Esce ufficialmente nelle prossime ore, ma mezzo mondo lo sta ascoltando sulla web radio a pagamento SiriusXM e da altre fonti.
Hello Sunshine, il singolo di Bruce che prepara la strada all’album che uscirà in giugno, è tutt’altro che una canzone acustica stile Nebraska come qualcuno si aspettava.
Bruce aveva annunciato un album con “arrangiamenti orchestrali cinematografici” e sì, tutto sommato la definizione ci sta; si era parlato persino di Burt Bacharach, e capisco il riferimento, sebbene almeno il singolo abbia una sua asciuttezza melodica che lo accosta più a un certo country “d’autore”: anzi, se ve lo devo dire, a me ricorda un po’ Gentle on my Mind di John Hartford, ma più nella versione di Glen Campbell o quando lo stesso Hartford la arrangia con la pedal steel guitar. E poi Everybody’s Talking, ma di brutto, però con l’incedere inimitabile delle cose più intime di Bruce.

I suoi singoli sono così, sin dalle notti passate a riascoltare mille volte Dancing in the Dark prima di andare a scuola con le occhiaie: ti innamori dopo due ascolti e non li molli più perché, non te ne accorgi, ma ci trovi dentro mille cose che conosci da quando eri bambino, schegge impazzite di immaginari sonori (a partire dal titolo).

Ora, più che di questo singolo non possiamo parlare: e i singoli di Bruce non sempre sono biglietti da visita fedeli dell’album che segue; e inoltre le poche anticipazioni che abbiamo ci parlano di un progetto assai ambizioso.
Ma fino a che non ho ascoltato Hello Sunshine ho coltivato una mia personale idea degli anni recenti di Springsteen. E cioè che la sua ultima missione – che compie continuando a parlare di quell’America che racconta come quasi nessun altro – non sia più quella di colpire al cuore il suo pubblico – ché quello il cuore gliel’ha appaltato da anni e a tempo indeterminato: ma piuttosto quella di occupare nel rock americano il posto speciale di chi è riuscito a dire la sua in tutti i generi e i sottogeneri possibili, quasi che più che passare alla storia, volesse diventare egli stesso quella storia.
Ha suonato il rock and roll, il rhythm and blues, il soul, e poi il country, e la canzone politica e poi le varie diramazioni della musica roots senza trascurare la musica irlandese; ha flirtato col metal mettendosi in casa Tom Morello, e nel celebre interminabile tour di “Wrecking Ball” ha inanellato cover di AC-DC, Bee Gees, dei Suicide persino. Che gli manca? Da Woody Guthrie al punk, per lui la musica del ‘900 è come una parete per un imbianchino: quel che c’è da fare è rimboccarsi le maniche e non fermarsi fino a che non sia coperta tutta.
L’ho pensato negli ultimi anni come un artista cioè che, arrivato alla soglia dei settanta, può ben dire di aver fatto il suo dovere (davvero, ci ha dato più di quanto fosse legittimo chiedere a chiunque), e si dedica ad arredare la propria spaziosissima nicchia dentro quella storia, dicendo qualcosa di autorevole in tutti i generi che può. Magari senza l’ironia di Neil Young, ma grazie al cielo anche senza l’aria austera di Bob Dylan che rifà Sinatra.

Oggi, che mi sorprendo a rintracciare in questo singolo i pezzi di una storia che mi appartiene da quando nemmeno lo sapevo, penso che non sono i volumi del’enciclopedia i luoghi che Bruce vuole conquistare (non era uno di quelli che “avevano imparato più da un disco di tre minuti che da tutti i libri di scuola”?): ma i territori di quell’immaginario sonoro di cui io, voi, lui e molti altri ci siamo nutriti.

Il Bruce di oggi l’ha detto e ripetuto: sono quello che ha scritto Nato per correre eppure vivo a cinque minuti dalla casa dei miei; ho parlato della vita della fabbrica senza avere idea di cosa fosse. “Ho inventato tutto – capite quanto sono bravo?”. Lo show è finito, e quello che ci chiede oggi non è di partecipare ancora a quella favola o di credere a quel mito: è di assistere a bocca aperta alla sua costruzione.