di Luca Giudici

Classe 1962, nato e cresciuto a Milano, dove si laurea in filosofia della scienza alla statale, vive oggi in Trentino. Oltre che filosofo e papà, è cultore di fantascienza, sia letteraria che cinematografica, e in particolare delle sue espressioni più recenti, cyberpunk, new weird e distopiche. Appassionato di musica sin dalla prima adolescenza, segue Springsteen da ormai oltre quarant’anni, ma il suo approccio spazia da Puccini ai Soft Machine passando per i Dead Kennedys.
Un suo libro su Bruce è in uscita per Editrice Zona.

In questi giorni i fan di Springsteen sono tutti con le orecchie tese. In molti si aspettano a breve un annuncio, magari anche solo un tweet di un membro della E Street Band, qualcosa che aiuti a capire se e quando uscirà un nuovo album, e – di conseguenza – se si può sperare in un nuovo tour, evento agognato da molti.

A metà luglio fu dato l’annuncio ufficiale che il 16 dicembre, giorno seguente l’ultima serata al Walter Kerr Theatre di Broadway, lo show sarebbe stato trasmesso dalla ben nota televisione on demand Netflix. Lo spettacolo fu registrato il 17/18 luglio, e il sito Brucebase non segnala particolari varianti rispetto allo spettacolo che conosciamo ormai da oltre duecento tracklist. Unica anomalia una versione allungata di Living Proof negli encores in cui viene incluso il racconto della nascita di Evan James, il primo figlio (racconto che ben conosciamo dall’autobiografia). Ma questi sono dettagli da palati fini, la sostanza è che il 16 dicembre saremo tutti davanti al televisore, sia chi non ha potuto applaudirlo di persona sia chi ha avuto la fortuna di essere presente, ognuno con il desiderio di replicare la magia di quell’evento. Perché è indubbio che lo sia, e io continuo a credere che nessuna campagna di marketing, per quanto sia ben orchestrata, può portare a centinaia di repliche sold out, se non è presente anche un alto valore qualitativo, di qualsiasi campo si tratti. A maggior ragione se parliamo non di un film carico di effetti speciali, ma di uno one man show, dove il nostro strimpella e ci racconta pezzi della sua vita.

Con delle premesse di questo tipo dovrebbe essere difficile riempire una sera, e pensare di replicarne oltre duecento un sogno ingenuo. Eppure è successo, e il mondo intero si è inchinato.

Ma cosa c’è di così interessante in questo racconto? Perché ha affascinato ogni ordine di fruitori, in modo totalmente trasversale? Francamente ho sentito molti fan replicare stizziti con frasi tipo “la terapia fattela a casa, noi vogliamo la musica”. Non sorprende, anzi è comprensibile. Ogni volta che un evento artistico ti getta addosso qualcosa di insostenibile c’è chi reagisce con il rifiuto. Così è accaduto per il surrealismo o il rock, ma lo stesso accadde a Caravaggio e Michelangelo, come a Dante e a Shakespeare. Gli esempi potrebbero essere molti.

Il concetto è che ognuno di noi, quando si ritrova di fronte a un elemento di verità, a un altro essere umano che, in modo più o meno violento, ti mostra qualcosa che non puoi evitare di riconoscere come anche tuo, come un qualcosa che segretamente ti è sempre appartenuto ma che fino a quel momento non era emerso, allora questo evento può essere dirompente, e non è un caso che tutti noi fan soffriamo evidentemente di una sorta di sindrome di Stendhal verso Bruce, e gli apriamo il nostro cuore, come lui apre il suo con noi. Tutto ciò è un po’ il senso del nostro rapporto con Springsteen, che sappiamo bene essere qualcosa di assolutamente diverso ed esclusivo.

Ma mi premeva andare oltre, e se fino a qui ho parlato del presente (spiegandolo con il passato), vorrei provare a parlare – o almeno a fare ipotesi – sul futuro. Come dicevo all’inizio, dopo l’annuncio dello show su Netflix e, pochi giorni fa, la conferma della registrazione audio, a completare l’orizzonte di questo spettacolo i fan di tutto il mondo si cimentano in esperimenti di telepatia e divinazione, nel tentativo di capire se e quando saranno annunciati album e tour. Nessuno ricorda però che alcuni anni fa ci fu consegnata una chiave che oggi ci permette se non di capire, almeno di mettere dei precisi paletti circa il futuro del nostro. Nella primavera del 2015 Wikileaks rende pubblici i dettagli del contratto di Springsteen con la Sony. Poco importa che sia stato smentito nelle cifre, credo che per tutti noi la parte davvero importante sia stata la programmazione delle uscite discografiche, che veniva impostata fino al 2027. In quell’anno – vorrei sottolineare – Bruce compirà 78 anni. Il contratto prevedeva, come riportano tra gli altri anche Point Blank Magazinee Greasy Lake, ovvero due fra i maggiori fan club del mondo, i tre cofanetti rispettivamente di BITUSA, The River e Nebraska, un cofanetto definito come Tracks 2, cinque album live (ma qui credo che i live mensili abbiano di fatto sostituito ampiamente quanto previsto dal contratto, anche se in un primo momento erano stati considerati come un progetto separato) e infine, ben quattro album in studio.

