[Articolo pubblicato sul sito macchiatoinchiostro.it]

La felice scelta narrativa di Peter Ames Carlin — scrittore e giornalista di People, ora biografo di Bruce Springsteen — consiste nel far cominciare la storia in un pomeriggio del 1927 a Freehold, New Jersey. Bruce sarebbe nato parecchi anni dopo, ma quel che accadde quel giorno aprì nella storia degli Springsteen una ferita che avrebbe sanguinato a lungo (di che si tratta lo scoprirete leggendo il libro) segnando il contesto in cui il piccolo Bruce sarebbe cresciuto all’alba degli anni Cinquanta.

born to run

Così la biografia diventa la storia della lotta dei discendenti maschi contro i fantasmi di quella tragedia.
Per il Boss diventare un musicista è stato parte di quella lotta: e quando hai provato ad addentrarti in quella storia, può capitarti di sentire il grido del protagonista di Born to Run più necessario di quanto l’abbia mai sentito prima, o il saluto al padre in Independence Day più accorato di quanto non ricordassi.
Non è la prima biografia di Springsteen ma è probabilmente vero, come annunciato all’uscita, che mai il Boss si era svelato come ha fatto con Carlin. Da ragazzino solitario a chitarrista leader di un gruppo adolescenziale dal nome di uno shampoo, fino agli Steel Mill, e poi la gloria con la E-Street Band, e poi ancora in cerca: sull’inquietudine artistica, Springsteen ha costruito una carriera che è un affresco complesso e irripetibile (e non ancora terminato!) della storia della canzone americana in quasi tutte le sue forme. Il libro fa luce su quel bisogno di un orizzonte sempre diverso.

bruce bitUSA

Stranamente è quando gli eventi si avvicinano a noi, che si fanno più indefiniti. Se trenta pagine avevano raccontato la genesi di Born to Run, una e mezza è dedicata a Magic e poco di più a Wrecking Ball. Nel racconto di Born in the USA, poi, le cose accadono quasi out of the blue: eppure con quel disco (dopo il monumentale ma asciutto The River e dopo Nebraska, cupo e minimale) Springsteen torna profondamente trasformato nell’immagine e nel suono. Irriconoscibile lui dopo un trattamento intensivo da culturista, irriconoscibile la sua musica: il 1984 lo consacra popstar di dimensioni planetarie, musicista da arene e da stadi. L’avevamo lasciato lacerato fra il desiderio di una platea più vasta e la nostalgia della dimensione intima delle sue prime esibizioni: cosa succede all’improvviso? Qual è la storia di scelte, anche artistiche, così discontinue rispetto al passato? Davvero un bel giorno il pianista Roy Bittan si trova con una nuova tastiera Yamaha, il giorno dopo Bruce si iscrive a una palestra e quello dopo ancora esce Born in the USA? Come se quei bicipiti scolpiti e lucidi non trasudassero marketing, assieme all’acido lattico

Lo sforzo di Carlin pare concentrarsi sugli anni avventurosi precedenti il grande successo. Dopo, sbiadisce un po’ il Bruce “privato”, insieme all’analisi dedicata fino a quel momento alle passioni musicali che ne hanno nutrito la creatività. Il resto della storia è raccontato soprattutto attraverso i sentimenti altrui: l’orgoglio e il silenzio della prima moglie Julianne Phillips dopo il divorzio, la ferita dei musicisti allo scioglimento della E-Street Band, la loro confusione davanti ai tentativi ambigui di Bruce di rimetterla insieme. Anche in occasione delle morti di Danny Federici e di Clarence Clemons (in un racconto in cui la morte è dall’inizio quel che si dice il convitato di pietra!) il narratore sceglie — o accetta? — di guardare le cose da un passo indietro.

Parliamo degli anni in cui Bruce affida la sua depressione latente alla psicoterapia: dunque quelli in cui avrebbe saputo raccontarla con più consapevolezza e lucidità, ma anche quelli in cui ai suoi fantasmi, in fin dei conti, ha trovato una casa.
Sono anche gli anni in cui la sua voce si afferma come una delle poche capaci di raccontare con tanta autorevolezza l’America delle Torri Gemelle e il risveglio amaro dal grande Sogno: e il rapporto fra Bruce e la politica è uno degli aspetti meglio indagati nella seconda parte del libro.

Una lagnanza sull’edizione italiana: i peccati di una traduzione probabilmente frettolosa si potrebbero perdonare, ma la scelta di affidare l’impresa a professionisti digiuni dell’argomento produce incidenti incresciosi. Southside Johnny (il nome d’arte di John Lyon) non è “i” Southside Johnny, come se fosse un gruppo, e scambiare un’armonica a bocca (harp) per un’arpa (in un gruppo rock, santa pazienza!) è una cosa che, davvero, non si può proprio più sentire.

Peter Ames Carlin: “Bruce” (Mondadori, 2013)