Radio Tarantula aveva già incontrato Aronne Dell’Oro per parlare del suo rapporto con la musica del Mediterraneo, col blues, con la voce, con la chitarra.
Ci siamo ritrovati per parlare del suo ultimo EP (recensito qui); continua il ritratto di un musicista colto e creativo, capace di trovare il blues dove altri non lo vedono.

Aronne Dell’Oro e Mauro Lazzaretto, dal 2006 collaboratore e coproduttore di ogni registrazione di Aronne (qui all’harmonium, un paio di dischi fa)

Radio Tarantula: Aronne, da qualche settimana è disponibile per il download il tuo ultimo EP: partiamo dal titolo…

Aronne Dell’Oro: Oxyacantha è il biancospino, l’aubespin dei trovatori. Ai tempi del liceo (allora ero un pessimo batterista grunge) rimasi ipnotizzato in biblioteca quando inciampai in una antologia dei trovatori. È una delle tracce, dei sentieri che mi hanno guidato a ciò che faccio ora.
Secondo l’etimologia, qualcosa di aguzzo, pungente, secondo i rimedi naturali una cura per sanare il cuore…

RT: Cosa vorresti che non si dicesse di questo disco?

ADO: Ecco, vorrei che non lo si chiamasse un disco di musica antica – per quanto l’origine delle canzoni sia assolutamente antica. Ma alla fine le canzoni che registro sono quelle che veramente sento mie. Non c’è nulla di filologico nel mio approccio, non c’è nulla del modo in cui si dovrebbero suonare queste cose con riferimento all’epoca in cui sono nate. Sono un cantante/chitarrista che si accompagna ispirandosi molto all’eredità del folk blues, da quello afroamericano degli anni ’20 e ’30 fino a quello inglese degli anni ’60, e quello spirito mi accompagna in ogni cosa che faccio.

RT: Tanto che c’è un chitarrista con un grande blues feeling su una canzone napoletana: Aronne Dell’Oro e Val Bonetti insieme su disco!

ADO: Sì! C’è Val Bonetti con cui ho collaborato tanto negli ultimi due anni.
Suona in Vurria addeventare, che è innanzitutto una bellissima canzone poetica, una melodia che amo cantare. Ma poi, se guardi il testo, è a tutti gli effetti un mean woman blues (blues della donna crudele), l’io cantante/narrante immagina di trasformarsi in uno specchio, in ghiaccio, e ogni volta viene ferito o distrutto da questa donna…

Val Bonetti e Aronne Dall’Oro

RT: Vero, ricorda tante storie blues…

ADO: …è assolutamente un blues per quanto riguarda il testo! E Val è un bravissimo chitarrista, ha la sensibilità per entrare in queste cose. In questa occasione ha suonato una resofonica, suoniamo un’antica villanella napoletana col dobro!

RT: E non è la prima volta, dicevi che sono almeno due anni che incrociate le armi. Come è nata l’idea della resofonica nella musica napoletana, nelle musiche di derivazione popolare…?

ADO: Alcuni amici musicisti ci hanno reciprocamente consigliato di ascoltarci. D’altra parte io considero una sorta di blues ciò che faccio.Val ha una sensibilità che gli permette di trascendere il linguaggio blues in senso stretto, il blues americano che poi, codificandosi, ha perso una libertà, una varietà che aveva addirittura ormai un secolo fa, perché tanti bluesman di quella generazione — parlo della prima generazione che fu registrata — avevano personalità fortissime, uniche. Se uno ascolta Skip James, che è uno dei miei preferiti in assoluto, era diversissimo da altri maestri dello stesso periodo. È uno dei bluesman che più mi hanno affascinato, uno dei più magnetici. Viene considerato uno dei più africani, per la vocalità e per la ritmica sulla chitarra, va veramente al di là del cliché di quello che è stato tramandato come blues. E Val Bonetti è assolutamente capace di cogliere queste differenze. Lui non ascolta solo blues, è un ottimo jazzista, conosce la musica balcanica, ascolta musica africana… così è stato piuttosto spontaneo e naturale portare questa idea del duo di chitarre blues sulla canzone a cui si lavorava di volta in volta. Perché poi bisogna partire dal colore, dall’identità di ogni singola canzone. Non bisogna riportare la canzone a quello che abbiamo intenzione a priori di fare, ma l’opposto: bisogna esplorare e scoprire ogni singola canzone e capire cosa possiamo portare noi in quell’universo che ci affascina.

