In realtà l’idea era di un articolone su Frank Turner e il concerto del suo nuovo No Man’s Land, ma le cose sono andate diversamente. Nel senso che la scaletta del live ha veleggiato molto lontano dall’album pubblicato pochi giorni prima, e dunque è andata a finire che l’argomento di questo articolo è diventato due argomenti: un concerto e un cd, belli entrambi, come si capirà se avrete la pazienza di leggere fino in fondo.

Prima, però, vorrei spendere due parole per Radio Onda d’Urto, che a ogni estate da ormai ventotto anni organizza a Brescia una festa che in oltre due settimane offre una rassegna di concerti pressoché gratuiti (è sufficiente la piccola somma che si paga all’ingresso della festa, per lo più cinque euro; solo in alcune serate, per insondabili ragioni della SIAE, un po’ di più). E insieme alla musica cibo, stand con i prodotti più vari, cultura, culture, dibattiti, intrattenimento e laboratori per bambini. Un bel posto dove ritrovarsi (a tutte le età: la musica quest’anno andava da Dente a Fabio Treves, non so se mi spiego).
E dunque:

Il concerto

La sera di martedì 20 agosto c’era il cantante britannico Frank Turner coi suoi Sleeping Souls.
La stampa, e un po’ anche l’interessato, giocano con il titolo di “Bruce Springsteen inglese”: e al di là del fatto che Turner si è misurato con delle pregevoli cover del Boss, il paragone trova ragione nel fatto che gli show dell’inglese sono molto fisici e animati da un grande scambio fra il palco e il pubblico. Pubblico che a Brescia ha interagito dal primo momento col gruppo: cantando, ballando, persino lasciandosi guidare da Turner che dirigeva le coreografie, accogliendolo amorevolmente nel tuffo dal palco e poi in un festoso crowd surfing.

Turner e gli Sleeping Souls per un’ora e mezza non si sono risparmiati. Dall’apertura del concerto con “Get Better” si è capito che aria tirava: dal vivo Turner è l’artista che si è abbeverato al punk, il suono è più affilato che su disco, l’anima folk si fa da parte e lascia spazio al rock and roll (quello che si richiama direttamente ai Clash, ai Jam, a Billy Bragg) e a una festa di luci sotto le quali il titolare, il braccio destro Ben Lloyd e il bassista Tarrant Anderson corrono su e giù per il palco, si protendono verso il pubblico a cercarne il grido più sincero, dialogano con il tastierista Matt Nasir e il batterista Nigel Powell senza risparmio di energie.

L’intesa è quella delle grandi band (e questo è un altro punto in comune col Bruce della E Street Band). La capacità di giocare senza perdere nulla in qualità e precisione è sorprendente. Uno guarda il modo in cui Anderson tratta il suo basso dall’inizio alla fine del concerto e si domanda come faccia a restare quella portentosa macchina da ritmo senza perdere un colpo.

Alle dodici meno dieci la band saluta e il pubblico compostamente abbandona l’arena: le regole alla festa di Radio Onda d’Urto sono ferree e a mezzanotte si spengono gli amplificatori. Ma soprattutto, abbiamo appreso la mattina dopo, il bassista è stato caricato in auto, direzione Ospedale Civile, col mento rotto!

La cronaca della serata non sarebbe completa se non ricordassimo che dalle otto e mezza si sono esibiti Gab De La Vega (eccezionalmente con la band!) e poi Andrea Rock coi Rebel Poets: un’apertura di serata fra rock e combat folk, accolti dal pubblico con l’affetto e il rispetto dovuti alle star della serata, più che a un gruppo di apertura (qualifica che, nonostante il prestigio dell’ospite straniero, per entrambi gli italiani sarebbe tutto sommato ingiusta).

L’album

No Man’s Land è uscito giusto pochi giorni prima del live italiano. Credo che non si possa parlarne senza dire alcune cose sulla discussione che l’ha accompagnato da ben prima della pubblicazione.
Il titolo è un sagace doppio senso: non vuol dire “terra di nessuno”, il riferimento è proprio a “man” nel senso del genere. È un album sulle donne e per di più realizzato con un gruppo di donne, a cominciare dalla produttrice Catherine Marks.
L’idea è quella di raccontare di donne a cui la storia non ha dato voce, o le cui storie sono nascoste all’ombra degli uomini. E allora c’è Sister Rosetta Tharpe, cantante e chitarrista gospel nata nel 1915), che ha profondamente influenzato la musica a venire; c’è Kassiani, musicista e poetessa del nono secolo; c’è la femminista egiziana Huda Sha’arawi; c’è Nica (Pannonica Rotschild, la mecenate che è fu punto i riferimento di musicist jazz di metà secolo, fra cui Monk e Parker; c’è Chtista McAuliffe, l’insegnante di Boston morta nel lancio dello Shuttle del 1986; c’è Jinny Bingham, accusata di stregoneria a Camden nel ‘600. E c’è la madre di Turner, che chiude la scaletta, e ci sono altre scelte singolari di cui dirò fra un po’.

