Chiamatelo New Folk se è proprio necessario, dategli un’etichetta se questo serve per farsi spazio fra gli energumeni che suonano a sei mani chitarre con tre manici, fate quello che vi pare, ma dischi come questo continuano a essere il presente e il futuro di quella forma d’arte che non si esaurisce mai e che consiste nello scrivere canzoni per cantarle accompagnandosi con uno strumento.

Spell on a Tin Drum è un album bellissimo. E il suo autore ha una storia che lo collega direttamente alla grande musica degli anni 60 e 70. Londinese, ha vissuto in varie parti dell’isola e poi è tornato nella capitale. Molti, per collocarlo musicalmente, citano John Martyn e Bert Jansch. Pochi, in confronto, pensano a McCartney e George Harrison, che secondo me sono dei punti di riferimento, almeno per avere un’idea della varietà e della creatività contenuti in quet’album – se non per alcuni richiami più o meno espliciti alla loro musica.
Ma il punto è che i riferimenti possibili sono davvero molti, e se fate qualche nome è molto probabile che ci azzeccate: questo album è un ottimo esempio di come una musica che guarda avanti lo faccia scegliendo un modo di posizionarsi rispetto alla sua storia passata, più che creando fenomeni da baraccone e robaccia geneticamente modificata.

Con quel periodo della musica britannica Alex Seel condivide la tradizione del blues e della chitarra fingerpicking. A quella musica guarda con cognizione, ma senza cercare l’imitazione e rifuggendo l’ortodossia.

Così Spell on a Tin Drum viene dopo una manciata di album ed EP, è composto di nove canzoni ben scritte, ben cantate e suonate e – metteteci pure – ben registrate.

Non amo le recensioni brano-per-brano, sebbene la bellezza di questo lavoro emerga dalla possibilità di godere di ciascuno dei suoi episodi e della varietà incredibile di suoni e mood. È un album malinconico e pensoso, ma anche gioioso e luminoso. È ironico quando serve (come in Greener Grass, con una sezione fiati che fa pensare a New Orleans ma che, nel testo, guarda all’attualità inglese) ma subito dopo sa essere raffinato (si apre con una grandissima canzone, termina con un delicatissimo strumentale).
Gli arrangiamenti sono molto accorti e mai ingombranti. La chitarra e la voce sono veri protagonisti, insieme a un songwriting che scalda il cuore.

Sembra che per crescere sana e proteggersi, questa musica debba vivere più lontano possibile dal music business. Composto in un caravan in giro per l’Irlanda e registrato autonomamente a Londra, l’album è autoprodotto. È ascoltabile online (dal sito di Alex Seel, per esempio) oltre che acquistabile: farsi aprire la strada dalla propria musica è ormai strategia comune fra musicisti che, per scelta o per necessità, restano al margine dell’industria discografica. Il risultato è un lavoro che arriva ai nostri altoparlanti limpido e denso così come l’ha pensato il suo autore.

Ha una sua unitarietà senza essere monocorde, anzi la trova proprio spingendo il pedale nella ricerca di spazi di esplorazione più ampi possibile.

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