Al di là dei tutto quello che c’è da dire di Blues in MI, che è più di un cd (nel senso che si spiegherà fra un po’), quello che di Folco Orselli mi dà una vertigine è il modo in cui riesce a mettere in un disco, tutti insieme, i suoi maestri, i suoi amori e le sue influenze musicali (da Jannacci a Tom Waits, ai vari colori della musica nera). E anche stavolta quest’album assomiglia all’esperienza di un giro fra le vie di una città che offre forme e stili differenti pur mantenendo una sua nobile identità. (E se questa vi sembra una pessima metafora, ammetto che era un espediente per arrivare a parlare della storia di quest’album, che è una dichiarazione d’amore e di gratitudine non solo a una musica, ma a una città).

“Blues in MI” è un progetto sulle periferie milanesi che prevede un documentario, cortometraggi, eventi artistici col coinvolgimento del Comune di Milano e di sponsor. Progetto ambizioso, che si concluderà con l’uscita del Volume 2…

Era da un po’ che volevo segnalare quest’album, che peraltro attendevo da quando lo stesso Folco Orselli ce ne aveva parlato in una lunga intervista col suo collega di serate milanesi Claudio Sanfilippo. E che è uscito a cavallo fra il 2018 e il 2019, ma in realtà nasce per avere una vita oltre quella del supporto digitale: i dodici brani di Blues in MI costituiscono un progetto intorno alle periferie milanesi che prevede un documentario, cortometraggi, eventi artistici, col coinvolgimento del Comune di Milano e di sponsor adeguati. Progetto ambizioso e impegnativo che si concluderà con l’uscita del Volume 2 (Folco ci aggiorna qui circa l’avanzamento di questa sua fatica e gli slittamenti della tabella di marcia), se si considera anche che i suoi album sono prodotti senza risparmiarsi (e fuori dai circuiti in cui gira la grana, diciamo).
Già a proposito del precedente Outside Is My Side dicevamo quanto sia sorprendente trovare su quel “side” lavori così splendidamente prodotti e arrangiati.

Così nel 2018 ha registrato questo album alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani, e lo ha fatto precedere dal video di un brano che certamente qualcuno di voi avrà già notato nei mesi scorsi (del video Folco Orselli è interprete in collaborazione col Terzo Segreto di Satira).

La canzone, “Paolo Sarpi Blues”, è in dialetto milanese (non una scelta consueta per Folco Orselli) e racconta la storia di un amore interetnico sullo sfondo della Chinatown di Milano, esempio interessante di integrazione fra una comunità immigrata e quella indigena.
E Milano (che Folco chiama “il convitato d’asfalto delle mie canzoni”) è presente lungo tutti solchi del disco (tutti i bit, come si dice?), dove in modo manifesto, dove più nascosto. “Blues in MI” come la tonalità più usata in quella musica, ma anche come “in Milano” e come “dentro di me”.

Da www.folcoorselli.com

Milano (“il convitato d’asfalto delle mie canzoni”) è presente lungo tutti solchi del disco, dove in modo manifesto, dove più nascosto.

Milano c’è perché il singolo che traina, appunto, è un quadretto di vita milanese; c’è perché “La gente” è il punto di vista di uno che si guarda intorno e vede l’umanità impazzita della grande città; c’è perché “Como e carne” è la provincia vista dalla città; c’è perché le sue strade e i suoi riti sono lo sfondo di “Oh Marleen” (splendida e neworleansiana); e poi perché la sua storia antica più oscura ispira “Buio (Storia di una strega)”; è perché in “Lo scaldabagno” il Mississippi incontra i navigli (con la complicità di Claudio Sanfilippo per il testo); e ancora, c’è perché dovunque ritrovi Jannacci, chiamato per nome o come fantasma che aleggia sull’ispirazione.
Infine c’è perché un disco così non poteva che nascere a Milano: la musica di Folco, punto di incontro di tante influenze, è lo specchio di quella città che sa come poche, fra le nostre città, essere davvero punto di incontro di realtà diverse, se è ancora vero che – cantava Dalla – “ti fa una domanda in tedesco e ti risponde in siciliano”.