“È il blues che guida il gioco”

“Prendi una nave per l’Inghilterra, baby. Per la Spagna se vuoi. Dovunque sono andato, dovunque sono stato, il blues è sempre lo stesso”.

Il 3 marzo del 1999 Jackson Carey Frank muore per un arresto cardiaco come complicanza di una polmonite. Malato di cuore, aveva da anni confidenza non solo con i reparti di cardiologia, ma anche con le cliniche psichiatriche, nelle quali lo conduceva di frequente la sua diagnosi di schizofrenia paranoide. Per quanto la diagnosi potesse essere sbagliata per eccesso, Jackson continuava a negare la gravità della sua situazione e a dare la colpa a quell’incidente di quando era bambino: come se nel frattempo la vita non gli avesse riservato altri colpi (perché, si sa, piove sempre sul bagnato). Un figlio morto per fibrosi cistica, un divorzio, la vita da homeless, durante la quale a causa di un colpo sparato dal fucile a pallini, qualcuno racconta da un pazzo fuori controllo, qualcun altro da alcuni ragazzini, aveva perso un occhio – ennesimo oltraggio a un corpo provato sin da bambino e ora gonfio e sfatto anche per via della tiroide, oltre che per i farmaci e per lo stile di vita. Di che fine avesse fatto la voce calda di un tempo, poi, non ne parliamo nemmeno.
In gioventù aveva inciso un album in Gran Bretagna con la produzione di Paul Simon: ma la storia si era chiusa lì perché qualcosa dentro di lui si era rotto definitivamente. Negli ultimi anni non lo consolò nemmeno la consapevolezza di essere diventato un artista di culto. Per Nick Drake, ma anche per i principali esponenti del folk inglese, Jackson C. Frank e quel suo unico album divennero immediatamente una fonte di ispirazione. Praticamente ignoto al grande pubblico, Blues Run the Game – fra i suoi brani più ispirati e dolenti – continua a vivere nell’interpretazione di tanti di loro. Di recente ha accompagnato il trailer e alcune sequenze del film The Old Man and the Gun, con Robert Redford. Nel 2006 i Daft Punk usarono I Want to be Alone nel film “Electroma”.

Esattamente trentacinque anni prima di quel marzo Jackson salpava da New York sulla Queen Elizabeth con rotta verso Southampton, in Inghilterra. All’epoca era un giovane schivo con una frangia di capelli biondi che gli copriva parte del viso. Sulla nave trascorreva suonando la chitarra almeno altrettanto tempo che quello che passava al bancone del bar. Un regalo inaspettato aveva cambiato il corso della sua vita: quasi 110.000 dollari ricevuti proprio nel giorno del suo compleanno come risarcimento per una tragedia nella quale era rimasto coinvolto nella sua scuola a undici anni. L’esplosione di una caldaia aveva ucciso quindici suoi compagni (fra cui la ragazzina di cui era innamorato) e lo aveva lasciato ustionato per buona parte del corpo oltre a danneggiargli le paratiroidi (con conseguenze sulla regolazione del calcio nel sangue e quindi sui muscoli).

Durante il lungo ricovero una chitarra regalata da un insegnante gli aveva reso meno insopportabili le giornate. Da allora, prendere quella nave era stato uno dei suoi più grandi desideri. Il primo lo aveva realizzato a tredici anni, quando la madre lo aveva accompagnato a Memphis a conoscere Elvis in un evento organizzato per le vittime del disastro della scuola. L’altro desiderio era quello di andare in Inghilterra sulle tracce degli antecedenti del folk americano di cui era follemente innamorato. Quella per la musica non era l’unica passione: l’altra era quella per i motori. A Londra avrebbe trovato l’auto dei suoi sogni. Così, incassata quella somma, non aveva avuto nessun dubbio: avrebbe lasciato gli studi di giornalismo e il lavoro al Buffalo News e si sarebbe imbarcato.

