Per ragioni su cui non mi dilungo qui e a cui l’autore ha la generosità di far riferimento nel libro, ero a conoscenza della gestazione di “Abbagliati dalla luce” (Zona Editore) di Luca Giudici e lo attendevo come una novità necessaria.

Attesa che è cresciuta nel tempo, con la percezione che il libro autobiografico, e poi l’esperienza di Broadway, segnassero una transizione nel contributo di Springsteen alla storia del rock, tale da richiedere un salto di qualità nella lettura della sua vicenda umana ed artistica: salto di qualità al quale le categorie con cui la critica tradizionale aveva confidenza non mi sembravano più adeguate. C’era bisogno di lenti più appropriate alla complessità di questa fase dell’arte del Boss.

Credo che un passaggio chiave di quella lunga confessione, prima letteraria e poi cinematografica, sia il momento in cui il Boss ammette di vivere a dieci minuti da dove è nato, pur essendo quello che ha scritto Born To Run; di non aver mai messo piede in una fabbrica, pur essendo un eroe del blue collar rock. È tutta una finzione, e lui non è solo l’autore ma il personaggio principale dell’invenzione.
Con una consapevolezza forse mai incontrata in questa musica, Bruce ci dice che tutto il suo lavoro è una continua costruzione narrativa di sé, e non solo di storie, personaggi e affreschi indimenticabili.

Tutto questo riconfigura il rapporto fra pubblico e privato nell’arte di Springsteen. Ad essa abbiamo sempre riconosciuto un carattere di autenticità che la rendeva unica fra tante altre esperienze della musica rock: dopo questo autosvelamento, dopo questo coming out, dovremmo pensare che è stato tutto un imbroglio? No: a patto di non cercare ingenuamente l’autenticità nel realismo delle storie che il Boss canta e ha cantato; ma piuttosto nella realtà di quel processo (autentico perché necessario, perché terapeutico) di costruzione di mondi di cui il Boss ci onora di chiamarci ad essere non solo testimoni in presa diretta, ma qualcosa di più. Ora di quella creazione non siamo solo spettatori ma soggetti partecipi: siamo dentro alla favola, siamo dentro l’invenzione.

Io penso che tutto questo proietti l’opera di Springsteen ben al di là delle categorie in base alle quali l’abbiamo valutata fino a tempi recenti e che richieda lenti psicologiche, letterarie, persino filosofiche, per leggere – per criticare, se si vuole – quello che fa negli ultimi anni (se non anche, a posteriori, quello che ha fatto prima).
Insomma, it’s not only rock and roll. Not anymore.
Conoscendo la passione di Luca Giudici, conoscendo alcuni suoi articoli molto illuminati di critica musicale, conoscendo i suoi riferimenti culturali, avevo da tempo l’idea che lui fosse uno di quelli con le carte in regola per dedicarsi all’impresa.

Luca Giudici

È proprio a partire dal rapporto fra pubblico e privato (in questa chiave si potrebbe dire: tra finzione e realtà) che Luca Giudici affronta la figura di Springsteen nel suo “Abbagliati dalla luce”. E il suo lavoro mi pare un eccellente modo di interrogarsi proprio su questa faccenda: in che senso è vero quello che il Boss canta, sebbene abbia “scritto di qualcosa di cui non [avesse] assolutamente alcuna esperienza pratica”. Perché poi, in fondo, l’esperienza “pratica” non è la sola esperienza possibile, se è vero che su Bruce ha posato gli artigli la stessa depressione che aveva sconfitto il padre: è questo che lo rende veramente partecipe, certo a un livello più astratto, dell’esperienza del genitore e di una storia che vede come centrale il lavoro e l’oppressione della fabbrica.

Il senso di responsabilità, lo spirito di comunità, è un’altra chiave di lettura a cui l’autore ricorre. E mi pare una chiave quanto mai pertinente: il concerto dal vivo è il momento centrale della sua musica, che crea un senso mai sperimentato altrove di comunità e di appartenenza in ciascuno dei fan che partecipano (e Luca Giudici descrive molto bene quell’ardore quasi religioso che i fan gli riservano); ma non solo: anche attraverso la stessa scelta dei brani il Boss definisce sé stesso come parte di una storia, come destinatario di una eredità. Dal vivo ha sempre suonato classici del rock and roll, ma la lunga tournée iniziata nel 2012 lo ha visto riproporre canzoni dei Bee Gees, degli AC-DC, degli Stones…: e allora come non pensare che, al di sopra della fabbrica, della strada, delle auto, della politica, il tema veramente fondamentale delle sue canzoni sia l’essere parte di qualcosa, il sentirsene legittimamente e pienamente figlio? Allo stesso modo in cui è erede e figlio di una storia familiare che ha la faccia del dolore (della depressione, della sconfitta) e quella della salvezza (della musica, della gioia e della convivialità).

D’altronde tutta la storia della musica di derivazione afroamericana non è forse la storia di una musica in cui gioia e dolore si rincorrono, fino ad esistere quasi l’una in funzione dell’altro? E cosa chiedere di più a un artista, se non di incarnare quello spirito, di continuare a farci ballare sull’ambivalenza della vita?
Dolore e gioia, alla fine, sono le coordinate dentro le quali si sviluppa anche il discorso di Luca Giudici. C’è un passaggio da brivido, in cui riporta le parole di Gianluca Morozzi che rievoca una sera del 1993: all’Hallenstadion di Zurigo Bruce canta Dancing in the Dark in una versione lenta nella quale si accompagna solo con la chitarra elettrica; è un’illuminazione: quell’uomo “aveva fatto ballare l’universo con una canzone sulla depressione, radiofonica e vestita a festa!”.

Una cosa va precisata per fare un buon servizio a questo libro: quanto detto finora non deve far pensare che “Abbagliati dalla luce” sia scritto con stile accademico, che sia una lettura pesante (temo sia assai più palloso l’articoletto che state leggendo, per esempio). Certo, vola un po’ più alto di tanta letteratura agiografica, ma l’autore è un fan di lunghissima data, e la sua passione la riversa nella scrittura. Anche il suo libro appare inevitabilmente autobiografico, perché è un libro che parla d’amore. E il rapporto d’amore fra Bruce e i suoi fan è un argomento sul quale torna per approfondirlo da varie angolazioni.

Più che esporre delle tesi, Luca Giudici allarga lo spazio di riflessione. Disegna ritratti del personaggio e del suo mondo, continuamente contestualizzandoli nei periodi storici, nelle fasi politiche, nella biografia dell’artista. Lo fa in un modo che genera consapevolezza e idee nuove sul nostro rapporto con la musica e con certi musicisti. Se io stesso, mentre vi racconto di questo libro, continuo a parlare delle idee che mi ha fatto venire, è perché mi ci perdo dentro tutte le volte che lo apro e ne rileggo un capitolo o un passaggio.
Il rapporto con la famiglia, il rapporto con la band; la musica e la sensualità; il sacro; la vitalità, la sofferenza e il diventare vecchio (Giudici dedica un passaggio illuminante al cortometraggio di Hunter of Invisible Game); tutti questi temi fondanti della poetica di Springsteen vengono letti con passione e competenza da punti di vista spesso nuovi (che riserveranno qualche sorpresa al lettore, perché una analisi così condotta porta talvolta l’autore ad attribuire una certa rilevanza ad album comunemente considerati minori, se non addirittura “sbagliati”).

Fa piacere che alcuni libri che osservano la figura di Springsteen da angolazioni che rendano conto della complessità della sua opera vengano oggi dall’Italia (penso anche a quello di Luca Miele, che sceglie una prospettiva molto specifica, quella del sentimento religioso). Credo che in questo momento sia importante uscire da una prospettiva per la quale Springsteen è quello dei primi cinque o sei dischi, e quel che viene dopo è valutato per quanto si avvicini o si allontani da quel periodo là (glorioso e fondamentale, ma cronologicamente piccolissimo rispetto alla storia tutta intera); è necessario uno sguardo ben più ampio, non solo nel senso che possa coprire un arco di tempo e una storia ben più lunghi, ma anche capace di vari livelli di osservazione. Io questo mi aspettavo da questo libro, che cioè segnasse un prima e un dopo nella lettura dell’opera springsteeniana, e ora che l’ho letto so che l’obiettivo è centrato.
Grazie di cuore a Luca Giudici e buona lettura a tutti voi.

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