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Seconda intervista sul tradurre canzoni, dopo quella con Claudio Sanfilippo.
La peculiarità di Luigi Mariano (qui il sito), cantautore di origine pugliese autore di due album, è di essersi applicato ai testi di Bruce Springsteen. “Nebraska” è stato l’album che gli ha indicato la strada della canzone d’autore e, sebbene le sue influenze e i colleghi a cui si accompagna si trovino dentro un perimetro piuttosto ampio, adattare in italiano i testi del Boss continua ad essere una passione con cui si misura con una certa continuità.
Grazie a Luigi Mariano per la disponibilità.

Il fantasma di Tom Joad dal vivo. Più giù la versione in studio.

1) Cosa ti fa venire voglia di tradurre e ricantare una canzone? Come la scegli? Che genere di affinità c’è con l’autore?

L.M.: Naturalmente parto quasi sempre dal mio amore o affinità con l’autore.
Tempo fa ho adattato un brano di Bob Dylan (Chimes of freedom) e un altro di John Denver (Rhymes and reasons), ultimamente uno di Billy Joel (Piano man), senza sapere però che quest’ultimo pezzo l’aveva già tradotto Pierangelo Bertoli.
Per lo più poi, negli anni, mi sono specializzato quasi esclusivamente sulle canzoni di Bruce Springsteen, di cui conosco bene ogni sfumatura poetica e che dunque mi risulta più naturale e diretto adattare, con un sufficiente grado di affidabilità.
La spinta iniziale, all’inizio, fu il desiderio di divulgare, a persone a me vicine e care (non di rado compagne e fidanzate), il significato delle canzoni che amavo. Quindi era un desiderio anche tenero e privato, se vogliamo: ci tenevo a che conoscessero bene gli argomenti e le emozioni presenti in quei brani per me così importanti. Quando nel 2003 ho iniziato per la prima volta a eseguire Il fantasma di Tom Joad in italiano su un palco, ho capito che la potenza inaudita di quelle parole riuscivano anche a darmi forza e a farmi crescere come performer: e questo non me l’aspettavo, mi fu utilissimo. Infine, visti gli inattesi consensi che le mie versioni ottenevano dal vivo, ho continuato ancora più convinto a dedicarmi (a tempo perso) al mio “lavoro” di adattatore, presentando le mie fatiche alla prima occasione utile.
Dal 2003 ad ora ho accumulato circa una quarantina di adattamenti, quasi tutti come provini e quasi tutti di Bruce.

2) Come procedi quando ri-crei nella tua lingua una canzone straniera? Come affronti la metrica e le rime?

L.M.: Tecnicamente procedo così. Prima traduco il testo in modo letterale, per conoscere ogni minimo dettaglio del significato originario. A volte, per lo più, lo traduco io e a modo mio; altre volte, una minoranza, lo faccio aiutandomi con quello che già c’è in giro sul web (che però a volte è più improbabile del Google translator e allora lascio perdere) oppure su libri dell’autore, che ho in casa.
Cerco poi la scansione metrica e musicale dell’originale, che in genere ho già nella testa. Provo a capire se, già nella traduzione letterale, ci sia già qualche “elemento” (anche piccolo) che possa per caso combaciare con questa metrica musicale. Nel brano The wrestler, di Springsteen, ce n’erano molti. Questo in genere incoraggia ogni adattatore e lo invoglia a iniziare, quanto meno, a conficcare nel terreno i primi paletti e punti fermi: un minimo di scheletro sicuro. Se invece punti fermi “cantabili”, dal testo letterale, non ce n’è, allora tocca partire proprio da zero e indirizzare tutta l’impostazione del brano solo sul concetto di puro adattamento, senza neanche una sola parola di traduzione letterale.
In genere mi trovo quasi sempre ad avere a che fare con rime (o assonanze) che l’autore originario dissemina a ogni fine strofa. Se Springsteen termina una frase con la parola “track” (traccia) e alla fine della frase successiva c’è la parola “neck” (collo), significa che lui ha previsto sia una rima baciata e sia due parole tronche, finali, in italiano accentate. E tu non puoi tradire questa duplice esigenza: altrimenti faresti malissimo il tuo lavoro di adattatore, oltre che tradire sia l’autore che la scansione metrica. In quel momento ti accorgi della doppia rogna e fregatura: “traccia” e “collo” non sono parole tronche e, come se non bastasse, non rimano affatto tra loro. Inizi a smadonnare e a ripetere: “Ma chi me l’ha fatto fare?”. Ti viene la tentazione di mollare. Poi ti fai forza e cerchi di trovare delle soluzioni. Ti ingegni. Inverti parole. Trovi aggettivi italiani, di senso simile, che possano rimare con ciò che ti serve, specie a fine frase, dove l’inglese prevede quasi sempre delle tronche. Alla peggio, utilizzi il trucchetto di disseminare i fine-frase di parole sdrucciole, che (cantate) suonano un po’ come tronche. Ti devi davvero ingegnare: per ore e giorni, in alcuni casi anche settimane.