RT: Dicci qualcosa sui pezzi che hai scelto per questo EP. Per il quale hai guardato fino al repertorio toscano, fino a Caterina Bueno…

ADO: Questo nuovo disco inizia con Comme da lo molino, un mio solo di voce e chitarra. È una delle canzoni contenute nell’Antologia della Canzone Napoletana di Roberto Murolo. Per chi suona la musica del sud voce e chitarra, il lavoro di Murolo è davvero uno dei fondamentali. E anche se non avevo affatto l’idea di stravolgere la canzone, cercando di riportarla nel mio modo di suonare già suona molto diversa. Suona blues, o comunque suona inglese. Non napoletana o rinascimentale, diciamo…

RT: È vero. Ho fatto il confronto fra la tua versione e quella di Murolo!

ADO: E tieni presente che, certo, non stavo cercando di ripeterla nota per nota, ma nemmeno avevo intenzione di farla a pezzi. Mi sembrava molto pura e bella in sé. Ma comunque ha preso un’altra piega.

RT: Poi viene Il ballo delle fondaccine…

ADO: È una canzone che, tra le registrazione storiche di Caterina Bueno, mi ha colpito. Sia per la struttura e la ritmica strana, sia per le immagini. In realtà appartiene alla tradizione del carnevale di Bibbiena, dalle parti di Arezzo. C’è l’immagine della scalata di questo albero… sono immagini così antiche, possono appartenere a tante tradizioni, è uno di quei brani che subito ti connettono a qualcosa fuori dal tempo.
Tra l’altro, tanti anni fa, quando avevo una band più ‘robusta’ di musica mediterranea, eravamo capitati sull’Appennino, dalle sue parti, invitati da dei musicisti tradizionali di quella zona. Più di una decina di anni fa, direi… conobbi nell’occasione Maurizio Geri, che di Caterina Bueno è stato collaboratore per tanto tempo.

RT: Tu insisti — e hai ragione, perché l’approccio non è quello — di non considerare quello che fai come “musica antica”. E però la riserva nella quale cerchi materiale per il tuo blues è quella. Cosa ti porta lì?

ADO: È semplice. Dagli anni 50 in poi l’orecchio si è spostato sempre più — attraverso la radio, la televisione eccetera — verso un suono internazionale che perdeva sempre di più il carattere locale. L’Italia è un paese piccolo ma complessissimo, con mille differenze. Ora, io insisto: non ho nessuna intenzione di fare un lavoro filologico, ma quello che mi interessa è sentire il carattere e i colori più forti e più autentici che c’erano da queste parti prima che tutto si uniformasse su di un carattere pop o rock che viene soprattutto dalla musica americana o inglese, che naturalmente in parte ho ascoltato e mi piace: ma, soprattutto nelle voci, questo carattere bisogna recuperarlo, ritrovare cosa c’era prima.
Quello che posso dire è che faccio musica italiana, mediterranea, in maniera aperta e senza darmi limiti. Per esempio in questi giorni riascoltavo Page e Plant, degli Zeppelin: ci sono anche loro nei miei ascolti. E poi la mia generazione è quella del grunge, e c’è dentro anche il grunge. C’è un po’ tutto, non vedo perché dovrei tentare di tenere fuori queste cose, che dentro di me sono già fuse…

RT: Secondo te un ascoltatore in cosa può rintracciare queste influenze dentro la tua musica? Il grunge, per esempio? Cioè, come sarebbe la tua musica se non fosse esistito il grunge?

ADO: La cosa interessante è che prima di recuperare la tradizione musicale mediterranea della mia famiglia, che ha in sé dei modi molto arabeggianti, orientali, avevo già un forte senso, un certo gusto, per i colori più scuri, o che per l’orecchio comune definiamo dissonanti, che potevano provenire dal grunge o dal metal quanto dalla chitarra flamenca. Questo prima ancora di riscoprire le mie radici. Quando crei un accompagnamento che non sia sui soliti tre accordi su cui si è uniformata la musica popolare, ma vuoi accordi un po’ più spinosi, perché non usare ad esempio un certo impasto di timbri che viene da generi che giocano molto con la dissonanza: e per esempio, torniamo al grunge.
Visto che ho scoperto tardi la nostra tradizione, cioè dopo i vent’anni, ho ritrovato nelle nostre radici cose che mi avevano sempre attratto ma che mi erano arrivate prima da oltreoceano, o dalla Spagna. Magari il pezzo che amavo di più di un gruppo di Seattle era un pezzo su scala araba, per poi scoprire che magari i nostri nonni cantavano su quel modo, capisci? È una scoperta affascinante.

