Rhiannon Giddens, americana di Greensboro, classe 1977, è interprete di musica roots, banjoista, violinista e studiosa di musiche tradizionali e, ai tempi in cui frequentò il conservatorio all’Oberlin College in Ohio (la prima istituzione che negli anni ’30 dell’800 accolse afroamericani e donne fra i propri iscritti), di opera lirica.
Ha una carriera discografica solistica che comincia nel 2014, dopo alcune esperienze di gruppo fra cui resta fondamentale quella con Carolina Chocolate Drops.

Ha nelle vene sangue europeo, nativo americano e afroamericano ed è probabile che questo elemento biografico contribuisca a farne l’artista che è.
La vogliamo dire tutta? L’approccio e la pulizia dei suoni e dell’esecuzione possono far storcere il naso, in prima battuta, se ti aspetti un’artista folk in senso stretto. Poi pensi che l’ampiezza del suo raggio d’azione non è propriamente quella di una cantante folk: Rhiannon Giddens è anche, non tangenzialmente, una ricercatrice e una studiosa. E allora tutto torna, e se il modo di porgersi può apparire un po’ compassato per una cantante roots, la passione e il sacro fuoco li ritrovi nell’impegno e nel rigore (e quest’ultimo lavoro di cui stiamo per parlare ne è un esempio portentoso).

Francesco Turrisi è un torinese (siciliano di origine) che vive in Irlanda. Ha una formazione jazz e collaborazioni eccellenti (McFerrin, Dave Liebman e molti altri nel jazz; Savina Yannatou e L’Arpeggiata, per dirne giusto due, nel campo delle musiche tradizionali). Pianista e polistrumentista, si è meritato la definizione di “poliglotta musicale” per la vastità degli interessi e la capacità di esplorare generi, dal Rinascimento alla musica afroamericana.

There is no Other nasce dall’incontro di queste due personalità, che hanno in comune non tanto un territorio in cui muoversi, quanto l’inquietudine con cui si muovono nei territori che di volta in volta abitano. E hanno in comune la scelta di fare di questa inquietudine un modo di guardare il mondo.

In una intervista Rhiannon Giddens ha affermato che questo lavoro riconduce a “schemi globali” che ricorrono nella musica, al di là della sua provenienza. Ed è in parte vero, e questo è il grande messaggio politico del disco: non c’è un altro, non esiste un estraneo: c’è invece qualcosa da cui proveniamo tutti, e quel qualcosa di comune emerge dalla musica e dai suoi “schemi globali”. Abbiamo in comune più di quanto ci separi.
Ed è vero. Eppure, basterebbe l’esistenza di questi “schemi globali” a garantire la cristallina unitarietà dei dodici brani di cui è composto questo lavoro, se questo non fosse il prodotto di due artisti realmente cosmopoliti? Mi piace pensare che quegli “schemi globali” non siano solo un dato storico, ma che la ricerca di quella unitarietà sia anche una scelta delle persone. Che si realizzi nelle loro biografie, che trovi nutrimento nel loro desiderio di comporsi in un certo modo le une con le altre.

Qualcuno, per spiegare questo cd, ha evocato alcuni esperimenti transculturali di Ry Cooder. È proprio pensando a quelli, e alla differenza che passa con questo lavoro, che colgo la forza di questo duo. Quelle erano consapevoli e studiate sperimentazioni di una babele musicale, in cui una cultura si poneva rispettosamente di fronte all’altra, i diversi dialetti cercavano consonanze, come i bending della chitarra blues cercavano una parentela coi microtoni della musica indiana; qua invece tutto è davvero unitario, solido e coerente, al di là di coincidenze e risonanze casuali o attribuibili a “schemi globali” (che pure meritano un discorso lungo e approfondito: basta studiare superficialmente un po’ di storia della musica del ‘900 per trovare definitivamente risibile qualunque idiozia “identitaria” e per gettare a mare tutta la retorica “noi / loro”).

There is no Other è un disco che mette le vertigini. Ci sono i colori del blues. Ci sono quelli del bluegrass (la ormai celebre “Wayfaring stranger” di cui circola un video live, qui con Rhiannon al banjo e Turrisi alla fisarmonica). Ci sono echi di musica antica europea. C’è lo spiritual (dove Turrisi recupera il suo piano e chiude l’album con un episodio da groppo alla gola). Ci sono momenti in cui gli strumenti rimandano pienamente al loro utilizzo ortodosso e altri in cui aprono uno spazio alla ricerca di suoni possibili. E c’è persino la pizzica salentina (“cantata in greco”, sostiene una bella rivista inglese!! Ahimè, certo che no: quanto appare sbiadita e confusa la realtà a mano a mano che si allontana dalla periferia dell’impero…).
Ma non è tanto nei generi differenti la bellezza di There is no Other, quanto nella fusione di due artisti così diversi e così complementari.
I due suonano quasi tutti gli strumenti (violino, banjo, piano, percussioni, liuto…) e su tutto vigila la la produzione – brillante e molto in sintonia con lo spirito dei due – che sta salda nelle mani di Joe Henry (hai detto niente: Solomon Burke, Bonnie Raitt, Billy Bragg, Allen Toussaint, Rosanne Cash…). Non c’è niente fuori posto, e in nessun momento uno ha l’impressione di ascoltare pezzi che si incastrano: There is no Other è come trovare quel punto di osservazione dal quale tutte le diverse lingue sono davvero una.

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