3) Come intendi la “fedeltà” all’originale? Fino a che punto ti poni il problema della fedeltà? Come lo affronti?

L.M.: L’importanza o meno della fedeltà all’originale è il vero nodo, cruciale, davanti a cui si pone l’adattatore: è la coperta troppo corta, che tu tiri verso la testa o verso i piedi, a seconda del brano e delle circostanze. Se sei troppo fedele all’originale, rischi di non poter incastonare alcune parole o frasi all’interno della rigorosa scansione metrica. Invece, quanto più sei musicale e quanto più sei “dentro” la scansione, più finisci (trovando sia nuove parole e sia nuove immagini) col rischiare di allontanarti troppo dall’originale. Un disastro.
C’è un brano di Bruce che io adoro, Dry lightning, che nel titolo si riferisce al lampo che arriva prima del temporale, quindi quel “dry” vuole significare chiaramente “senza pioggia”. Come fare a rendere fedelmente il concetto in italiano, facendo tra l’altro attenzione anche alla metrica? Complicato. Ecco, sono questi i casi in cui ti appigli a qualcos’altro, facendoti venire delle idee. Nel caso di questo brano, per esempio, mi sono accorto che traducendo in modo letterale il titolo, con qualcosa tipo Lampi secchi, paradossalmente andava bene lo stesso! Il caso infatti vuole che l’aggettivo “secchi” in italiano abbia un duplice significato: non solo dunque di “asciutti” (dry), ma anche di “improvvisi”. E il concetto di “lampi improvvisi”, tutto sommato, a me andava bene come titolo in italiano. Quindi l’ho lasciato, dopo aver preso volutamente una strada diversa, per “portare a casa il risultato”. È un continuo gioco di compromessi.
Nel brano Secret garden sono stato costretto ad eliminare dal testo in italiano la parola “giardino” (che pure resta nel titolo e comunque viene cantata in inglese), perché proprio mi risultava impossibile inserirla metricamente all’interno del canto. Ho dovuto sacrificarla. All’inizio avevo anche deciso di lasciar perdere questo brano e di evitare di cantarlo in italiano. Ma mi pareva un peccato, parla del cuore segreto delle donne, era molto bello e alla fine ho accettato anche quest’altro assurdo compromesso, visto che il senso restava comunque intatto, in fondo “giardino” era solo metafora.
Al di là di questi esempi, che potrebbero erroneamente far pensare all’accettazione passiva di troppi compromessi pericolosi, in realtà resto piuttosto fedele al testo originario e soprattutto alla sua atmosfera.

4) Come affronti la parte musicale? Ti prendi lo stesso grado di libertà e di fedeltà all’originale che per la parte letteraria?

