Stefano Barotti con Jono Manson (da stefanobarotti.net)

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Quarto appuntamento con i cantautori che traducono canzoni.
Stefano Barotti – lo dicevamo anche parlando del suo ultimo album – ha più di un legame con la musica americana: sebbene non sia solito pubblicare canzoni tradotte, l’adattamento di testi stranieri è una attività che gli sta a cuore e di cui si trova testimonianza nei suoi live (ma anche in rete). In particolare, pur non trascurando gli autori che più spesso ispirano i cantautori-traduttori, la sua scelta originale è stata quella di dedicarsi al confronto coi testi di Phil Ochs, con la sua caratteristica vocalità che aggiunge dei colori nuovi al folk americano.
Stefano risponde qui alle stesse cinque domande che Radio Tarantula ha rivolto ai suoi colleghi.
Grazie a lui per questo contributo! 

Tutto cambia, da Changes di Phil Ochs

1) Cosa ti fa venire voglia di tradurre e ricantare una canzone? Come la scegli? Che genere di affinità c’è con l’autore?

SB: Ci sono diversi fattori che possono spingermi ad approcciarmi alle canzoni di altri artisti. In primis mi affascina la sfida. Tradurla, cantarla a modo mio, rivisitarla, dandole un altro vestito ma portando sempre rispetto alla natura del brano. La canzone deve piacermi molto e deve crearsi la stessa magia tra me e lei come quando una canzone la si scrive e la si inventa.
Un tempo la usavo anche come palestra, specie se non stavo scrivendo nulla di nuovo. Sceglievo un artista che amo e mi approcciavo alle sue canzoni facendole diventare un po’ mie. Tra queste ricordo Tangled up in Blue di Dylan o Dreamin Man di Neil Young.

2) Come procedi quando ri-crei nella tua lingua una canzone straniera? Come affronti la metrica e le rime?

SB: Beh… con l’italiano cambia un po’ tutto. Per questo devi rispettare il suono delle parole e degli accenti ma devi decisamente reinventarla la canzone. Riguardo la metrica, la immagino come fossero due binari dove sopra scorre la canzone. Non puoi uscirne mai del tutto ma puoi sempre rallentare, fermarti o accelerare. Le rime invece devi proprio sposarle con la tua lingua e farle cadere al meglio. Ma non sono un fanatico della rima, quindi diventa tutto molto divertente e libero. Devi stare però molto attento a far funzionare la canzone, farla viaggiare con un motore diverso.

3) Come intendi la “fedeltà” all’originale? Fino a che punto ti poni il problema della fedeltà? Come lo affronti?

SB: Mi sento libero, anche col testo sinceramente. Cerco di esprimere gli stessi concetti con immagini o altre parole utilizzando l’italiano, cercando l’architettura giusta delle frasi che con la nostra lingua funzionano meglio. Ricordo Will There Be Love del mio amico e produttore Jono Manson. Ho tradotto parte della canzone e spesso la suoniamo insieme. Nella mia parte canto praticamente quello che ha scritto Jono ma cambiando completamente lo scenario grazie alle parole e l’intenzione.

4) Come affronti la parte musicale? Ti prendi lo stesso grado di libertà e di fedeltà all’originale che per la parte letteraria?

SB: No, la melodia tendo a rispettarla molto di più. Cerco di non cambiare nulla. Piuttosto può capitare di cambiare qualcosa armonicamente a seconda di che arrangiamento ho pensato per il brano, anche se solo chitarra e voce. Capita a volte però di rivoluzionare tutto durante la traduzione, e allora diventa un brano mio ispirato da una canzone altrui. Mi è capitato con At my window  di Townes Van Zandt. Diversamente invece è andata con Changes di Phil Ochs dove sono stato molto fedele alla versione originale.

5) È possibile tradurre in modo apprezzabile una canzone senza conoscere l’universo poetico del suo autore, il suo lavoro e la sua storia? In altre parole: è possibile tradurla considerandola un universo a sé?

SB: Credo proprio di si. Ci sono cover migliori dell’originale. Proprio perché la canzone appartiene a tutti. Appena la si porta fuori di casa diventa patrimonio comune. Ce ne sono tante che nuotano da sole staccandosi completamente da chi le ha scritte. E allora se arriva un artista che la ripropone con altra intenzione e sensibilità ben venga. Ripenso alla mia Compositore di canzoni che Momo ha cantato nel suo disco “Il giocoliere” beh, oggi non so… ma in quegli anni era molto più affascinante la sua. “Le canzoni sono di chi gli servono non di chi le scrive”. Come diceva Troisi nel postino (anche se in quel caso parlava di poesie).

Le traduzioni di Stefano Barotti

Distribuita attraverso stefanobarotti.net:

Eseguite dal vivo:


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