pensiamo alle nostre campagne e quindi condizioni umane molto difficili… E la musica, anche in Carnia, da dove provengo, avevano uno scopo, quello di dare conforto.

“Le storie dolorose sono una radice comune che lega tutta la vera musica popolare, in fondo, quando non viene ridicolizzata da forme folkloriche che poi chiaramente servono solo a beneficio di chi ha il potere, di chi utilizza il materiale popolare per strumentalizzarlo.”

C’è un vecchio canto popolare friulano che dice “Io canto, canto, non so perché canto, solo per consolare un po’ me”. Quindi la funzione del canto, che è quella del bluesman in fondo, è quella, Siamo tutti su quell’onda quando entriamo in questo genere di cose. Poi c’è anche altra musica, ma questa è la musica, per me questo rimane centrale. Io sono un po’ avanti negli anni, ho fatto un percorso di vita e adesso che ho ascoltato tante cose, che ne apprezzo tante, alla fine devo riconoscere che questa musica tradizionale, popolare è veramente l’essenza della musica. Tutto il resto sono sovrastrutture costruite culturalmente, per tanti motivi magari, però l’essenza della musica si trova nella tradizione. E questa funzionerà sempre, alla fine, perché è un ossigeno che non si esaurisce e ci dà ancora vibrazioni, a qualsiasi latitudine.

RT: Tu canti in italiano e anche nella tua lingua madre. Non mi viene da dire “dialetto”, a proposito di quello che dicevi sul folklore utilizzato in un certo modo…. 

LS: Sì, per me il rapporto con il friulano è un rapporto proprio viscerale. Ho appreso la lingua italiana a scuola e a quei tempi nella mia scuola elementare era proibito esprimersi in friulano, era considerato una lingua che si doveva disimparare, da cui ci si doveva allontanare. Non era rappresentativa di un certo ceto quindi abbiamo vissuto sempre questa negazione…

RT: Una “italianizzazione” che ha anche precedenti storici drammatici…

LS: Sì, e quindi come tante altre lingue abbiamo vissuto anche noi questa vicenda. Io ho vissuto per anni con questa difficoltà, che poi è insita nella psicologia di un popolo, quando gli viene negata la dignità di lingua alla fine si sente privato di qualcosa che è fondamentale. Uno si sente sempre fuori luogo, fuori posto, alienato. Tornare ad impossessarsi di questi linguaggi della musica, delle cose che ci appartengono, significa acquistare identità, avere una identità. È come dire: ho un motivo in più per vivere bene la mia vita qui, per non sentire l’essere in Friuli, o in qualsiasi altra regione, come vivere in un luogo sfigato da cui sarebbe meglio emigrare. Il concetto è quello… Quello che io ho cercato di fare in Friuli in fondo, con la lingua friulana, con la musica è dare dignità a questa lingua. Tutto lì, il mio lavoro è stato solo quello.

RT: che poi a proposito di storie di dolore c’è anche il fatto che quando bisogna parlare di dolore, dei propri magari viene meglio nella propria lingua madre 

“Quando dico fûc in friulano, io vedo la caverna; se dico fuoco vedo il disegnetto che ho fatto sulla lavagna, capisci? È tutta lì la differenza.”

LS: Le emozioni parlano tutte in lingua madre, almeno per me funziona così. Quando io uso, come sto facendo adesso, l’idioma italiano, diventa una cosa un po’ cattedratica, non è mai sanguigna. Quello è anche il problema di quando si scrive in lingua italiana: l’italiano la conosco, però per me è molto difficile scrivere efficacemente in lingua italiana… Per quello mi rivolgo tante volte alla canzone tradizionale, perché lì c’è ancora questo meticciato col dialetto… Perché per essere forte una lingua ha bisogno di essere credibile e di essere vera, di essere diretta. Quando tu usi una lingua standard che ormai, diciamo così, si è livellata su un livello letterario, vai molto in difficoltà nel raggiungere queste emozioni primarie. Diventa difficile, molto difficile perché è la questione proprio di dare significato con le parole, un significato immediato, forte. Quando dico fûc in friulano, fûc io vedo la caverna; se dico fuoco vedo il disegnetto che ho fatto sulla lavagna, capisci? È tutta lì la differenza.

RT: Tu hai cominciato in un momento in cui in Italia c’era un folk revival che sembrava avesse la possibilità di diventare popolare. Nascevano riviste di musica tradizionale, programmi radiofonici, la musica folk italiana aveva una certa risonanza all’estero… Tu eri con La Sedon Salvadie, un gruppo importante in quel movimento…

Dalla pagina Facebook di Lino Straulino.

LS: Quello è stato un gran momento, sì. Erano i primi anni ’80 fine anni ’70. Dico sempre che gli anni ’80 sono stati anni terribili per la musica… dal mio punto di vista, qui magari troverò tante persone che non sono d’accordo, sicuramente… Ma a me interessa poco, nel senso che a quell’età io venivo dal progressive, dalla musica rock, ascoltavo quel genere di musica là, anche il folk inglese. E ritrovarmi con i Duran Duran e compagnia bella non è stata una cosa felice! Per un musicista poi era ancora era ancora più importante, perché a chi ti rivolgevi e cosa facevi in quegli anni? Il jazz dovevi essere preparato a farlo, e quella fusion che veniva avanti non mi… insomma, ci avevano un po’ la puzza sotto il naso questi qua. E allora ho detto boh, proviamo a fare il folk, magari mi riesce un po’ più facile, è nelle mie corde. Mi sono gettato a capofitto pensando fosse una strada tranquilla, invece era un lastricato erto di difficoltà. Anche di grandi soddisfazioni però. È stato molto bello in Italia in quegli anni, i gruppi che giravano allora, Ciapa Rusa, Barabàn, c’era anche un caro amico Giuliano che suona con i Barabàn di Milano, c’erano tanti gruppi importanti, non provo a citarli perché rischio di fare un torto a qualcuno, ma fu veramente un momento importantissimo. Sembrava veramente poter dare il La alla scena musicale… 

RT: E poi? Cosa è successo?

