Incontro Aronne Dell’Oro e parliamo di musica, di culture, di differenze, di storia, in un momento in cui la narrazione prevalente racconta l’altro come un pericolo, o comunque come un portatore di disordine nella sicurezza con cui disegniamo confini. Confini che spesso stanno nella testa di chi non sa che il blues è parente del Mare Nostrum, che tra George Gershwin e Mario Pasquale Costa esistono delle connessioni e che tutto quel che succede nasce nell’incontro e nella contaminazione di culture e appartenenze.
Buona lettura.

(Grazie a Marisa per la trascrizione)

Radio Tarantula: Aronne, il tuo ultimo CD è “La vigna”, del 2016. Ce lo racconti?

Aronne Dell’Oro: Con piacere! “La vigna” è il mio sesto cd. In una decina di anni abbiamo registrato sei album autoprodotti, tutti su repertorio mediterraneo, soprattutto pugliese e campano; credo che le autoproduzioni siano un’esperienza necessaria per trovare il proprio modo di fare le cose, ho voluto imparare dai miei esperimenti, dai miei errori e progressivamente arrivare a quello che ho sempre avuto in testa. Lavoro tutti i giorni su voce e chitarra, ma per capire come aprire ad altri strumenti i miei arrangiamenti, l’esperienza dei dischi è fondamentale. Ho avuto la fortuna di collaborare con musicisti provenienti dai mondi più disparati, dalla musica antica al folk-blues, dalla classica indiana al jazz contemporaneo e così via. Grazie a loro si è creata una sintesi sempre più ricca.
Negli anni, io e l’amico/coproduttore Mauro Lazzaretto – insostituibile in quanto a pazienza, disponibilità ed orecchio fino – abbiamo sviluppato un metodo ed un nostro suono, registrando sempre in luoghi non asettici ma vivi, con una storia, case con una buona acustica principalmente. “La vigna” è una raccolta di canzoni solo pugliesi, salentine e del Gargano, sono i brani che negli anni non hanno mai smesso di trasformarsi tra le mie mani.

RT: Ma il titolo…?

ADO: Vigna è il cognome della nonna salentina, che compare in copertina con un infante Aronne irriconoscibile, ai limiti del biondo, nella casa di famiglia di Parabita, fine anni ’70.

RT: Molto bella la copertina, ma diciamo proprio che il CD è ben curato anche nella confezione. Aronne, come scegli i brani che decidi di arrangiare e cantare?

ADO: Quando cerchi ispirazione da un patrimonio tradizionale, più conosci – intendo più canzoni, ma anche più interpretazioni della stessa canzone – meglio è. Ma allo stesso tempo ho sempre avuto una reazione molto sicura al primo ascolto, che si tratti di un disco o di un cantante, su di un palco o al tavolo di un’osteria, che mi fa scoprire un brano per la prima volta. I canti che mi riguardano, quelli a me destinati, li riconosco sempre al primo ascolto, spesso addirittura alla prima strofa…
Decine, centinaia di altri brani sono dei capolavori che mi catturano e mi affascinano, ma so che non hanno bisogno che io dica la mia. Spesso invece le canzoni che scelgo rimangono legate ad una determinata esperienza, mi riportano al luogo dove ho sentito il canto per la prima volta, a quel musicista, a quella voce. Il carattere più forte e unico della musica tradizionale non esiste in quanto scritto, ma esiste nel passaggio da interprete a interprete.

RT: Dimmi due parole sulla tua chitarra. Sembra una 00, ma non è uno strumento di serie…

ADO: È una chitarra veramente unica al mondo. L’ha costruita il liutaio Renato Barone per Mauro Ferrarese, che è un grande bluesman italiano ed è anche un mio carissimo amico. Negli anni in cui Mauro ha suonato soprattutto resofoniche e slide (alla Blind Willie Johnson e Bukka White) sono riuscito progressivamente a “rubargli” questa chitarra che era più adatta al ragtime blues. È un ibrido molto interessante tra una chitarra folk, tipo una Martin di circa un secolo fa, e elementi e risonanze quasi da classica. Negli anni continua a trasformarsi insieme alla mia musica: al momento è sottocordata, quasi una chitarra baritono, e sempre più in open/alternative tunings.