Viaggiava con lui Katherine, che aveva dato senso ai suoi diciotto anni diventando la ragazza del cantante ma che da un po’ di tempo viveva un forte disagio in quella relazione.
Jackson si trovava a proprio agio suonando nei locali, quando il viso deturpato si nascondeva nella penombra dei palchi appena illuminati. In quelle sere la sua abituale tendenza a fuggire lo sguardo del prossimo lasciava il posto a una presenza scenica che si imponeva senza timidezze. Aveva anche sviluppato una personale tecnica chitarristica che gli permetteva di compensare i problemi di mobilità delle dita. E quello era il Jackson che Katherine aveva visto: un grande uomo con un talento artistico enorme oltre a un irresistibile senso dell’umorismo. Stargli accanto l’aveva fatta sentire importante. Era nata a Buffalo come lui e lo aveva conosciuto la sera di Natale, quando aveva litigato col padre e cercava un pullman per raggiungere la madre dai parenti a Niagara Falls. Jackson era un tipo che sapeva come vestirsi, e avevano passato tutta la sera a parlare. Alla fine lui l’aveva accompagnata dai parenti a un orario improponibile della notte.

Katherine Wright e Jackson C. Frank

Jackson attraversava fasi di dolore profondissimo e momenti di grande esaltazione e voglia di fare. Quella disperazione e quella grande vitalità erano apparsi agli occhi di Katherine ugualmente grandiosi. Ma col tempo lui si era fatto sospettoso. Come era capace di una generosità quasi incosciente, così a un certo punto cominciava a pensare che gli amici avessero preso di mira il suo denaro. Katherine era stanca e spaventata dalle sue paranoie. Aveva venduto tutto quello che aveva e acquistato un biglietto per la Queen Elizabeth a 212 dollari, per condividere con Jackson la traversata e le sbronze smaltite in cabina e con l’idea nascosta che in Inghilterra se ne sarebbe andata prima o poi per la propria strada.
Che doloroso intreccio di dipendenze reciproche fosse quella relazione si capisce dal fatto che, nei racconti di Jackson, Katherine aveva fatto di tutto per seguirlo fino in Inghilterra; nel racconti di Katherine era stato lui a seguire lei che voleva lasciarlo. E forse avevano ragione entrambi.

Le cose, come accade spesso, andarono a rotta di collo sciogliendo i nodi che i due ragazzi non riuscivano a sciogliere. A che prezzo, però. Dopo quasi quattro mesi Katherine era incinta, tutt’e due erano molto spaventati. Non si sentivano in grado di crescere un figlio, si vedevano improvvisamente piccoli e incapaci. Linda, la vecchia fidanzata di Jackson, li mise in contatto con un medico che aveva perso la licenza e che praticava aborti clandestini a Washington D.C. Tornarono negli Stati Uniti. Fu un’esperienza terribile per Katherine. Lei gli disse solo: “Me ne torno a casa”. Jackson saltò per la seconda volta sulla Queen Elizabeth per tornare in Inghilterra, da solo e senza altro pensiero che la musica.

Nel giro dei cantanti folk di Londra incontrò, fra gli altri, Paul Simon, un giovane cantautore del New Jersey. Simon aveva lasciato gli Stati Uniti dopo l’insuccesso di un album inciso in duo con l’amico Art Garfunkel. “Wednesday Morning, 3 A.M.” non aveva superato di molto le duemila copie vendute e il duo si era sciolto. Così in Gran Bretagna Paul Simon aveva iniziato a frequentare il giro dei cantautori folk e si proponeva come produttore. Aveva anche inciso “Songbook”, un album solista in cui aveva riproposto The Sounds of Silence (ma con la piccola modifica di “Sound” al singolare, chissà perché), la canzone già pubblicata come singolo di Simon & Garfunkel alla quale era stato affidato il traino di quello sfortunato debutto. Anche al secondo tentativo la canzone aveva ricevuto ben poca soddisfazione dal pubblico.
Così aveva concluso che, per come si stavano mettendo le cose nel panorama musicale inglese, se la tua specialità era quella di scrivere canzoni per sola chitarra e voce, era Londra e non New York, in quel momento, il posto migliore in cui avresti potuto trovarti.

Simon riconobbe qualcosa in comune con l’ispirazione di quel giovane appena sbarcato. Probabilmente ritrovò in Blues Run the Game lo stesso pacato dolore di Sounds of Silence. A modo proprio, entrambe le canzoni dicevano qualcosa sull’impossibilità di sfuggire alla sofferenza e alla solitudine (“Hello darkness, my old friend, I’ve come to talk with you again…”), al di là delle storie che prima Garfunkel e poi lo stesso Simon avrebbero raccontato negli anni successivi: per il primo la canzone riguardava l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy; per l’altro l'”oscurità” era quella del bagno di casa sua, che assieme ai rubinetti aperti creava il sottofondo favorevole per comporre sulla chitarra.
Come che sia, si stabilì una buona intesa e una certa solidarietà fra i due.
Paul Simon accettò di produrre il primo album di Jackson C. Frank, e chiamò Al Stewart per partecipare ad alcune tracce in cui c’era bisogno di un’altra chitarra.

