Aronne Dell’Oro: “Oxyacantha”, e.p.
Sonansa Borda, 2019

Crataegus oxyacantha è il biancospino, arbusto o piccolo albero molto diffuso in tutta l’Europa e cantato dai trovatori come simbolo della primavera e dei sensi che si risvegliano. Nel medioevo era protagonista nei rituali di fertilità del maggio.
E in maggio, o comunque alle porte di una primavera riluttante, è arrivato questo piccolo ma rigoglioso capitolo della discografia di Aronne Dell’Oro, la sua settima autoproduzione dal 2006.
Se solitamente la discografia di un artista si compone di resoconti di “tappe”, di punti d’arrivo del suo percorso, quella di Aronne sembra fatta piuttosto da istantanee dal viaggio, come quelle foto che scattiamo per fissare nella memoria – ora o mai più! – luoghi ed esperienze che difficilmente ritroveremo.
Già dalle dimensioni (un e.p., appunto, con cinque brani) si intuisce una specie di urgenza di fermare quelle immagini. Quattro sono momenti presi dalle collaborazioni che negli ultimi anni Aronne ha intrattenuto con colleghi di diverse estrazioni, e uno è un brano “solo”.

Il cd “Oxyacantha”

Il “solo” è quello che apre: Comme da lo molino, dal repertorio di Roberto Murolo.
Segue il Canto delle fondaccine, un brano dei meno frequentati del repertorio di Caterina Bueno, suonato con Daniel Faranna al contrabbasso e Vincent Magrini alla guitariole (l’ibrido di chitarra e viola da gamba di cui Aronne parlava nella nostra intervista dell’anno scorso).
Poi il primo dei due brani che derivano dal repertorio della Nuova Compagnia di Canto Popolare: Vurria addeventare, sorprendentemente arrangiata in duo con Val Bonetti alla chitarra resofonica.
In A los baños del amor (dal Cancionero de Palacio), che Aronne ha scoperto dal duo di Savina Yannatou e Kostas Grigoreas, suona il marsigliese Pascal Hoyer alla chitarra a 10 corde.
Chiude Pesce d’oro, l’altro brano della N.C.C.P. (noto anche come La canzone del pescatore) con Virginia Nicoli al bansuri e Christian Zagaria al liuto arabo.

L’intervista

“Qualcosa di vivo”: Aronne Dell’Oro parla di “Oxyacantha”

Aronne Dell’Oro segue una pista antica che pochi hanno avuto l’ardire di imboccare, una volta aperta – tanto tempo fa – da una generazione di artisti britannici. La sua, se è musica folk, lo è solo nella misura in cui lo era quella dei John Renbourn e dei Bert Jansch, che negli anni 70 andavano in cerca delle tradizioni per poi farle entrare in collisione col blues, col jazz e con l’improvvisazione.
Nella nostra conversazione già pubblicata, raccontava come – da bluesman acustico – si avvicinò a quelle musiche nelle quali ritrovava una memoria perduta: ebbene, coi suoi dischi offre a noi un’esperienza simile. Ci sono dentro tante cose che ci rimandano a qualcosa che conosciamo, ma non è in senso stretto folk, né musica antica. Proprio nella difficoltà di identificare quell’oggetto, la sua esperienza ci commuove ogni volta perché ci rimanda a qualcosa che conosciamo profondamente e a cui, pure, non sappiamo dare un nome.

Non c’è nulla di filologicamente fondato nel modo in cui realizza questo intreccio di generi. Non c’è una ragione storica nell’innestare il blues o la musica d’avanguardia sulla musica napoletana, se non quella del celebrare l’incontro. Incontro che ha senso nella biografia dell’artista, nel suo percorso intimo più che nella storia della musica o in qualche approccio accademicamente codificato.
È questa scelta intima che rende non solo piantato nel suo tempo, ma anche personale, financo cantautorale, un disco costruito su un repertorio tratto dalla tradizione. È in questo valore autobiografico e in questo rapporto personale col passato che “Oxyacantha” diventa, come nelle intenzioni dell’autore, persino un disco di blues.

“Oxyacantha Sessions” si può scaricare qui. ma anche da iTunes e gli altri store.

L’intervista

“Qualcosa di vivo”: Aronne Dell’Oro parla di “Oxyacantha”

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