L.M.: Quasi a voler chiedere scusa di eventuali piccole libertà autoconcessemi oppure di forzature (necessarie all’adattamento di un testo all’interno della scansione metrica), io tendo a lasciare rigorosamente la musica, intesa come armonia e melodia, uguale all’originale. L’arrangiamento invece, se si rende proprio necessario (in aggiunta al semplice chitarra e voce), cerco di farlo a modo mio, seppur con un minimo di gusto. Nel mio adattamento di The Ghost of Tom Joad, sul mio ultimo disco, per esempio, oltre a rispettare in modo maniacale gli accordi e la melodia del brano, e addirittura la tonalità, ho anche preteso la chitarra acustica arpeggiante, l’armonica e la pedal steel guitar, insomma in pieno stile Springsteen. Di contro, mi sono invece divertito a prendermi delle libertà del tutto personali per ciò che riguarda gli archi (affidandone ad Antonio Fresa l’arrangiamento) e soprattutto l’aspetto ritmico, ossia il basso e la batteria, che fanno cose piuttosto diverse non solo dal brano originale, ma in generale rispetto ai suoni di Bruce. Il basso di Pierpaolo Ranieri infatti pulsa quasi come volesse punteggiare l’incedere di un brano più elettronico, mentre la batteria di Marco Rovinelli segue dinamiche ben lontane da quelle di Max Weinberg.

5) È possibile tradurre in modo apprezzabile una canzone senza conoscere l’universo poetico del suo autore, il suo lavoro e la sua storia? In altre parole: è possibile tradurla considerandola un universo a sé?

L.M.: La domanda potrebbe apparire retorica, quasi a voler suggerire direttamente un “no” secco, che rispecchierebbe tra l’altro il mio modo di affrontare la questione. Invece ti rispondo: dipende molto dalla storia umana, ma soprattutto musicale, dell’autore che si vuol tradurre, nonché dal contenuto del testo. Se io fossi un cantautore inglese e dovessi adattare in inglese Ti amo di Umberto Tozzi o Su di noi di Pupo, credo che sarei in grado di farlo benissimo anche ignorando totalmente l’universo “poetico” dei due cantanti italiani, il loro lavoro e la loro storia. In altre parole: la qualità dell’adattamento non ne risentirebbe, perché in fondo i testi originari sono leggeri e (azzardo) anche abbastanza generici, oltre che tipicamente pop. Credo che nel pop un po’ più commerciale spesso (ma non sempre) sarebbe un’operazione possibile.
Farlo coi cantautori, coi folk singer e con tutti coloro che in ogni parola esprimono una loro poetica rigorosa e personale, distillando gocce dense e significative del loro vissuto, della loro storia e pensieri, sarebbe un azzardo abbastanza superficiale, che oltretutto impedirebbe anche all’adattatore di comprendere a fondo il senso di una scelta (anche la più piccola) compiuta dall’autore che si vuol tradurre: ossia la scelta di un argomento, di un titolo, di un aggettivo, di un’immagine, di un personaggio, di una visione, di un’atmosfera. Questo potrebbe anche portare a compiere errori o ingenuità nel lavoro, non solo di adattamento, ma anche di semplice “traduzione letterale” iniziale.
Adattare The Ghost of Tom Joad senza conoscere “Grapes of wrath” (Furore), il romanzo di Steinbeck, poi il film di John Ford, e infine la ballata Tom Joad di Woody Guthrie per me sarebbe alquanto paradossale e forse superficiale: in fondo, per chi non volesse impelagarsi in temi troppo grandi, ci sono altri brani più leggeri da tradurre (per Springsteen ad esempio ci sono Hungry Heart, Waiting on a Sunny Day…)

Le traduzioni di Luigi Mariano

Dunque nel secondo album, “Canzoni all’angolo”, Luigi Mariano si misura nientemeno che con The Ghost of Tom Joad. Ma l’universo springsteeniano gli è piuttosto congeniale, tanto che il suo approccio alle canzoni del Boss prosegue. Con un brano ha collaborato alla compilation “For You 2” prodotta da Ermanno Labianca, a cui hanno partecipato molti artisti italiani. Molte altre tracce del suo lavoro si trovano online.
Nella lista che segue, dove non è indicato accanto ai titoli l’autore della versione originale, trattasi di Bruce Springsteen; fuori dal mazzo c’è Piano Man di Billy Joel.

Dall’album “Canzoni all’angolo”:

Dall’album tributo “For You 2 – A Tribute To Bruce Springsteen”:

Da Youtube:

  • Piano Man (Piano Man di Billy Joel)

Da Soundcloud: