[Recensione pubblicata su Medium.com il 9 luglio 2018]

CD Fingerpicking.net, 2017

Mi divertì molto vedere Reno Brandoni, una sera di qualche anno fa, prendersi in giro e mettersi a confronto con la nuova ondata di chitarristi virtuosi e tamburellatori, nei confronti dei quali fingeva un senso di inferiorità tecnica e generazionale. Fu una serata in cui il chitarrista offrì un repertorio di brani in fingerpicking che per scelta creativa (e mica per limiti tecnici, altroché…) brillavano per sostanza musicale e non per funambolismo fine a se stesso.

Alcuni di quei brani li abbiamo ritrovati nel cd Indifeso del 2017, e considerate che l’album precedente risale al decennio scorso: l’avrete capito che l’uomo non è di quelli che si mettono in mostra se non hanno niente da mostrare, o che si mettono a parlare se non hanno niente da dire.
È un disco pensato e necessario, profondamente autobiografico in un modo che il titolo lascia solamente intravedere. È un disco in cui la chitarra non è al servizio di un disegno autoreferenziale, ma sta dentro una storia che incrocia le strade di altri artisti. Sia in registrazione che dopo, Brandoni si è appoggiato a musicisti che hanno inciso profondamente sul progetto complessivo. E dentro Indifeso c’è il blues, ci sono i suoni del Mediterraneo che sono dall’inizio un suo interesse centrale, e ci sono Giorgio Cordini e Mario Arcari, musicisti cruciali in una certa fase del percorso di De Andrè (sebbene ridurre la loro ricerca a quello sarebbe un peccato: ma De Andrè è un riferimento immediato per tutti).

Nella scelta di questa dimensione collettiva mi piace vedere una presa di posizione, da parte di quel musicista che scherzava sulla sua età e sul sentirsi superato e che qui spiega a tutti che una chitarra è uno dei tanti strumenti che l’uomo si è inventato per raccontare delle storie. Per capirci, lo spiega con divertimento e col suo fare cordiale, ché l’uomo è tutt’altro che un professore col ditino alzato (anche se la didattica della chitarra e la sua divulgazione sono sempre stati l’altra parte del suo lavoro: vedi qua).

Perché qualcosa è andato storto nella storia della chitarra acustica, e dev’essere stato in quel momento di particolare fulgore dello strumento, con l’esplosione di tutti quei bravi ragazzi post – Windham Hill, in cui — in una buffa confusione fra mezzo e fine — si è cominciato a parlare di “guitar music” come di un genere autonomo. Come se fosse mai esistita una “saxophone music” o una “organ music”, eccetera. In questo delirio di autosufficienza, tanti chitarristi hanno via via abbandonato (e secondo me, molti di loro non l’avevano nemmeno conosciuta) tutta la storia che aveva reso la chitarra un grandissimo strumento (il blues, il folk americano e britannico…) e il buco che è rimasto lo hanno riempito con grandi dosi di virtuosismo da “guarda mamma come sono veloce”, con un compiacimento estetizzante e con tante pretese di innovazione, che in troppi casi si riduceva a una riproposizione banale di tecniche rubate a Michael Hedges, ma senza un decimo del suo spessore creativo.

Intanto Reno Brandoni si prendeva il tempo necessario per fare un disco, lo scriveva, ci lavorava da solo e poi con un po’ di colleghi, se ne distanziava, si riavvicinava, e quando ha sentito che era un buon modo di coronare una fase del suo percorso e che era il momento di affidarne la testimonianza al pubblico, ha pubblicato Indifeso. Con il piglio di chi fa le cose per bene e insieme con la serenità di chi sa che tanto i dischi non li compra più nessuno, dunque tanto vale farli senza l’ossessione dei ricatti del mercato. Mi incuriosisce che in questa intervista ad Andrea Carpi abbia dichiarato l’intenzione di cercare per questo disco un suono più “commerciale” e più “pop”: un’affermazione che, se la leggi prima di aver ascoltato il disco, ti fa pensare piuttosto che Brandoni voglia fare le scarpe ad Alex Britti. E forse nella registrazione e nella produzione c’è una matura e professionale consapevolezza dei tempi che sono cambiati, ma in tutto il disco non c’è una nota disonesta e non ce n’è una che non sia lì per una ragione cristallina. Ci sono artisti che possono piacerti o non piacerti, ma nemmeno per un attimo riusciresti a metterne in dubbio le buone intenzioni. Reno Brandoni è uno di questi.

Non vorrei che quello che ho scritto finora autorizzasse a pensare che da una parte ci sono gli innovatori rampanti, che bene o male cercano strade nuove, e dall’altra i musicisti di un’altra generazione, ingenuamente legati a un modo antico e rassicurante di fare le cose. La verità è che la ricerca di Brandoni è meno visibile e meno spettacolare, e per capirne la portata bisogna tendere bene l’orecchio: quello che ne fa un maestro è lo studio delle accordature aperte — e di alcune in particolare, che continua ad esplorare come fanno e hanno fatto alcuni grandi maestri dello strumento.

E allora, se cercate l’ennesimo bambino prodigio che vi rifà i Quintetti di Boccherini in versione reggae tappeggiando sulla tastiera, ce n’è in tutti gli angoli di Youtube. Brandoni è un chitarrista-musicista (ma guarda un po’ tu se tocca sottolineare certe cose…), uno che mette lo strumento al servizio di una idea di musica e di una storia da raccontare.

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