RT: Ecco, a proposito: le accordature…

ADO: Evito la celebre DADGAD perché è troppo riconoscibile e legata al suono dei chitarristi di ispirazione celtica… al momento le mie favorite sono l’accordatura in sol minore, DGDGBbD, e EADF#BD, una mia variazione dell’antica accordatura da liuto. Più eventuali esperimenti bizzarri per una singola canzone…

RT: Il folk-blues è la musica da cui provieni. Allora suonavi il fingerpicking, e la tua tecnica si è modificata per creare un accompagnamento alla tua musica mediterranea. Com’è avvenuta questa evoluzione?

ADO: Quello che mi interessa da sempre è il fingerpicking dei folksinger (e non dei virtuosi) come accompagnamento al canto, soprattutto del blues rurale della prima metà del novecento, come in Skip James, Rev. Gary Davis, Mississippi John Hurt, lo stesso celebre Robert Johnson, e degli inglesi dei ’60 e ’70 (Nick Drake, Bert Jansch eccetera).
Questa tecnica si basa su una pulsazione ritmica costante creata dal pollice della mano destra – in sostituzione di una sezione ritmica come basso e tamburi – su cui poi portare la melodia della voce e, con le corde più acute, anche un contrappunto melodico sulla stessa chitarra. Questo nel blues si basa ovviamente sui tipici ritmi ed accordi di un “alfabeto” fondamentalmente afroamericano.
Portando lo stesso meccanismo base nel linguaggio musicale mediterraneo, si “traduce” questa pulsazione costante del pollice su ritmiche, modi, armonie e melodie di eredità mediterranea. Per questa ragione ho inizialmente studiato i tamburi a cornice, che sono la base delle ritmiche tradizionali geograficamente più vicine a noi, greche, mediorientali, arabe, spagnole, o di ritmiche nostrane come tarantelle e tammuriate, essendo ovviamente tamburelli e tammorre parte di questa grande famiglia di percussioni. Insomma, in breve, ho cercato di riportare le figure ritmiche fondamentali dei tamburi a cornice nel fingerpicking sulla chitarra folk.

RT: E invece della tua voce che mi dici? Uno ascolta “La vigna”, ti ascolta cantare e pensa che con quella voce sei proprio nato per fare quelle cose. Eppure prima hai cantato il blues… Come è evoluto questo aspetto?

ADO: Diciamo che se la parte chitarristica è uno studio, un’evoluzione meditata, la voce è sempre stata per me assolutamente istintiva e di pancia. La mia principale ispirazione è da sempre Tim Buckley, lo è tuttora anche se sono sempre più immerso in ascolti non anglofoni ed extraeuropei. Tim Buckley soprattutto per la sua grandissima libertà, per il suo modo di muoversi, di esplorare le sue stesse canzoni come se fossero un territorio sempre nuovo, uno spirito che fa sì che la sua musica sia sempre viva e vibrante. Non ho idea se o quanto sia io stesso capace di questa magia, ma è in assoluto l’essenza di tutti gli artisti che mi hanno conquistato. Oltre a Tim Buckley tantissimi altri, naturalmente, molti di tradizione afroamericana, roots-blues ma anche il classico soul. Poi la mia “scoperta” del sud Italia, delle voci arabo-andaluse (cantanti come Reinette l’Oranaise, che considero purissimo blues e duende giudeo-arabo), il Medio Oriente, la musica indiana, voci incredibili, sempre più orientate al canto melismatico, al canto ornamentale, per cui la voce oltre a raccontarti qualcosa diventa anche uno strumento che modula tanto quanto gli altri strumenti.

RT: Ma come è accaduto che ti sei ritrovato a suonare musiche mediterranee, dal musicista folk-blues che eri? C’è un evento in particolare che ha segnato il passaggio alla seconda fase della tua storia di musicista? O è successo gradualmente?