È quindi probabile che in tempi non troppo lunghi un album venga pubblicato, anche perché sappiamo che i cassetti di casa Springsteen traboccano di materiale inedito. Già nel 2011, quando uscì Wrecking Ball disse che per registrarlo aveva interrotto la produzione di un album quasi pronto, e più volte nel periodo 2016 – 2017 sia lui che Jon Landau dissero che era predisposto un album solista che avrebbe sorpreso tutti. Lo stesso Little Steven poche settimane fa ribadì che Springsteen aveva sempre un album pronto nel cassetto.

Personalmente sono però dell’idea che Springsteen rivolgerà le sue attenzioni a un progetto più contenuto, e soprattutto che non lo induca a programmare un tour. Credo quindi che il cofanetto di Nebraskasarà probabilmente ciò che avremo nel 2019. Oppure, in alternativa, come disse Bruce in alcune occasioni parlandone, dato che per lui Nebraska e BITUSA erano due lati della stessa medaglia, il cofanetto avrebbe potuto essere unico, una sorte di double-face. Cosa mi fa pensare ciò? Come mai escludo così drasticamente un tour?

Per due ragioni: il primo è che Adele, la mamma di Bruce, ha compiuto a maggio 93 anni, e lui, come ha scritto anche nell’autobiografia, non vuole per nessun motivo esserle lontano quando verrà a mancare. Sapendo quanto per lui sia importante questo rapporto credo che non tornerà sui suoi passi.

La seconda ragione riguarda Patti, e qui premetto che non ho alcun riscontro circa quello che sto per sostenere, salvo quei pochi dettagli che ora andrò a fornirvi. L’8 settembre Patti Scialfa ha postato sul suo profilo Instagram un’immagine di una parrucca rossa che sembrava bevesse un drink commentandola così “— don’t wig out — …just have a drink before you put your face on… at the theatre” (che potremmo tradurre con “Non esagerare, solo un drink prima di metterci la faccia, a teatro”, ma la parola wig significa parrucca, e wig out può essere tradotto anche come “non impazzire”). A mio parere il rimando allo scherzo, all’illusione, al trucco è in pieno stile springsteeniano, che è ritornato molte volte nei sui pezzi su questo discorso, la finzione che accompagna continuamente lo spettacolo, il difficile rapporto tra il voler essere autentici e sinceri da un lato e la inevitabile contraffazione, quella continua costruzione di mondi che fa dell’artista un illusionista. Ecco, l’immagine postata da Patti poteva facilmente essere letta in questi termini, se non fosse che vi si scorgeva qualcosa di troppo intimo, di assolutamente personale, qualcosa che non poteva essere solo una finzione costruita. Per Patti, la Jersey Girl, la Red Headed Woman, quei capelli ginger sono sempre stati una dichiarazione di indipendenza, la sua identità visuale. Liberarsene così, gettarli al vento, mi ha dato l’impressione di significare qualcosa di più. Pochi commentatori hanno provato a chiedere chiarimenti, e solo un paio – su diverse centinaia – hanno usato le terribili parole: malattia e tumore.

Forse sono io che sto costruendo una storia a partire da un’immagine poco chiara, ma nei giorni seguenti, fino ad oggi, quasi tutte le immagini postate da Patti sono state riprese dal passato, e tutte le (poche immagini) attuali, mi hanno confermato la prima impressione. Guardate le immagini del 17 e 13 ottobre e zoomate sul volto di lei. Patti ha un viso stravolto. È vero che stiamo parlando di una donna che ha sessantaquattro anni, ma come è possibile che fino a poche settimane prima tutto sembrasse normale? Da quell’8 settembre a oggi Patti ha continuato a suonare e cantare i suoi due pezzi durante lo show di Bruce, ed era presente anche allo Stand Up for Heroes (salvo alcune indisposizioni, di cui non sappiamo nulla più), ma nelle foto di scena che circolano in rete (facilmente consultabili), lei è sempre più spesso assente.

Spero vivamente che questa mi impressione sia completamente fuori strada, ovviamente, ma questo sarebbe chiaramente un elemento determinante per evitare qualsiasi impegno lontano da casa. Credo che non dovremo attendere molto per avere delle risposte, già nei primi mesi del prossimo anno dovremmo sapere quale strada seguirà, e io spero tanto che questa mia interpretazione sia completamente sbagliata.