La copertina di “Settembre”

Non si riesce mai a parlare di ciò che si ama, scrisse Roland Barthes a proposito di Stendhal e del suo amore per l’Italia. Ma la traduzione italiana di quel titolo uscito postumo (che nell’originale suona più o meno “Ci si incaglia sempre nel parlare di ciò che si ama”) non rende il doppio senso: cioè, che parlare dei propri amori è impresa nella quale è arduo procedere; ma alla quale, d’altra parte, è impossibile sottrarsi (vi si rimane incagliati).
Per come la vedo io, quel titolo mi pare veritiero comunque lo giri: ci son passioni di cui staresti sempre a parlare; ma a cantarle ci si spiega molto meglio.

Tutto questo mi è tornato in mente perché Stefano Barotti è uscito nella scorsa primavera con un album dedicato al vino. E lui è uno che non da ieri fa house concert con degustazione di rosso: oggi si è dedicato a questo nuovo album con tutta la passione e la cognizione di causa che richiede il tema – che evidentemente è un amore in cui è felicemente incagliato da tempo.

Stefano Barotti è uno di quegli artisti che non sono mai dove li cerchi. Non gli piace quando lo chiami cantautore, ma allo stesso tempo coltiva la sua contiguità con un certo rock americano (vanta il rispetto e l’amicizia di Jono Manson, di Joe Pisapia, di altri colleghi americani che affianca anche dal vivo nel nostro paese e nel loro) mantenendo una sua interessante autonomia dalle forme più classiche di quel genere.

Il mosto. Dal libretto di “Settembre”

Anche “Settembre”, quest’ultimo progetto, ha un che di divergente e di spiazzante, musicalmente e concettualmente. Se da sempre, infatti, le canzoni celebrano il vino nel suo potere inebriante o nella sua funzione socializzante e conviviale, Barotti, proprio perché di parlare dei tuoi amori non smetteresti mai, si prende il tempo di un album intero. E, dilatando in tal modo la metafora del vino, del mosto, della vigna, della vendemmia, del tino, del vignaiolo, ne fa una chiave per parlare di un modo di vedere la vita. Di un modo di fare le cose facendole bene, con cura, e possibilmente facendole piano. E insieme. E in modo sincero, senza sovrastrutture, “senza chimica”.

L’album è realizzato in collaborazione con (e in supporto a) “Triple A” – che sta per “Agricoltori Artigiani Artisti” – un movimento che si batte per metodi agronomici naturali di coltura della vite e per un processo di vinificazione rispettoso della natura dell’uva e dei caratteri del territorio e del vitigno. E siccome i musicisti che ci piacciono sono gente che predica bene e razzola ancora meglio, quel rigore antico di cui canta è lo stesso che mette nella realizzazione di questa raccolta di canzoni.
“Settembre” è curato, negli arrangiamenti, nei suoni e nella produzione, con lo stesso approccio del vignaiolo attento ai dettagli, con lo stesso gusto di fare le cose bene. E con nessuno sforzo di assomigliare a qualcos’altro.

Da stefanobarotti.net

Otto canzoni che celebrano l’uva, la vendemmia, il legno delle botti, il mestiere del fare il vino, la terra. L’album è ben scritto, ben suonato, arrangiato in maniera mai banale e mai riconducibile a un unico modello. L’ascolto è una continua sorpresa. Fino a che, una volta che pensi di aver collocato la musica di quest’album sul confine fra un sacco di cose, arriva sul finale Jono Manson con una versione della sua Red Wine in the Afternoon – in una versione solo un po’ più acustica di quella del 2005, e quanto mai black e calda. Manson che nell’album è ospite insieme a Joe Pisapia e John Egenes, e che in passato ha affincato Barotti anche come produttore.

L’album in bottiglia

Quest’album dice che Stefano Barotti sta lavorando consapevolmente su un modo tutto personale di trovare una risposta alla domanda che tutti i musicisti – diciamo così – privi della benedizione dell’industria, si pongono da qualche anno a questa parte: cioè come trovare una propria nicchia ecologica al tempo della musica smaterializzata. Il suo modo sembra quello di legare fortemente il proprio rapporto col pubblico alla presenza di un elemento concreto e aggregante; solido come le bottiglie di quel vino, appunto, che come si diceva non di rado impreziosiscono le sue serate dal vivo. Tanto che non lo trovate nemmeno su Spotify, e se da una parte viene da dire “peccato!”, dall’altra si apprezza la scelta di investire sulla bellezza del supporto digitale della musica anche come oggetto fisico. L’idea notevolissima è che l’album è disponibile, oltre alla versione su CD ricca e completa, anche in una sontuosa ma tascabilissima edizione su chiavetta USB a forma di bottiglia!  Che contiene il libretto da sfogliare in versione pdf e la musica in duplice formato: mp3 per il portatile, wav per la collezione e l’ascolto a casa.


https://i0.wp.com/www.radiotarantula.net/wp-content/uploads/2018/09/bottigliabarotti.jpeg?fit=1024%2C768https://i0.wp.com/www.radiotarantula.net/wp-content/uploads/2018/09/bottigliabarotti.jpeg?resize=150%2C150massimo giulianiAlbumStefano BarottiLa copertina di 'Settembre' Non si riesce mai a parlare di ciò che si ama, scrisse Roland Barthes a proposito di Stendhal e del suo amore per l'Italia. Ma la traduzione italiana di quel titolo uscito postumo (che nell'originale suona più o meno 'Ci si incaglia sempre nel parlare di...Canzoni, chitarre e tutto quanto.