Aronne è un artista in movimento. Non è difficile darsi appuntamento nel bar di una stazione ferroviaria…

ADO: Io sono di famiglia mezzo salentina e mezzo montanara lombarda. Sono cresciuto al nord e la mia famiglia non mi ha trasmesso direttamente questi canti antichi, li ho recuperati in un secondo momento ed è successo quasi per caso – o per destino, chissà – quando mi sono ritrovato per la prima volta ad un concerto di un gruppo pugliese, i Radicanto, che a quel tempo si concentravano sulla musica tradizionale, col bellissimo disco “Terra arsa”. In quella occasione ho sentito cantare Fabrizio Piepoli per la prima volta: una grande voce, che mi suonava estremamente familiare, di sangue – somigliava a voci della mia famiglia, per grana, colore, inflessioni – e allo stesso tempo mi sconvolgeva. Da quel giorno stesso ho iniziato il recupero di quelle tradizioni che avevo ignorato per troppo tempo. Per la generazione dei miei nonni, emigrata nei ’60, c’era stato anche un oblio piuttosto deliberato, immagino che in certi casi i canti riportassero troppo la memoria a tempi più duri. Poi, negli anni ’70, ’80 e ’90, sarebbe gradualmente arrivato un revival fino alla “moda” attuale delle musiche popolari da danza. Così anche quella gente che non aveva conservato questo bagaglio prezioso ha riacquistato l’orgoglio per questo patrimonio.

RT: Aronne, in qualche nostra conversazione precedente sottolineavi come quello che ti interessa sia un approccio non dogmatico e non accademico alla musica tradizionale. Ora stiamo parlando di come hai traghettato il tuo modo di suonare e cantare il blues dentro la tradizione dell’Italia del sud. Chiaro che il pensiero va al folk revival inglese, dove la musica tradizionale e antica si contaminava col blues e col jazz, e anche la chitarra si contaminava…

ADO: Verissimo. Bert Jansch è, come arrangiatore di brani antichi, forse in assoluto il mio chitarrista preferito, e Black Waterside è dal mio punto di vista uno dei più importanti arrangiamenti chitarristici di un canto tradizionale di sempre. Jansch aveva appreso la canzone dalla voce di Anne Briggs e aveva cercato di catturare con la chitarra anche elementi tipici del canto, in particolare i tipici abbellimenti della melodia. Questo è un punto importante: il fatto che un chitarrista folk oltre ad ispirarsi ad altri chitarristi credo debba catturare il più possibile caratteristiche delle voci e di altri strumenti. Martin Carthy, anche lui un grandissimo arrangiatore di brani inglesi tradizionali, si è sempre ispirato a violini, organetti, concertine…

RT: Nella tradizione italiana quali elementi possono essere di altrettanta ispirazione?

ADO: Nel sud Italia la forza della tradizione è soprattutto nelle voci: il carattere proprio della terra, del nostro Sud, si trasmette di generazione in generazione soprattutto attraverso lo stile del canto. Per tornare al folk revival inglese, senza dubbio in esso consiste, per l’equilibrio voce-e-chitarra, la mia fondamentale ispirazione, per la capacità che Jansch e soci ebbero di trasporre la forza del fingerpicking afroamericano su ‘arie’ più europee.

RT: A proposito di quegli anni di folk revival, anche in Italia succedeva qualcosa di interessante…

ADO: Il folk revival italiano ovviamente mi ha incuriosito molto, ma piuttosto che ascoltare la canzone di riproposta degli anni ‘70 ho preferito le registrazioni sul campo, più datate possibile, da quelle raccolte da Alan Lomax negli anni ‘50 fino a varie registrazioni salentine degli anni ‘70 e ‘80. Sono registrazioni di uomini e donne che appresero queste arie nelle campagne, durante il lavoro dei campi, in casa dalla propria famiglia, alle feste di paese. Assolutamente necessario a questo punto citare un paio di cantori scomparsi da pochi anni, Uccio Bandello e Uccio Aloisi, che impararono questi canti tra cave di tufo e campi di tabacco per arrivare a portarli negli ultimi anni della loro vita sui palchi di tutt’Italia…

RT: E come vedi quello che successe negli anni successivi?

ADO: Per quanto riguarda gli artisti di ‘riproposta’, il folk revival in Italia arrivò con modi piuttosto differenti. Il nostro folk è stato molto incentrato sul messaggio sociale e politico: il revival non vide un lavoro di trasformazione e di evoluzione delle forme, come è accaduto in Inghilterra. In Italia ci si è concentrati molto sulla voce di una classe sociale, dei lavoratori, sul messaggio.
Personalmente, per mia vocazione, affronto un repertorio con uno spirito che si avvicina piuttosto ad una maniera estatica di intendere il suono, tipica dei canti d’amore o di celebrazione della natura, per cui purtroppo ho dato poca voce a questa memoria sociale dei cantastorie. Mi sembra quindi doveroso ricordare qui chi porta avanti questa funzione fondamentale del canto tradizionale, sempre più assente in particolare sui grandi palchi.