Durante la pur breve sessione di registrazione cominciò ad essere chiaro che qualcosa dell’equilibrio già precario di Jackson si stava rompendo definitivamente. Suonò tutto il tempo nascosto da uno schermo che lo proteggeva dallo sguardo dei presenti.
Nel periodo successivo non fu una sorpresa per chi lo frequentava che la sua stabilità psichica si facesse sempre più fragile. Jackson restò qualche tempo in Inghilterra, ebbe una breve storia con Sandy Denny. Del denaro che gli aveva permesso di vivere, a un certo punto non era rimasto praticamente nulla.
Gli anni successivi al ritorno in USA lo videro fra la casa dei genitori e le strade di New York City, col pensiero ossessivo di rintracciare Paul Simon che aveva trattenuto a sua insaputa i soldi dei diritti dell’album.

Perché Paul Simon in America era rientrato da un pezzo, ma il suo era stato certamente un ritorno più trionfale. Una sera dell’estate di quel 1965, poco dopo la registrazione dell’album di Jackson, e mentre si faceva evidente che quel debutto discografico difficilmente avrebbe avuto un seguito (a breve, almeno), Simon aveva avuto una furibonda telefonata intercontinentale.
“Ascoltami, era la cosa giusta da fare!” gridava Tom Wilson dall’altra parte.
Dopo che Paul era partito per l’Inghilterra era capitato che Wilson, il produttore del fallimentare “Wednesday Morning, 3 A.M.”, lavorasse in studio per una canzone di Bob Dylan, Like a Rolling Stone. Non ci era voluto molto per capire che il suono di quella canzone avrebbe cambiato un sacco di cose nel gusto del pubblico del folk – o magari che essa stessa era nata dalla consapevolezza che i tempi, senza preavviso, stavano ancora una volta cambiando.
Wilson allora si era domandato come sarebbe stato prendere alcuni musicisti del gruppo elettrico di quella sessione con Dylan per sovraincidere una chitarra elettrica e una sezione ritmica a Sounds of Silence e dare al pezzo quel suono così diverso dalle canzoni chitarra-e-voce che avevano costituito fino a quel momento il modello prevalente nella musica folk. Senza pensarci troppo, e senza avvisare i due cantanti, ne aveva ricavato un nuovo singolo e lo aveva messo in circolazione.
Così Simon gli chiedeva ragione di quella iniziativa non concordata.
“Non è la mia canzone, Tom! E se vuoi sapere come la penso, è orribile. Vai al diavolo tu e Sound of Silence. È una storia nata male, non dovevo puntare tanto su quella canzone e non dovevo fidarmi di te.”
“Paul, faccio finta di non aver sentito. Ora fa’ come ti dico. Fai le valigie e torna in America. Ne parliamo con calma quando sarai qui”.
Paul si era fatto convincere: qualche mese dopo “The Sounds of Silence” era primo nella classifica di Billboard e ai primi posti in quelle di mezzo mondo. Veleggiava verso un Grammy Award e si accingeva a trainare il successo di The Graduate (il Laureato), un film di Mike Nichols che raccontava da una prospettiva singolare il rapporto fra le generazioni nell’America degli anni Sessanta, della cui colonna sonora era il fiore all’occhiello.

Jackson C. Frank, dal baratro nel quale era caduto un po’ alla volta, non era più in grado di risalire per saltare anche lui sul treno giusto, con un pugno di progetti a cui pure aveva lavorato sodo – fra cui uno sulla guerra civile.
Resta di lui la storia di una vita tragica, un album bellissimo e il ricordo di una voce le cui tracce ritroviamo in tanti che sono arrivati dopo di lui. La riscoperta e l’amore da parte di tanti artisti e di una nicchia sempre più ampia di appassionati non è arrivata in tempo, se non per salvarlo da quel barato, almeno per risarcirlo un po’ del dolore che lo aveva sopraffatto.