Aronne batterista grunge, 1997

RT: Io ricordo che raccontavi che questa tua riscoperta di certe musiche è avvenuta soprattutto attraverso le voci. È nelle voci che hai ritrovato qualcosa che era familiare senza che lo sapessi. E beh, i due nomi che mi hai citato finora – Murolo e Caterina Bueno – sono stati soprattutto delle voci. Oltre che degli studiosi, certo, ma di Caterina Bueno De Gregori cantava “la chitarra veramente la suonavi molto male, però quando cantavi mi sembrava carnevale”… insomma, Caterina Bueno non sarebbe lei senza quella voce…

ADO: Sì. Murolo a sua volta fa già parte di uno stile – fu definito “classico stile distaccato”mi pare – che ripropone la tradizione popolare in un modo più raffinato e sobrio, credo sia stato anche criticato da certo puristi che vedevano in lui una personalità, diciamo, “da salotto”… Questa è una faccenda intrigante, per quanto mi riguarda: qualche anno fa ho incontrato Giovanni Coffarelli, un grande interprete delle fronne e della tammurriata ormai scomparso, era a nord per concerti e conferenze, da prezioso “antropologo nativo”.  Lui, che veniva dalla tradizione del canto voce e tamburo, aveva un tono simpaticamente strafottente nei confronti dei cantanti ‘con la chitarrina’… come se fossero un’incarnazione troppo edulcorata, troppo borghese della musica popolare. Voce e chitarra, che per altri sono diventati il cuore della musica tradizionale, per lui proprio non erano l’essenza della cosa, diciamo. Considera che viaggiò a Washington e a New York, a rappresentare la musica italiana, negli anni settanta ed ottanta, incontrò Lomax… Sergio Bruni ancora più di Murolo veniva tante volte visto come una versione sdolcinata del linguaggio popolare.

RT: Ma è curioso che uno che ha avuto a che fare con Lomax pensi alla canzone voce e chitarra come a una versione da salotto e un po’ borghese, mentre a noi viene in mente Woody Guthrie…

ADO: Già, ma lui aveva come riferimento la tradizione italiana. E nella tradizione italiana del sud così è, tranne forse per i cantastorie, del genere di Rosa Balistreri, Otello Profazio… Ma Coffarelli veniva dalla tradizione campana della tammurriata, che è veramente una tradizione arcaica: non si parla degli ultimi cinquant’anni. Si parla di una storia che si perde in epoche che riusciamo più o meno a calcolare, il substrato pagano del nostro sud. I rituali pagani che si sono condensati in musiche e canti che poi sono stati inglobati dalla ritualità cristiana, ma è un retaggio antichissimo.

RT: Ma torniamo ai pezzi dell’e.p. Quello successivo è quello con Val Bonetti! E viene da repertorio della Nuova Compagnia di Canto Popolare…

ADO: Sì, certo. Poi io questo pezzo lo conosco praticamente soltanto da loro, non sono stato a ricercare. Eppure è una canzone molto conosciuta per chi fa musica popolare in Italia, al contrario di quella di Caterina Bueno che, al di là delle celebrazioni del carnevale storico di Bibbiena, che continuano ogni anno, non ha viaggiato molto al di fuori di quel contesto. Almeno per la ricerca che ho condotto io. Ho trovato solo una versione degli anni 70 di un ensemble di Livorno, una bellissima versione.

RT: Sì, ma con Livorno siamo sempre nei paraggi…

ADO: …e anch’io negli ultimi decenni non ho incontrato gente che l’abbia suonata. Non posso dirlo in termini assoluti, ma mi pare uno dei brani della tradizione popolare che al di fuori del contesto specifico in cui sono nati e cresciuti, si conoscono poco. Invece Vurrìa addeventare fa parte del grande lavoro di De Simone e della Nuova Compagnia sulle villanelle.