RT: E forse non solo del folk… Chi, secondo te, nelle musiche tradizionali ha ancora a cuore quella funzione della musica?

ADO: Parlando della scena salentina, che è quella che conosco meglio, ci sono artisti di grande valore che continuano a portare quel messaggio, a partire dal Canzoniere Grecanico Salentino, un ensemble di ottimi musicisti, ormai conosciuto a livello internazionale, molto legato anche alla forza arcaica della danza, del ritmo della pizzica, e che non ha mai smesso di dare voce ai valori fondamentali del rispetto per esseri umani di diverse culture, ed alla necessità dell’accoglienza. Importantissimo anche il lavoro di Dario Muci, che invece fa concerti voce e chitarra, su canti che raccontano storie di soprusi e battaglie sociali. Sono artisti innamorati della propria terra, la difendono in maniera tenace dalla possibilità che sia svenduta e oltraggiata.

RT: Però mi pare che un certo impegno nella musica posa esprimersi in più modi; uno è certamente quello del prendere posizione esplicitamente dai palchi e nella propria musica, posizionarsi coi propri contenuti. Ma un altro modo ha a che fare col trattare il materiale tradizionale in una chiave, come dire?, non conservativa e non identitaria, confrontando la propria cultura con altre, lasciandosene contaminare. Che è proprio il tuo modo.
È un approccio esplicitamente non etnocentrico: non è anche questo prendere una posizione?

ADO: Beh, i musicisti oggi per molte ragioni, perché ci sono i dischi, per via dell’accesso semplificato alle musiche di ogni dove, per l’incontro diretto con artisti provenienti da ogni parte del mondo, non sono certo impermeabili alle musiche del mondo. Quando riarrangio un brano pugliese è molto più naturale per esempio usare forme che provengono dalla musica greca, dalla musica mediorientale, dalla musica nordafricana perché le sento come le più vicine alla nostra tradizione. Prendi un canto arcaico, per esempio i canti dei carrettieri siciliani o pugliesi, canti con cui i carrettieri solitari spesso, magari all’alba, si tenevano svegli per portare un carico da una parte all’altra di queste terre del sud. Ecco, se senti le registrazioni che ne ha fatto Lomax riportano subito al canto arabo a melodie e a modi orientali.
Credo che già la coscienza di questa musica tradizionale dovrebbe assolutamente risvegliare in noi questa certezza storica, antropologica che con gli altri popoli del Mediterraneo c’è una grandissima parentela di sangue. Sono culture molto vicine a noi, e la musica è uno degli elementi che ci ricordano tutto questo in maniera più diretta, istintiva. Per un musicista tradizionale pugliese o napoletano sentirsi italiano significa, allo stesso tempo, sentirsi mediterraneo. Il Salento in particolare, che è l’estremo sud-est d’Italia, è già una porta verso l’Oriente.
In questo momento abbiamo un governo, sappiamo bene, che su questi temi ha preso una direzione pessima… questi politici infami si affannano a parlare di identità, ma ne parlano a vanvera, sputano veleno e non hanno il senso del valore delle vite umane. Non hanno alcuna conoscenza antropologica e storica delle nostre terre, di questa nazione piccola ma assai complessa che è l’Italia. E così fanno appello a una identità che neanche sanno cosa sia, per respingere persone di culture assolutamente connesse alla nostra. E anche se non lo fossero, rimarrebbe la questione imprescindibile della dignità umana.

RT: Credo che questa consapevolezza di come le diverse culture stiano dentro una storia più grande, e nessuna di esse sia più “centrale”, si senta forte nella tua musica. E infatti, a proposito del tuo ultimo cd: che dire di musicisti di provenienze varie che suonano musica di tradizione pugliese?

