[Pubblicato su Tarantula, 7 maggio 2010]
Ho scritto per qualche anno su riviste musicali: ai tempi scrissi questa recensione che, per una ragione o per l’altra, non trovò mai spazio sulla carta.

Tito Schipa Jr.: “Dylaniato” (IT, 1988 l.p.)
Non ricordo più chi disse – certo, con deprecabile e rozzo maschilismo – che una traduzione è come una donna: se bella, infedele; se brutta, fedele. Considerazione di cattivo gusto, certo. Credo che quello che volesse centrare era (certo, schematizzandolo brutalmente) un problema capitale del lavoro di volgere da un idioma all’altro un testo letterario: problema che dev’esser costato qualche ora di sonno a Schipa mentre si accingeva a tradurre Bob Dylan per realizzare questo disco. Ad esempio: come rendere giustizia alla simbologia dylaniana pur decontestualizzandola e trascinandola in un altro dominio linguistico? Mantenere la potenza evocativa del testo a scapito della forma o privilegiare quest’ultima, magari perdendo per strada un po’ dell’emozione originale? Problemi che nel tradurre un testo cantato si sommano ad altri: ad esempio a quello di dover gestire, oltre alla lettera e al senso, la metrica ed il suono.
Schipa ha un rispettabile curriculum di traduttore di poesia rock: ma tradurre dei testi per cantarli è tutt’altra questione che pubblicarli in volume. E ritengo che la via battuta per risolvere la faccenda sia, per quanto rischiosa, sicuramente interessante. Schipa Jr. ha scelto di muoversi con ampia libertà nei versi dylaniani per rendere il più possibile giustizia alla poetica del Maestro. Nell’impossibilità di restituire la particolare libertà linguistica della poesia dylaniana, decide di allontanarsene e di rendersene libero a sua volta. Che poi, paradossalmente, è l’unico modo di essere fedele a quell’originale. Quanto ingiusto sarebbe stato, parlando di Bob Dylan, infliggere ai suoi versi l’ingiuria di una traduzione accademica, o comunque severamente conforme ad un senso, slegandolo da quello spirito e da quella musicalità che lo giustificano e lo nobilitano. Molto meglio del sottoscritto (e ci mancherebbe altro…) spiega la complessità della questione Fernanda Pivano nelle note di copertina – ed è la migliore legittimazione che questo lavoro potesse avere (per non dire di un altro “irregolare”, Pablo Echaurren, che ha disegnato la bella copertina).
Se al primo ascolto lascia confusi la scelta di rendere in romanesco i versi di Love minus zero / no limit (che qui, curiosamente, si chiama Amore via zero / Illimitato e fa: “L’amore mio se tace / nun te fa guerra né pace” ecc. ecc.), dopo un po’ essa appare non solo pertinente, ma anche intrigante. E un verso come “Valentines can’t buy her” diventa “lo strambotto nun la comprerà” (come dire: “una poesiola da due soldi non la lusingherà”), dove la traduzione non si limita a sostituire un vocabolo con un altro, bensì trasferisce i versi in un altro contesto di pensiero, con i suoi propri riferimenti culturali e le sue peculiari metafore. Ancora, se il ricorso alle licenze gergali più insolite può far gridare al reato di lesa maestà, una soluzione tipo “lasca il boma, scazza il triglio, giù le mani dalla polena” parlando di balene e del capitano Achab (in 115th dream) è assolutamente deliziosa e in sintonia con il linguaggio sospeso e arcano della canzone.
Se, dunque, l’irriverenza al testo originale si rivela il modo più rispettoso di accostarvisi, allora “Dylaniato” non è soltanto un disco di traduzioni di Dylan. Appartiene altrettanto al suo autore italiano, che già dalla scelta dei brani vi imprime qualcosa di personale. Così Girl from the North Country (Ragazza del Nord) diventa anche una canzone sulla storia vera di una relazione con una ragazza (italiana, però) e la scena si sposta tra le brume del nostro settentrione.
E poi, già, poi c’è la musica. Dispiace che per quella sia stato riservato meno rigore e che la produzione oscilli tra una specie di folk-rock addomesticato e il prodottino medio italiano. Per cui se Mr. Tambourine Man (bella per davvero: “Ehi, tu col tamburino, senti, vuoi suonar / non ho sonno e non ho un posto in cui tornare…”) è resa in un brillante e sobrio fingerpicking, l’anatema di Masters of war al contrario soffoca tra le tastiere. Anche se si capisce la preoccupazione per il potenziale commerciale di un prodotto così (che sul nostro mercato sarebbe stato comunque inferiore a quello del Calippo al Polo Nord), credo che chitarre midi ed arrangiamenti tirati a lucido nuocciano ad un’operazione lodevolmente temeraria come questa. Per carità, c’è uno sforzo di evitare la banalità, ed è evidente; diciamo semplicemente che una maggior chiarezza di idee anche sul piano dei suoni e degli arrangiamenti avrebbe giovato alla coerenza del risultato e lo avrebbe reso definitivamente appetibile al severo e diffidente pubblico rock.
Ristampato in cd (MP Records, MPRCD005).

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