RT: Pensando alle Fondaccine, colpisce che il repertorio di Caterina Bueno è stato molto ri-cantato. È una specie di caso particolare…

Caterina Bueno

ADO: Non saprei dire la ragione, persino altri canti dello stesso carnevale hanno avuto maggiore fortuna… Io sono molto attratto da canzoni asimmetriche, irregolari, anche con strane misure metriche… Forse altri lo sono meno, forse a volte si cercano brani dall’impatto un po’ più immediato.

RT: Ecco, dalla NCCP vengono due pezzi del tuo EP…

ADO: Sì, Vurrìa addeventare e Pesce d’oro. Il lavoro che ha fatto la Nuova Compagnia sulle villanelle è stato fondamentale e credo non abbia uguali in Italia. C’era De Simone che dava una direzione di ricerca, riarrangiamento e riscrittura di brani antichi. Ha dato una direzione colta cercando però voci popolari, come Carlo D’Angiò, che nella musica popolare italiana è in assoluto una delle voci che più amo. Anche lui scomparso da pochi anni.
Per l’altra canzone, appunto, quella che per la NCCP era La canzone del pescatore e che io ho intitolato Pesce d’oro, ho utilizzato armonie e accordi molto vicini a quelli della Nuova Compagnia, quindi mi rifaccio al loro lavoro; ma come testo ci sono variazioni e strofe in più che ho trovato in questa raccolta di canti tradizionali curata da Pier Paolo Pasolini nel 1972.

Vincent Magrini

RT: E come hai scelto i musicisti che ti affiancano in quattro pezzi su cinque?

ADO: Ci sono tre musicisti che fanno parte delle mie collaborazioni provenzali, della zona di Avignone, con cui ho lavorato negli ultimi dieci anni. Nelle Fondaccine c’è Vincent Magrini, che in molti miei lavori suona la guitariole, questo ibrido di chitarra e viola da gamba, è in assoluto uno dei solisti melodici più bravi con cui ho lavorato, nel senso che riesce sempre a improvvisare intorno a una melodia senza nulla di rigido o di scontato, senza clichè.

Daniel Faranna

Insieme a lui c’è Daniel Faranna, il contrabbassista di Merano che si trova in tutti i miei dischi, ha un ottimo groove e suona molto nello spirito di gente come Danny Thompson.
Di Val Bonetti abbiamo detto.

Nell’ultima, Pesce d’oro, ci sono i due solisti più ‘avventurosi’, dotati di un grande spirito di invenzione e di esplorazione. Una è Virginia Nicoli, che suona il bansuri, il flauto indiano.
È una grande musicista che negli ultimi dieci anni è arrivata a collaborare con maestri della tradizione indiana dhrupad, con loro ha studiato ed in seguito suonato a festival in India.
Per me è veramente un grandissimo piacere ed onore averla per la prima volta in una mia registrazione.

Virginia Nicoli

Christian Zagaria che in Pesce d’oro suona il liuto arabo è uno dei francesi con cui collaboro ed è anche quello con cui continuo a lavorare sul limite della “distruzione” delle forme tradizionali…stiamo sviluppando negli anni un repertorio in cui togliamo di mezzo la mia chitarra, teniamo solo le linee melodiche di questi brani: lui compone un accompagnamento di piano in maniera molto moderna e libera. Non c’è nulla di registrato ma ci stiamo lavorando da più di due anni. Parallelamente alle cose che escono c’è un lavoro di ricerca, che al momento giusto viene presentato a chi vuole ascoltare. Ma per cose del genere ci vuole del tempo.

Christian Zagaria

RT: …e poi c’è la canzone che viene da Cancionero de palacio, che già avevamo conosciuto in anteprima…

ADO: A los baños del amor è in duo con Pascal Hoyer, che è un altro amico provenzale. Pascal viene molto di più dalla musica rinascimentale e barocca e suoniamo spesso dal vivo in duo. suona una chitarra a dieci corde, è una chitarra classica con dei bassi aggiunti come un arciliuto, praticamente.
La canzone la conosco per una versione di Savina Yannatou che è una grande interprete greca del repertorio mediterraneo. Nel periodo in cui cominciavo a scoprire la musica mediterranea, quindi più di quindici anni fa, lei era spuntata due sere di seguito ai nostri concerti, di folk inglese ed americano, tra le montagne.