ADO: Ne “La Vigna” ci sono musicisti italiani, musicisti provenzali e addirittura un musicista di Oslo, Jan Wiese.
In particolare mi va di parlare di questo gemellaggio nato nel 2009 con musicisti della zona di Avignone, anche perché in Provenza c’è una ricchissima scena di musiche del mondo, ottimi musicisti algerini, iraniani, etc. che fondono i loro suoni con la tradizione occitana.
Io al tempo stavo cercando interpreti che riproponessero la musica dei trovatori in maniera non troppo filologica ma in uno spirito che suonasse più naturale alle mie orecchie, più legato alla musica folk. È così che ho conosciuto l’ensemble Azalaïs. Mi hanno invitato nel 2009 a partecipare alla presentazione del loro disco al festival di Avignone e da allora questa collaborazione continua ininterrotta.
Vincent Magrini di Azalaïs è uno dei solisti più importanti dei miei ultimi lavori, compreso “La Vigna”. Ha progettato e si è fatto costruire da un liutaio uno strumento che è a metà strada tra chitarra e viola da gamba, la guitariole, ed ha un suono che chi è interessato troverà in molti miei brani. Un ibrido con accordatura da chitarra, corde in metallo, ma grazie alla tastiera arcuata ha la possibilità di essere suonata con l’archetto in una posizione da viola da gamba. Grande anche il contributo di Pascal Hoyer alla chitarra classica a 10 corde

RT: In Italia invece hai trovato una collaborazione proficua con Val Bonetti…

ADO: Certamente, è una delle collaborazioni più recenti ma in assoluto più vive al momento. Val Bonetti è un maestro della chitarra acustica fingerstyle ed ha anche una grande sensibilità poetica, per cui pur provenendo da tutt’altra tradizione – che comunque è connessa ai miei ascolti e alla mia formazione, quella blues-jazz americana – ha una sensibilità che gli permette di avvicinarsi a questi brani con grande rispetto e mantenendo la sua forza espressiva. È un piacere, Val è un chitarrista da cui a vita avrò da imparare e con cui è bello dividere i palchi. Oltre ai brani salentini abbiamo lavorato sulle canzoni napoletane, che siano villanelle, quindi più antiche di alcuni secoli, o canzoni classiche napoletane di fine ‘800. Rispetto al repertorio salentino queste canzoni sono più scritte, hanno un’armonia più precisa, hanno dei veri e propri compositori che hanno scritto nello stile popolare ma che erano spesso di estrazione classica colta.
Lavorare su una canzone napoletana di fine ‘800 è un po’ l’equivalente di un musicista che si approccia a Gershwin per esempio, è come suonare e trasformare Summertime. Cioè una canzone che nasce da un certo spirito popolare ma con la capacità compositiva e di struttura di un compositore.

RT: Val Bonetti nel vostro duo usa soprattutto la resofonica…

ADO: Usa soprattutto la resofonica che ovviamente ha un suono che rimanda subito al blues. Peraltro il blues esiste ormai quasi in ogni parte del mondo, pensa solo al blues africano di Ali Farka Tourè… Quindi è possibile portare il linguaggio blues, che è molto essenziale e potente, dentro tradizioni diverse. Ma oltre alla resofonica Val usa anche una dodici corde che suona sempre con le dita, e con quella si avvicina anche al suono di strumenti come il bouzouki o la mandola, strumenti a corde doppie proprio come la dodici corde, ma che sarebbero tipicamente a plettro.

RT: Aronne, io ho conosciuto il tuo lavoro da Andrea Carpi, che ho intervistato per questo blog. Facciamo una specie di catena: indicaci anche tu un musicista da conoscere.

ADO: Negli anni in cui ho cominciato ad arrangiare in fingerstyle cose italiane mi sono accorto che a proposito di tutta la parte d’Italia che io curavo poco, cioè tutta l’Italia del nord, c’era un musicista, Lino Straulino, che faceva un lavoro non troppo distante, nelle premesse, dal mio.
Straulino è un un ottimo chitarrista e cantante che ha riarrangiato cose friulane, o comunque tradizionali dei dialetti del nord, con questa idea di chitarra che ha origine soprattutto da Renbourn e soci. Parlo di Renbourn nel suo caso perché mentre Jansch è in certi brani già più blues, più immerso in un ‘groove’ decisamente più ‘black’ e dunque con un lato africano più forte congeniale al nostro sud, Renbourn è più inglese e più classico, dunque l’affinità è maggiore con una tradizione nordica con echi centro/nord-europei. Tanto per concludere ricordando un’ultima volta quanto l’eredità culturale italiana sia multiforme, complessa e sfaccettata…

RT: Aronne, grazie davvero per la disponibilità.

ADO: Grazie per la lunga chiacchierata! E buon ascolto.

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