Immagino che Turner fosse piuttosto consapevole del fatto che un progetto del genere lo avrebbe esposto a una quantità di critiche, che puntualmente sono arrivate non solo da parte del mondo femminista ma anche da testate autorevoli e influenti. Critiche il cui argomento è, in sostanza: un maschio che intende parlare di donne le cui storie non hanno avuto voce perpetua – con le migliori intenzioni – la stessa ingiustizia: le racconterà inevitabilmente dal proprio punto di vista di maschio – bianco e europeo, per di più. La stessa scelta delle figure femminili da raccontare non è neutra: “sconosciute un corno”, dice qualcuno: “se Rosetta Thorpe ha così massicciamente influenzato Presley, così marginale non è: forse era ignota a te fino all’altro ieri”.
Insomma, dicono alcune di quelle critiche: bene affidarsi a una squadra di donne, peccato che la voce delle donne nell’album non si senta.

Cosa piuttosto singolare, Turner ha senito necessario far precedere l’uscita dell’album da una nota pubblicata sul suo sito in cui prende posizione su tutta la questione. Forse anche in conseguenza delle discussioni, da appassionato di ricerche storiche Turner ha curato il podcast Tales from No Man’s Land, una sorta di costola dell’album.

In tutto questo casino è uscito alla metà del mese No Man’s Land, e ce lo ascoltiamo in cuffia probabilmente in un clima già denso di pregiudizi sia negativi che positivi che riguardano le cotestazioni. Indubbiamente tutto quello che si è mosso intorno all’album da ben prima che vedesse la luce non ha giovato nemmeno al dibattito su una questione che pure resta importante e che questo lavoro solleva (consapevolmente?) con forza: cosa comporta il parlare di un soggetto “altro”, presunto più debole, e fino a che punto un osservatore può sentirsi legittimato (con le migliori intenzioni) a sostituire la propria voce a quella del soggetto in questione.

La mia impressione, dopo un po’ di ascolti, è che quello che spinge davvero Turner ad assemblare le storie contenute in No Man’s Land sia un’urgenza che ha a che fare col raccontare, prima ancora che con la politica: quello che lo intriga sono le lacune narrative. Sono i buchi delle storie, sono i passaggi mancanti, i capitolo non scritti, i punti di vista non detti. Il mistero delle storie rimaste a metà. Allora insieme a quella di eroine femministe, o di donne morte ammazzate per mano di uomini, c’è anche la storia di “Rescue Anne” (Resusci Anne in Italia), che è il manichino utilizzato per l’addestramento alla rianimazione: ma le sue fattezze si rifanno a “La sconosciuta della Senna”, una giovane dall’identità mai chiarita e affogata nel fiume parigino nell’800. O la storia di Nannie Doss (“A Perfect Wife”), una gentile signora che avvelenò mariti, suocere, sorelle, figli e parenti di vario grado: dove l’esercizio è raccontare la storia calandosi nel punto di vista della poco raccomandabile protagonista.

È questo che accomuna le eroine delle canzoni di questo album: non necessariamente essere state delle donne meritorie e consapevoli, ma essere state donne nascoste dietro uomini, o raccontate da uomini. Che qualche volta Turner cada nella stessa trappola (quella di fare delle sue eroine i “complementi oggetto” invece che i soggetti delle sua storie) è probabilmente vero; che però in alcuni passaggi (come quello dedicato alla silenziosa moglie di William Blake) lo sguardo sia più sensibile e l’osservatore maschio meno ingombrante, forse non è meno vero.

La serie di podcast ancora in uscita, il fatto che sia registrato con un altro gruppo (con la conseguente difficoltà di trasferirlo istantaneamente su palco), il fatto che la discussione non si sia ancora sedimentata, il fatto che sia stato scritto e realizzato con discontinuità a cavallo di Be More Kind, tutto questo fa apparire No Man’s Land un lavoro ancora in corso. Probabilmente non è un caso che nel live italiano Turner abbia proposto soltanto, in versione solitaria, “I Believed You, William Blake”.
E probabilmente le sue imperfezioni e le sua ingenuità le ha, ma le prendiamo come segno della genuinità del progetto.

No Man’s Land è comunque un album che può farsi amare. Musicalmente contiene tutto quello che è sempre stato nel bagaglio di Turner e alcune canzoni (quella sulla signora Blake, “Sister Rosetta”, “The Lioness”, il delicato country di “The Death of Dora Hand”) brillano di luce particolare, e le aspettiamo sul palco. Diamogli tempo.

https://i0.wp.com/www.radiotarantula.net/wp-content/uploads/2019/08/turner-thumb.png?fit=579%2C300https://i0.wp.com/www.radiotarantula.net/wp-content/uploads/2019/08/turner-thumb.png?resize=150%2C150massimo giulianiAlbumLiveFrank TurnerIn realtà l'idea era di un articolone su Frank Turner e il concerto del suo nuovo No Man's Land, ma le cose sono andate diversamente. Nel senso che la scaletta del live ha veleggiato molto lontano dall'album pubblicato pochi giorni prima, e dunque è andata a finire che l'argomento...Canzoni, chitarre e tutto quanto.