LS: Eh, cosa è successo… È sempre il solito discorso. Puoi fare la musica buona quanto vuoi, puoi fare la canzone più bella, puoi scrivere “Yesterday” oggi e cantarmela, e io ti dico “cazzo che canzone”, però poi ci vuole tutta una serie di meccanismi economici per far di questa cosa qualcosa di importante. Al tributo a De Andrè che era “Canti Randagi”, quando lui era ancora vivo, noi avevamo partecipato, c’erano tanti gruppi italiani. Vendette 25000 copie, che non era poco. Per Ricordi è stata una botta di culo insomma, ha chiuso il discorso lì, invece di dire: investiamo su questa cosa visto che c’è una risposta, cerchiamo di farne qualcos’altro.

“Al tributo a De Andrè, Canti Randagi, avevano partecipato tanti gruppi italiani, e ha venduto 25000 copie, che non era poco. Per Ricordi è stata una botta di culo insomma, ha chiuso il discorso lì, invece di dire: investiamo su questa cosa.”

Non è stato facile, insomma. C’era quella realtà su cui alla fine non si è mai investito economicamente. Quindi a un certo punto si finisce per suonare un po’ intorno a se stessi, perché non c’è la maniera di raggiungere più pubblico. Questa è sempre la difficoltà che noi abbiamo, che in Francia non c’è, che in Irlanda non c’è, da altre parti non c’è. Altrove c’è un’attenzione forte anche degli enti che sostengono questa cultura. 

RT: Ci sono paesi dove la musica tradizionale è anche popolare, da noi meno.

LS: Da noi meno, fatto salvo forse il sud dove c’è un recupero della pizzica, della taranta e compagnia… lì è stato fatto un lavoro importante anche a livello di istituzioni. È questo che manca, cioè qualcuno che dica: bon, progetti di questo tipo, magari ce n’è altri, questi qua dovrebbero essere sostenuti, va programmato qualcosa perché queste cose qua possano essere divulgate. La gente ama la musica, dobbiamo solo metterla a disposizione e fare in modo che la possano ascoltare Se ascolteranno solo l’inglese, solo la musica americana, avranno solo quello come riferimento. Io insegno ai bambini a scuola, e se faccio ascoltare un blues, o faccio ascoltare la musica folk per loro è uguale, non hanno preconcetti. E poi nel tempo ci si lavora. Per cui un’apertura felice di tutti verso la musica è importante. Anche chi ha le redini, diciamo, del mercato, o almeno di quel che rimane del mercato, perché in realtà ci sono difficoltà enormi, dia un po’ di spazio a queste realtà italiane, che sono importanti. Saremmo più credibili anche all’estero. C’è bisogno. Qual è la musica italiana che si esporta? La maggior parte è qualche fenomeno pop, poi il grosso sono colonne sonore. Il prog degli anni 70 che, checché se ne dica, ha lasciato il segno. Poco altro. Poi anche il jazz, sicuramente, nel jazz hanno scritto pagine interessanti. Poi mettici la dance. Ma c’è tutto quel calderone della musica tradizionale che non ha mai trovato sbocchi. O comunque troppo pochi.

RT: Di recente hai fatto un disco sulle parole di un poeta scomparso nel 2017, Leonardo Zanier. Io non lo conoscevo. Ho provato a saperne di più e ho trovato una cosa interessante, un’idea di confine che non è un’idea chiusa, “identitaria”. Ho pensato che non fosse casuale che l’avessi recuperato proprio in questo momento…

LS: No no, infatti. Un poeta che riusciva, ancora anni fa, a precorrere i tempi e ad essere estremamente moderno, pur con una lingua antica. Perché nella sua poesia, che è una poesia sociale, c’è questa grande attenzione all’uomo e alla parte di umanità che necessariamente cerca di ritrovare un proprio spazio nelle nazioni, nel mondo, nella realtà, e che continua a lottare per la propria dignità. Ecco, lui ha fatto un gran lavoro per questo motivo. Per i migranti ha fatto cose importanti, anche a livello di progetti, che sono stati concreti, come l’albergo diffuso, tante cose che si sono attuate, si stanno attuando, in Carnia, in Friuli. Mi sono sentito in dovere di fargli un omaggio, perché a me piaceva tanto.

RT: Devi sapere che mesi fa sul mio blog intervistai Andrea Carpi che mi fece il nome di Aronne Dell’Oro. Andai in cerca di Aronne che intervistai e mi fece il tuo nome (e ti manda i suoi saluti). Per continuare la catena ti chiedo di indicarmi il nome di un chitarrista che senti vicino o che trovi interessante.

LS: Più che un chitarrista ti consiglierei un cantautore chitarrista friulano che amo tantissimo: Loris Vescovo. Il disco “Doi omps e une puarte” è la sua opera prima di fine anni 90, lo considero un piccolo gioiello di musica e poesia.

RT: Ma certo, Loris Vescovo faceva parte del trio Straulino – Fedele – Vescovo, quello di un album ispirato alla musica della West Coast! Sarà una buona occasione per parlarne. Grazie ancora, il vostro concerto è stato formidabile e la conversazione molto stimolante. Spero di rincontrarti presto anche insieme a Villandorme.

LS: È stato un piacere conversare con te, Massimo, complimenti per la tua attività. Ti ringrazio dell’apprezzamento anche a nome degli altri. Un abbraccio!