[clicca per leggere le interviste ai cantautori sul tema del tradurre canzoni]

Con Claudio Sanfilippo inizia una serie di interviste a cantautori sull’arte di volgere una canzone dalla lingua originale in italiano.
L’idea è quella di porre a più artisti le stesse cinque domande, in modo da poter anche confrontare i diversi approcci e la filosofia che c’è dietro questo lavoro.
Claudio Sanfilippo ha una certa esperienza in questa pratica (molto altro ha in preparazione, come leggerete più giù) e una peculiarità del suo approccio ad autori di altre lingue consiste nell’utilizzare la musicalità del milanese, oltre a quella dell’italiano, per ricreare certe storie in musica.
Grazie a Claudio per aver accettato questa proposta. Altre interviste sono già pronte per la pubblicazione, altre ancora sono in programma. Fino a che ci sarà la collaborazione degli artisti, questa rubrica andrà avanti, senza fretta e senza una periodicità fissa.

Mi son vùn, cover in milanese di Man of Constant Sorrow.

1) Cosa ti fa venire voglia di tradurre e ricantare una canzone? Come la scegli? Che genere di affinità c’è con l’autore?

C.S.: Per me si tratta di un gioco affascinante, impegnativo e divertente. E per molti versi anche utile perchè mi costringe a lavorare le parole in modo trasversale: contenuto, metrica, fonetica, sono diversi i significati da rispettare e da restituire. La scelta di solito è tra canzoni che mi piacciono e che al tempo stesso “sento” che possano trovare un senso anche in italiano o in milanese. In milanese è più semplice perchè una lingua duttile e piena di tronche, l’italiano solitamente è un po’ più ostico, ma dipende dalle canzoni. Finora ho tradotto artisti con cui ho una parentela, credo sia naturale, ma non è una regola. E poi il gioco mica sempre riesce, ci sono tante canzoni che ho provato ad adattare senza riuscire a raggiungere un risultato soddisfacente, a quel punto è meglio lasciarle nel cassetto e mettersi il cuore in pace.

2) Come procedi quando ri-crei nella tua lingua una canzone straniera? Come affronti la metrica e le rime?

C.S.: Cerco di rispettare totalmente la metrica, mentre per le rime non resto necessariamente fedele all’originale, mi prendo la libertà di farle cascare dove le sento suonare bene. Poi dipende dalle lingue, finora ho sperimentato quasi soltanto l’inglese, con tre episodi dal portoghese. Mai il francese, né lo spagnolo. D’altronde i francesi sono stati tradotti parecchio e da più artisti in Italia, da Brassens a Brel, a Ferrè, a Moustaki. Gli anglosassoni molto meno, quasi niente, forse inconsciamente ho cercato di andare verso terre più vergini, inesplorate.

3) Come intendi la “fedeltà” all’originale? Fino a che punto ti poni il problema della fedeltà? Come lo affronti?

C.S.: Con una battuta-ossimoro direi che bisogna “tradire un po’ per essere fedeli”. Per me la fedeltà è essenziale nel significato, se poi la lingua in cui traduco mi consente di attenermi a una versione letterale che mantiene una tenuta poetica e di suono, tanto meglio. Se ciò non è possibile cerco di di trovare altre strade, altre metafore, per esprimere lo stesso significato. Le righe di una canzone possono diventare vasi comunicanti, si svuota da una parte e si riempie dall’altra.

4) Come affronti la parte musicale? Ti prendi lo stesso grado di libertà e di fedeltà all’originale che per la parte letteraria?

C.S.: Cerco una chiave interpretativa che la faccia diventare più mia, un po’ come se fosse una mia canzone, altrimenti il gioco non varrebbe la pena, non sono portato per le cover. Quindi per la parte musicale direi che mi sento un po’ più libero rispetto al testo. Detto ciò, se il mio modo di sentire la canzone è molto vicino all’originale, non vado certo a forzare la mano per differenziarmi, tanto se la canto e la suono io avrà comunque un grado di diversità decisivo, nel bene e nel male.
Quando ti misuri con Dylan, Cohen, Taylor o Waits, il rischio dell’imitazione è velenoso. Se inconsciamente cercassi di imitare Dylan o Waits risulterei patetico, perchè il mio modo di suonare e di cantare è tutto da un’altra parte. Se invece si tratta di Cohen e Taylor, per venire a quelli appena citati, il rischio è più alto, perchè da entrambi credo di avere assorbito tante cose sia sul sul piano vocale che su quello chitarristico. In quei casi devo semplicemente stare un po’ più attento.

5) È possibile tradurre in modo apprezzabile una canzone senza conoscere l’universo poetico del suo autore, il suo lavoro e la sua storia? In altre parole: è possibile tradurla considerandola un universo a sé?

C.S.: Si, penso che sia possibile. Le canzoni che ho tradotto fanno parte, qualcuna più e qualcuna meno, del mio bagaglio di ascolti. Ma la canzone è un fatto alchemico, misterioso, e non credo che rileggere un’autore che ti è vicino sia una regola d’oro. C’è da dire che nel mio modo di scrivere il testo ha un’importanza essenziale, e quindi, più che l’autore in senso stretto, è importante per me che vi sia il giusto mix tra il significato delle parole e il mondo sonoro. Poi è chiaro che lavorare su canzoni di cui conosci l’universo poetico è di grande aiuto, ma in fondo credo sia più una questione di genere che di artista singolo in senso stretto.

Le traduzioni di Cludio Sanfilippo

Il suo album più recente è “Ilzendelswing” del 2016. Ma Claudio ha pronte parecchie traduzioni di Dylan, Steve Earle, James Taylor, Leonard Cohen, Van Morrison, Gillian Welch, Gordon Lightfoot, Nick Drake, Vinicius De Moraes, tutte in italiano o in milanese: molti di questi brani usciranno in “Americana”, un doppio album realizzato con lo stesso gruppo de “Ilzen”.
Lo precederà certamente un altro cd, già pronto, fatto di canzoni con sole chitarra e voce: per quello Claudio ha inciso
Piscinìn, una versione in milanese del tradizionale americano Little Man, You Had a Busy Day, pubblicato anche da Eric Clapton.
Fra le sue traduzioni uscite fino ad oggi:

Dall’album “I paroll che fann volà” (2004):

  • La cà senza la gent (The house were nobody lives di Tom Waits)
  • L’è lèe la donna mia (Diz que fui por aì di Luiz Melodia)
  • I tosann de Porta Tosa (As meninas da Terceira di Amalia Rodriguez)

Dall’album “Ilzendelswing” (2016):

  • Mì son vùn (Man of constant sorrow, (un tradizionale americano di cui non si contano gli interpreti)
  • El dì 21 de Magg (21th of May dei Nickel Creek)
  • Impermeabil bleu (Famous blue raincoat di Leonard Cohen)
  • Quater franch (The King’s schilling di Ian Sinclair; ma, precisa Claudio Sanfilippo, scoperta su YouTube nella versione di James Taylor e Karen Casey)

Impermeabil Bleu, cioè Famous Blue Raincoat di Leonard Cohen.

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