Pascal Hoyer

Era tra il pubblico perché in quel momento stava facendo dei concerti con musicisti free jazz della zona, essendo anche una improvvisatrice molto radicale, e la seconda sera si è unita a noi per un brano. I dischi che Savina ha fatto per la ECM uniscono improvvisazione, una ricerca molto libera sul suono, e musica mediterranea, con l’aiuto di musicisti che sono padroni di entrambi i linguaggi: quello orientale tradizionale, e quello degli improvvisatori radicali. 

RT: Aronne, come mai un EP con cinque brani? C’è stato un momento in cui sapevo che stavi lavorando su un sacco di materiale nuovo e stavi registrando dei pezzi ognuno con un collega “speciale”. E a un certo punto arriva la notizia di questo EP! Mi ha preso un po’ in contropiede, pensavo stessi lavorando sulla distanza di un album. Mi ha dato l’impressione che avessi una sorta di urgenza di far uscire queste canzoni. Come mai?

ADO: tutto è accaduto in maniera molto spontanea, volevo fosse una registrazione vera e non troppo lungamente meditata. La voce e la chitarra sono registrate sempre insieme, che è una cosa normale nell’ambito del folk o del blues, ma quando si entra in studio di registrazione lo si fa sempre meno, perché si cerca di avere una registrazione tecnicamente impeccabile.
Sono felice di questa scelta, e il grande Mauro Lazzaretto, che ha registrato e prodotto con me tutti i miei dischi, mi ha aiutato a trovare un modo sensato di realizzarla… la prima volta che ho riascoltato alcuni dei brani registrati ho avuto un bella sensazione, quella di scoprire qualcosa di vivo (e di certo imperfetto) che era venuto al mondo al di fuori del mio controllo… registrando voce e chitarra insieme spesso entravo in una specie di piccola trance di qualche decina di minuti (comprensiva di orrende bestemmie per tenere accordata la chitarra) poi riascoltando sceglievo quale parti usare. Ricordo che Ceronetti da qualche parte scrive di oro alchemico creatosi nel mezzo di un mucchio di cenere, lacrime e sputi: direi che è quello che come musicisti non ossessionati dall’idea di controllo tentiamo di fare, e accade quando siamo fortunati.
Forse continuerò a registrare in questo modo, cioè abbastanza spesso ma piccoli gruppi di canzoni, anche solo un paio. Il che mi permette di collaborare con gente molto diversa, fare progetti anche molto aperti e in divenire. 

RT: …progetti che richiedono un approccio tipo “cogli l’attimo”…

ADO: Fai conto che l’essenza del mio lavoro è solitaria. Io ogni giorno, voce e chitarra, porto avanti le mie cose. Visto che mi muovo molto e collaboro con gente che sta in posti diversi, il tempo che posso dedicare alle collaborazioni è molto inferiore a quello che dedico all’aspetto solistico di quello che faccio. In questo EP ci sono degli ospiti, ma è anche molto più “nudo” dei precedenti, gli ospiti sono meno del solito, uno o due al massimo a canzone. Sono in realtà sempre più concentrato su questa indipendenza. Sull’essere un cantante chitarrista che poi collabora in maniera aperta con tante persone.

RT: Aspetta, prima di salutarci: raccontami la storia di questa tua chitarra ritrovata…

ADO: Ah ah ah, la Guild! È la chitarra che ho suonato negli anni dei concerti folk blues. Sembra sopravvissuta a un cataclisma! In quel periodo, più che suonare il fingerpicking come ora, facevo uno strumming violento, diciamo fra Neil Young e il grunge, e quindi la chitarra era piuttosto martoriata. È stata per qualche anno in attesa di un restauro serio, ha fatto decine di traslochi con me…
La Guild è la chitarra che usavano Tim Buckley e Nick Drake, i miei più grandi maestri per quanto riguarda il mondo anglofono. Oggi, visto che uso molte accordature diverse, mi interessa avere più chitarre sul palco. Questa ha un ottimo suono, ha più corpo dell’altra sulle note basse.

RT: Dunque è diventata una delle tue chitarre ufficiali!

ADO: Oh sì, assolutamente! Non sono un collezionista, le chitarre che ho le suono!

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